L I V E – R E P O R T


Articolo di Daniela Pontello

All’Alcatraz, mercoledì sera, Apparat ha presentato il suo nuovo progetto A Hum of Maybe con un live che ha confermato la sua direzione più recente: un’elettronica introspettiva, costruita su dettagli sonori e scelte sceniche minimaliste. Un concerto che ha puntato alla concentrazione più che al coinvolgimento, e che ha richiesto al pubblico un ascolto attento, quasi disciplinato. La band che ha accompagnato Sascha Ring si è mossa con precisione tra strumenti acustici ed elettronici. Violini, chitarre, contrabbasso e mandolino si sono intrecciate con sintetizzatori e percussioni, ampliando la gamma timbrica dei brani. L’esecuzione è stata impeccabile, la resa live, pur raffinata, ha teso a rimanere dentro un registro controllato, quasi trattenuto.

Il concerto è stato proceduto come un’unica lunga progressione, con variazioni di intensità che però raramente sono sfociate in un vero climax. È stata una scelta consapevole, coerente con la poetica di Apparat, ma che può aver lasciato una parte del pubblico in attesa di un’apertura che non è arrivata mai del tutto. Il momento più discusso della serata è stato il buio assoluto calato sulla sala per alcuni minuti. La musica è continuata senza interruzioni, segno che si è trattato di una scelta scenica e non di un problema tecnico. L’effetto è stato forte: senza riferimenti visivi, l’attenzione si è spostata sui micro-dettagli del suono, sui glitch e sui riverberi che normalmente sfuggono.

È stato un espediente efficace, non inedito nel percorso di Ring, che da anni lavora sulla sottrazione visiva come strumento per intensificare l’ascolto. Ha funzionato. La voce di Ring, sottile e fragile, è emersa con chiarezza sopra strutture sonore dense. Il contrasto è stato uno degli elementi più riusciti del live. Le luci hanno seguito la stessa logica: minimali, chirurgiche, pensate per accompagnare la musica senza sovrastarla. L’effetto complessivo è stato elegante, ma a tratti troppo uniforme. L’Alcatraz si è trasformato in uno spazio industriale essenziale, coerente con l’estetica dell’artista. Uno degli aspetti più interessanti del concerto è stato l’uso esteso di strumenti reali accanto all’elettronica. I musicisti hanno lavorato su sintetizzatori analogici, centraline di effetti e archi, costruendo il suono in tempo reale. È un approccio che distingue Apparat da molti colleghi e che ha dato al live una dimensione artigianale rara nell’elettronica contemporanea.

Il live di Apparat all’Alcatraz è stato un lavoro curato, coerente e tecnicamente impeccabile. Un concerto che ha privilegiato l’idea all’impatto, la precisione alla spontaneità, l’ascolto alla partecipazione. Chi ha cercato un’esperienza immersiva e meditativa ha trovato ciò che cercava. Chi ha sperato in un coinvolgimento più fisico o in una maggiore varietà dinamica è uscito con la sensazione di un’occasione solo parzialmente sfruttata. Apparat resta un artista di grande finezza, capace di trasformare il suono in un ambiente.

Photo credit: 01 © Max Zerrahn, 02 © Carsten Aermes

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