R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Da diverso tempo ascolto musicisti che sembrano tenersi lontani dall’ipertecnicismo. Forse le immancabili serie di scale e di note serrate che hanno per anni riempito centinaia di album di jazz hanno finito per annoiare, spingendo gli stessi musicisti a nuove ipotesi creative, svincolandosi da trame paludose e troppo autoreferenziali. Tecnica sì, ovviamente, ma espressa con misura. Perspectives, in effetti, non è un lavoro costruito per impressionare con effetti immediati o con esercizi di bravura fini a sé stessi. Il trentaseienne chitarrista tarantino Simone Basile sceglie la strada impegnativa della continuità verso una poetica personale, ormai giunta a maturazione al quinto album da titolare. Ho in memoria personale un suo bellissimo lavoro del 2022, Morning Raga, coadiuvato tra l’altro dal sensazionale sassofonista modenese Manuel Caliumi. Così, passo dopo passo, il suo stile si è fatto sempre più riconoscibile, cesellando un linguaggio che vive di equilibrio, sottrazione e profondità emotiva. Perspectives è un’opera che lavora sulle sinapsi – come qualsiasi musica valida dovrebbe fare – e che crea stati di coscienza aperti, un lavoro in grado di coinvolgere cervello e cuore, capace di insinuarsi in profondità con passo comunque aggraziato. Inciso a New York, l’album porta addosso parte della grande tradizione jazzistica americana senza però trasformarsi in qualsivoglia omaggio nostalgico. Accanto al pianista pugliese troviamo Antonio Cerfeda, batterista salentino che dalle coste pugliesi è approdato al Greenwich Village, e il mitico John Patitucci – leggi qui, qui e ancora qui – al basso elettrico, presenza autorevole che imprime al progetto un respiro cosmopolita e una qualità dialogica di altissimo livello.

Il trio costruisce una geometria non euclidea, fatta di traiettorie oblique, pause eloquenti e improvvise aperture melodiche che sembrano comparire ex abrupto dentro strutture solo apparentemente lineari. L’estetica sonora richiama certa stagione del jazz elettrico chitarristico statunitense. Lo stesso Patitucci suggerisce, non so se a torto o a ragione, un rimando indiretto alle architetture di Pat Metheny – e forse qua e là, soprattutto nel pezzo d’apertura Back Home, ne cogliamo qualche citazione – ma del resto ogni chitarrista di nuova generazione non può esimersi dall’avere nella memoria procedurale qualche traccia dello stesso Metheny o di Bill Frisell o ancora di John Abercrombie, Scofield ecc… L’importante è comunque non scadere nella citazione calligrafica e Basile non corre certo questo rischio. Qui tutto appare filtrato attraverso una sensibilità contemporanea che ci parla di una musica libera e affascinante, attraversata da clangori e graffi metropolitani che si alternano a episodi più rarefatti, quasi sospesi. La chitarra di Basile evita la ridondanza, i suoi fraseggi sembrano pensati con attenzione, dentro un cauto spazio sonoro che lascia spazio alla partecipazione collettiva. L’ascolto restituisce segni di un luogo aperto, di un immaginario in continuo movimento dove convivono luce e ombra, impulso e riflessione. Alcuni passaggi assumono contorni quasi surreali, altri sfiorano momenti più scuri e notturni, sempre però mantenendo una forte coerenza narrativa. Questa misura rende credibile il progetto perché il virtuosismo rimane disciplinato, subordinato alla costruzione di un buon impasto percettivo nel quale ogni elemento possa trovare la giusta collocazione. Perspectives procede così come una coagulazione densa di suoni e intuizioni, una fusion strutturata semplicemente a trio che evita l’eccesso muscolare per privilegiare l’interplay, la dinamica e la tensione espressiva. Certe linee del basso di Patitucci producono un suono magneticamente melodico e polveroso, mentre la batteria elabora interventi ora misurati, ora più marcatamente fisici, alludendo a simbologie ritmiche che sembrano affiorare e dissolversi continuamente, tra l’uso accorto dei piatti e delle pelli. Sotto la superficie accessibile dell’album si muove così una trama sofisticata, ricca di dettagli e sfumature. Sembra evidente come Perspectives non offra mete definitive ma preferisca suggerire direzioni verso un territorio musicale ardito, aprendo spazi interiori sempre nuovi.

Iniziamo l’ascolto dunque da Back Home, il brano dove probabilmente, come già accennato in precedenza, sono più evidenti le eredità di Metheny. Basile procede sicuro tra solidi centri tonali, surfando sulle onde di una ritmica eccellente – di Patitucci già si sapeva ma Cerfeda è per me realmente una sorpresa – che per tutto l’album manterrà questa indole ritmica implicita, una vera e propria intelaiatura strutturale senza velleità contrastive. Bouncin’ s’introduce con un tema giocato sullo swing che appare dopo una breve introduzione di batteria. L’assolo chitarristico è molto pulito, veloce ma senza presunzioni circensi. Si offre spazio al basso elettrico di Patitucci che sembra animarsi discorsivamente sotto le sue mobili dita. Pregevole lo scambio di ruoli solisti tra i tre strumenti, dove anche Cerfeda ha la possibilità di estrinsecarsi ai suoi tamburi. Finale con il tema ovviamente ripreso e ripetuto. Federica è un brano più sentimentale e qui il tema cantabile viene primitivamente disegnato dal basso e riproposto a ruota dall’Autore. La ballata è quietamente intensa, con il basso di Patitucci che lavora sulle corde e sulle timbriche più alte, quasi a sottolineare l’anima melodica del suo strumento. Sullo sfondo, Basile arpeggia aereo mentre il basso scorre, e i ruoli ovviamente s’invertono quando la chitarra prende il treno solista. Occorre anche notare come i contrasti tra gli strumenti, qui, siano in ombra, preferendo quasi un’apposizione a macchie nel contesto di un suono scarno e dalle sfumature crepuscolari.

Ti Pi Wa è solo un frammento improvvisativo in cui la chitarra di Basile s’intorbida leggermente di distorsioni controllate. Is That Real si veste di un abito quasi blues ma poi tende ad immettersi in uno spazio più vasto, percorso in vie libere e lineari da basso e chitarra, con la batteria che legge alla perfezione il mutamento climatico del brano. L’assolo di Basile si mantiene in un’atmosfera nervosamente diafana, dove la ritmica provvede però ad un continuo, sugoso sostegno materico. Quando tocca a Patitucci mettersi in assolo, egli sceglie ancora, come in precedenza, di stabilirsi prevalentemente sulla parte più alta del manico, quasi ad imitazione della timbrica chitarristica. L’espressione complessiva del brano utilizza una lingua asciutta, diretta e con pochi fronzoli. Yin and Yang vede inizialmente basso e chitarra compenetrarsi a vicenda in una specie di sommesso, intimo colloquio. La traccia prende poi la direzione di una ballad a tempi ben scanditi ma, a dir la verità, la continua dinamica tra tensione e allentamento, con un assolo di chitarra assai rarefatto, sottolinea una discontinuità che rende questo pezzo un po’ troppo dispersivo. La ripresa al minuto 05’09” è però notevole con la sua progressione discendente operata da Basile e Patitucci in contemporanea. La title track Perspectives col suo inizio quasi rock-progressive sembra voler cambiare direzione, tra i robusti tambureggiamenti di Cerfeda. Poi però muta la struttura ritmica che si fa più swingante fino all’assolo di chitarra – che credo sia sovraincisa in quest’occasione – per continuare con un secondo assolo, questa volta di basso, ben articolato in controtempo con la batteria. Chiude, a suggello dell’album, il bel momento melodico di Basile in solitudine con To Johnny.

Forse uno dei punti più interessante di Perspectives sta proprio nel suo rifiuto implicito della saturazione contemporanea. Attualmente molta musica sembra vivere nell’ansia della prestazione permanente, mostrandosi in termini di assoluta velocità, accumulo e iperstimolazione sensoriale. Simone Basile sceglie invece l’equilibrio come pratica estetica e persino etica. È una posizione che ricorda certa cultura artistica newyorkese degli anni ’80, quando pittori, jazzisti e cineasti underground avevano compreso che il vuoto poteva essere altrettanto eloquente della densità. Perspectives abita precisamente quel territorio ambiguo dove il jazz smette di essere semplice genere musicale e diventa linguaggio percettivo, dispositivo prospettico, appunto come suggerisce il titolo dell’album, forma di orientamento dentro la complessità. L’impressione è che Basile abbia ormai compreso una lezione fondamentale della grande tradizione afroamericana per cui l’intensità non coincide necessariamente con l’eccesso. Per questo l’album evita costantemente il compiacimento tecnico, pur lasciando intravedere l’enorme preparazione dei tre musicisti. Il dialogo con John Patitucci rappresenta allora molto più di una semplice collaborazione prestigiosa. È quasi un attraversamento simbolico di genealogie musicali differenti, da un lato la sensibilità mediterranea di Basile, dall’altro la profondità armonica e narrativa della scuola jazz americana contemporanea. Eppure il risultato finale non appare mai derivativo. Anzi, il trio sembra continuamente sfuggire alle definizioni, muovendosi in una zona fluida dove convivono lirismo cameristico, pulsione elettrica, capacità astrattive e memorie melodiche. La musica produce immagini mentali senza descriverle esplicitamente in quanto suggerisce ambienti, temperature, distanze. È una significativa forma di narrazione aperta che lascia all’ascoltatore il compito e l’intelligenza di completarne il significato.

Tracklist:
01. Back Home (4:35)
02. Bouncin’ (6:38)
03. Federica (7:03)
04. Ti Pi Wa (0:49)
05. Is That Real? (7:35)
06. Yin And Yang (7:20)
07. Perspectives (6:15)
08. To Johnny (0:58)

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