L I V E – R E P O R T
Articolo e immagini sonore di Daniela Pontello
Non capita spesso che una band come i Les Négresses Vertes passi da Milano. E infatti l’Alcatraz, per l’unica data italiana dello Zobi Tour, si riempie di un pubblico sorprendentemente trasversale: nostalgici degli anni Ottanta, appassionati di world music, giovani curiosi attratti dalla leggenda di un gruppo che ha attraversato morti, separazioni, rinascite e quasi quarant’anni di musica meticcia. Fin dall’ingresso sul palco — semplice, diretto, senza teatralità — è chiaro che non si assisterà a un concerto tradizionale. Guidata dal carisma quieto di Stéfane Mellino, ultimo dei fondatori, la formazione attuale (chitarra e voce, fisarmonica, percussioni, tromba, trombone e batteria) funziona come un organismo nomade: un suono che non appartiene a nessun luogo e a tutti i luoghi insieme.

La loro storica patchanka — miscela di punk parigino, chanson, ritmi mediterranei, musica gitana, ska, tango, reggae — non ha perso vitalità. È una musica che non vive di nostalgia, ma di fisicità: fiati che spingono, fisarmonica che incolla tutto, percussioni che trasformano l’Alcatraz in una piazza del sud del mondo. Quando arrivano i classici, il pubblico esplode come se li aspettasse da una vita: Voilà l’été, Zobi la mouche, La Danse des Négresses Vertes, Famille Heureuse. Tutti brani presenti nella scaletta del tour 2026, accolti come inni generazionali.
La struttura del live è un crescendo calcolato. Si parte con La Valse e C’est Pas La Mer À Boire, che scaldano l’ambiente con un’energia più contenuta, quasi da teatro popolare. Poi il ritmo sale, i fiati prendono il comando e l’Alcatraz diventa un unico corpo che salta, canta, si lascia trascinare. Il finale — Face à la Mer, Hasta Llegar, La Bodega — è pura liberazione collettiva.
La cosa più sorprendente è l’attualità della band. Nonostante la morte di Helno nel 1993, figura carismatica e voce originaria del gruppo, e nonostante le successive separazioni, i Les Négresses Vertes non sono mai scivolati nel revival. La loro musica continua a parlare di identità, migrazione, orgoglio meticcio, festa come forma di resistenza: temi che oggi risuonano più che mai. Mellino non cerca di imitare ciò che non c’è più; porta avanti la storia con rispetto, energia e una sincerità che il pubblico percepisce immediatamente.

Nati nei quartieri operai di Parigi negli anni Ottanta come una vera e propria tribù — più amici che professionisti, più istinto che accademia — i Les Négresses Vertes hanno costruito un linguaggio unico, capace di mescolare punk rock, flamenco, raï algerino, valzer musette e musica tzigana. Il successo internazionale di Voilà l’été li ha consacrati come una delle band francesi più iconiche tra gli anni ’80 e ’90, mentre le collaborazioni successive (celebre quella con i Massive Attack) hanno mostrato una sorprendente capacità di reinventarsi.
All’Alcatraz, questa storia lunga e accidentata si traduce in un’ora e mezza di energia pura, suonata con una gioia che contagia e una consapevolezza che non pesa mai. Il pubblico — un mix di “vecchia guardia” e nuove generazioni — non smette di ballare un secondo. Perché c’è qualcosa di profondamente umano nel modo in cui la band abita il palco: una festa anarchica e poetica, capace di abbattere confini geografici e anagrafici.
Il concerto dei Les Négresses Vertes non è stato solo un ritorno. È stato un promemoria: che la musica può ancora unire, mischiare, far pensare e far ballare; che la festa può essere politica senza diventare pesante; che certe band non invecchiano perché non hanno mai cercato di essere giovani, ma di essere vere.
Line Up:
Stéfane Mellino : Guitare, Chant, Choeurs
Iza Mellino : Percussion, Choeurs
Miche Ochowiak : Trompette, Choeurs
Gwen Badoux : Trombone, choeurs
François Cizzko Tousch : Accordéon, Choeurs
Matthieu Rabaté : Batterie
Setlist:
- La Valse
- C’est Pas La Mer À Boire
- Voilà l’Été
- Orane
- L’Homme des Marais
- Hey Maria
- La Faim des Haricots
- La Danse des Négresses Vertes
- Zobi la Mouche
- Famille Heureuse
- Les Mégots
- 200 Ans d’Hypocrisie
- Les Yeux de Ton Père
- Les Rablablas Les Roubliblis
- Face à la Mer
- Hasta Llegar
- Sous le Soleil de Bodega / La Bodega


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