R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Nelle note stampa che accompagnano l’album Collab della coppia artistica formata dal pianista cubano Gonzalo Rubalcaba e dal mandolinista Hamilton De Holanda, troviamo un commento dello stesso pianista riguardo alla personalità del suo sodale: “Non è solo un virtuoso in termini di padronanza dello strumento con cui trasmette la musica. Ma è un virtuoso del pensiero, delle idee, in molte sfaccettature che vanno ben oltre il semplice controllo del suo strumento…”. Credo che tra tutti i complimenti personali che un artista possa mai ricevere, questo debba considerarsi tra i più gratificanti, riconoscendo al grande mandolinista brasiliano – anzi, bandolimista, per dirla in portoghese – dei meriti che vanno ben oltre quella che è la propria specifica competenza tecnica. Per contro, di Rubalcaba, sappiamo dei suoi studi pianistici rigorosamente classici, in un’epoca, quella degli ‘anni ’60 e ’70, in cui il salto di qualità per un musicista che volesse contemplare altro, rispetto alla tradizione cubana, consisteva soltanto nell’affidarsi alla musica classica, dato che il jazz in quel Paese era ufficialmente proibito. Tanto che gli aspiranti jazzisti si esercitavano di nascosto su copie clandestine dei real-book per imparare gli standard e tutte quella novità armoniche che avrebbero contribuito alla fortunata nascita a breve del cosiddetto latin-jazz, in cui la musica afro-statunitense si sarebbe mescolata a suggestioni brasiliane, cubane e centro-americane in genere.

Una bella miscela artistica, quindi, questa di Rubalcaba & De Holanda, ambedue profondi conoscitori della materia musicale, delle loro tradizioni e soprattutto anche del jazz. Avendo entrambi avuto estese esperienze discografiche alle spalle – neanche mi ci metto più in questa ricerca, vi invito a riferirvi alle catalogazioni di Discogs – la scelta di trovarsi insieme in questo album sancisce un’effettiva collaborazione che per la prima volta mette in un costruttivo confronto due essenze culturali latine di tradizione diversa ma di animo convergente, con la partecipazione aggiuntiva di due altri brasiliani come il cantante Joao Bosco e Gabriel Grossi, armonicista membro del quintetto dello stesso De Holanda, definito come l’erede diretto di Toots Thielemans. De Holanda, soprannominato il Jimi Hendrix del mandolino – infatti suona uno strumento a dieci corde personalizzato, quindi con una coppia di corde in più anziché le classiche quattro doppie – mi fa ricordare volentieri, tra le molte sue produzioni, quel lavoro ECM pubblicato insieme a Stefano Bollani del 2013, O Que Sarà, nonché l’album live con Richard Galliano del 2007. Per quello che riguarda Rubalcaba, Off Topic si era già occupata di lui con la recensione di Skyline (2021) – leggi qui, per trovarvi anche qualche altra informazione biografica al riguardo. Collab è un insieme di note increspate, animate da improvvisazioni spesso volutamente eclettiche e dai colori accesi che permettono di cogliere appieno il virtuosismo tecnico di entrambi i musicisti. Non un album facile, talmente colmo di sfavillanti invenzioni pirotecniche da saturare spesso troppo in fretta l’attenzione dell’ascoltatore poco concentrato. Invece questo lavoro necessita di dedizione e, se vogliamo, di pazienza, come fosse un libro che avesse bisogno di una lettura impegnativa e non di una semplice scorsa frettolosa. Solo così si potranno apprezzare, ad esempio, le nuances dei momenti più malinconici, quei lirismi sommessi che appaiono quando si spegne l’allegria, come ad esempio nella bella composizione di De Holanda, Choro Fado. I numerosi guizzi strumentali delle improvvisazioni si presentano in modo diretto, lontani da ogni intenzione declamatoria e sono evidentemente la naturale, fluida espressione dell’abilità tecnica dei due musicisti. A Rubalcaba è stato alle volte rimproverato – appunto che invece non ha mai riguardato De Holanda – di trascurare un po’ la musica tradizionale, rispetto ad altri pianisti conterranei e di lasciarla in secondo piano nei riguardi di forme estetiche più ricercate. Ma è lo stesso pianista a specificare, in una bella intervista rilasciata ad Enzo Capua su Musica Jazz del maggio ’24, come egli tenda a paragonarsi ad un attore in grado di interpretare più personaggi anche diversi tra loro. “Cosa ama la gente in un attore? Che lui appaia differente in ogni rappresentazione…”. Non si tratta quindi di una disaffezione antropologica, di una trasformazione identitaria che lo allontani da Cuba e dalla sua cultura natale, ma della capacità di utilizzare linguaggi diversi, nuevas parablas che gli permettano, al contempo, più scansioni espressive.

Proprio De Holanda apre introduttivamente l’album con poche ma veloci note di una composizione di Joao Bosco e Aldir Blanc, quest’ultimo grande autore di testi di Rio de Janeiro, scomparso quattro anni fa. Questa versione di Incompatibilitade de Genios, solo strumentale, verrà poi replicata con il cantato dello stesso Bosco qualche traccia più avanti. Qui, all’inizio, si sottolinea fondamentalmente la melodia, spinta pian piano verso la ristrutturazione armonica che Rubalcaba organizza al pianoforte, puntando anche ad un sostegno ritmico, contrappuntato dagli accordi molto jazzy operati dal mandolino. Tutta l’arte improvvisativa e creativa di questo brillantissimo pianista la possiamo percepire proprio in questo brano d’apertura, dove viene mostrata la sua tecnica marcatamente percussiva ma sempre molto melodica. E che dire dell’arrembante assolo di De Holanda che segue? Lascia senza fiato, ma direi che entrambi gli artisti fanno ammutolire ogni riserva critica possibile. Blues Lundvall è una composizione di Rubalcaba, proviene dall’album Inner Voyage (1999) – bacchettatina sulle mani degli autori delle note stampa: non si tratta di un brano originale –  e appare decisamente molto complessa fin dall’inizio, con l’ossessiva presenza monocorde del piano e l’accurata matassa di note di mandolino. Stacchi, riprese, tutto molto contemporaneo e piuttosto free, dove la trama musicale del piano viaggia con scale ed arpeggi a velocità impressionante. Si fatica a percepire una melodia di fondo ma ci prova a farlo De Holanda che fa emergere dal vortice di suoni così prodotti una parvenza lineare per riportarsi poi tutto alla fase iniziale, poco prima della chiusura della traccia. Se avete superato questo brano con intatto desiderio di proseguire l’ascolto, allora siete pronti per il prossimo pezzo, Mandalagh, di De Holanda. Ci si riavvicina alla tradizione latina, naturalmente riveduta e corretta dal duo piano-mandolino. L’assetto melodico è quasi cantabile e condotto in coppia, naturalmente con compiti diversi e il lavoro d’improvvisazione che subentra dopo l’esposizione del tema rimane abbastanza vicino al variopinto asse portante armonico. Assolo di Rubalcaba, con quell’approccio fisico alla tastiera che lo caratterizza e ottimo sviluppo personale, lontano anni-luce dal be-bop ma condotto con spirito assai attuale. Segue l’assolo di De Holanda, tecnicamente pazzesco, che precede la riproposizione del tema condotto addirittura all’unisono. Yolanda Anas è uno di quei momenti più intimi e lirici in cui si tira volentieri il fiato. Il brano è di Rubalcaba, anch’esso tratto da Inner Voyage ma qui viene affidato col suo orecchiabile tema portante, quasi infantile, almeno nelle fasi iniziali, alle corde del mandolino di De Holanda. La musica galleggia melodicamente tra la linearità espositiva dello stesso mandolino e i rarefatti ma sempre presenti accordi di Rubalcaba. Il pianoforte entra in presenza in punta di piedi, lavorando la tematica con apparente, sentimentale distacco ma con le mani del pianista sempre nervose, con quell’ansia di diteggiare gli spazi e le pause appena se ne presenti l’occasione.

Flying Chicken è di De Holanda e proviene dall’album omonimo del 2023. Si libera una vampata inflazionistica di note per il caratteristico tema suonato all’unisono, spinto da una velocità d’esecuzione che lascia basiti. In quest’occasione, nella formazione essenziale a due, si percepisce l’incredibile costruzione armonica di Rubalcaba che utilizza non tanto accordi pieni ma gruppi in sequenza di note di passaggio che li legano tra loro. Ovviamente, sopra al pianoforte, De Holanda fa volare il suo coloratissimo pollo – vedi copertina dell’album del ’23 –  tra uno svolazzar di piume e qualche accordo che s’intromette nell’assolo turbolento del pianoforte a seguire. Poi riprende il tema con il funambolico sincrono ascoltato inizialmente. Silence è un accorato omaggio a Charlie Haden e da lui composto, un brano che originariamente fu pubblicato nell’album Magico del 1979, in cui accanto allo stesso Haden comparivano Jan Garbareck e Egberto Gismondi. Ovviamente questa versione, che mantiene lo stesso intro pianistico di Gismondi, deve fare a meno del sax di Garbareck, ed è il mandolino di De Holanda che sostituisce questa mancanza con grande senso della misura. Il piano si muove ad accordi lenti, spaziati, in un’atmosfera resa brumosa dal ricordo, seguendo un tratto melodico elegiaco, appartato anche quando, nella seconda parte, l’emotività di Rubalcaba si evidenzia con scale ravvicinate e rapide corse di note. Straordinario assolo pianistico e interpretazione ai massimi livelli di entrambi i musicisti. Stacco netto con Don’t You Worry ‘Bout a Thing di Stevie Wonder, brano apparso per la prima volta su Innervisions, album del 1973 dello stesso Wonder. Com’era lecito aspettarsi, compare l’armonica cromatica a bocca, suonata da quel Grossi che lo stesso già citato Thielemans aveva segnalato come suo diretto erede. Il brano viene riarrangiato paradossalmente rendendolo meno latino, togliendogli la veste di bossa-nova che possedeva in origine, conferendogli invece un secondo aspetto che rimanda curiosamente ad accenni tangheri e vaghi ricordi di Horace Silver. Il trio così formatosi innesta inconsuete asimmetrie, contraendosi e dilatandosi tra le scale ultraveloci e i pizzichii del mandolino. Choro Fado, di De Holanda e già presente nell’album Maxixe Samba Groove del 2021, inciso con la collaborazione della cantante e flautista indiana Varijashree Venugopal, dimostra come l’intimismo e la saudade siano una dimensione imprescindibile nell’animo brasiliano. La melodia che sgrana Rubalcaba ha qualche reminiscenza con La Chanson de Vieux Amants, incisa nel 1967 da Brel. Il momento più alto lo si raggiunge con il misurato pathos dell’assolo di De Holanda e il piano che interviene a riempire gli intervalli lasciati dal mandolino. Poi, lo stesso Rubalcaba, si lancia in un assolo quasi cattivo e leggermente dissonante per poi andare a finire con lo stesso mood iniziale, stigmatizzato da una piccola coda allo stesso mandolino. Ritorna poi il brano Incompatibilitade de Genios –  che apriva l’album – con la voce sbrigativa di Bosco incanalandosi, dopo un breve, insolito scat iniziale, in un canto-parlato dai modi un po’ spaesati. Tutto sommato un brano interlocutorio, per me una spanna sotto la versione solo strumentale. Transparence proviene da un album firmato da Charlie Haden in coppia con Rubalcaba, Tokyo Adagio, registrato live a Tokyo nel 2005 ma pubblicato solo dieci anni dopo, a poca distanza dalla  morte del contrabbassista avvenuta nel 2014. Lo stesso brano lo ritroviamo su Charlie, uscito a nome di Gonzalo Rubalcaba nello stesso anno della pubblicazione di Tokyo Adagio (2015). Un’avanguardia tranquilla e tonale con solo qualche ricercata dissonanza si presenta inizialmente nel percorso sonoro del mandolino e del pianoforte. Gli assoli di Rubalcaba e di De Holanda si alternano in un rapporto gestaltico di figura-sfondo, quando uno entra in evidenza l’altro resta più in disparte ma non sono mai chiari i limiti spazio-sonori di uno e dell’altro. Entrambi i contributi strumentali appaiono molto partecipati ma nel contempo restano contenuti, meditativi, almeno fino alla parte finale dove gli strumenti incrementano le dinamiche alla ricerca di rapporti armonici quasi più sperimentali. Conclude tutto una versione di un brano pop della trentenne cantautrice portoghese MARO e di John Blanda, Saudade Saudade, che la stessa autrice portò all’Eurovision Song Contest nel 2022. Se ne avverte la struttura semplificata, comunque gradevole quanto innocua, con tanto di hand clap spagnoleggiante nel finale.

Collab è un lavoro puntiglioso, uno stordente assortimento di note ben sincronizzate tra loro, dove la bravura tecnica rappresenta solo l’abito buono da cerimonia. Ma la sostanza di questa musica è molto di più, ci permette di scorrazzare per la tradizione latina senza dimenticare il jazz e gli elementi armonico-melodici più contemporanei. De Holanda & Rubalcaba hanno registrato quest’album senza intenzione alcuna di compiere un esercizio scolastico, avendo da tempo superato la necessità di dover dimostrare le loro identità. Se Rubalcaba s’immerge nei propri, caratteristici vibranti chiaroscuri, la luminosa effervescenza di De Holanda è il suo contraltare, di modo che i due artisti conservino comunque, integrandosi tra loro, i rispettivi caratteri fondamentali.

Tracklist:
01. Incompatibilidade de Gênios (Instrumental)

02. Blues Lundvall
03. Mandalagh
04. Yolanda Anas
05. Flying Chicken
06. Silence
07. Don’t You Worry ‘Bout a Thing
08. Choro Fado
09. Incompatibilidade de Gênios
10. Transparence
11. Saudade, Saudade

Photo © Dani Gurgel
 

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