R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

L’asciutta sobrietà interpretativa che attraversa ogni solco di Motion II, secondo capitolo del collettivo Out Of / Into, sembra condensare ottantasei anni di eredità Blue Note senza mai rinchiudersi nella nostalgia celebrativa del passato. Il pianista e direttore musicale Gerald Clayton guida il suo quintetto come un regista che preferisca il gesto all’enfasi, costruendo spazi dove la melodiosa sirena del jazz moderno può ancora farsi udire, non come nostalgia, ma come attestato di contemporaneità. Motion II rappresenta quindi un coerente sviluppo della proposta estetica di Out Of / Into con un gruppo organizzato intorno a figure ben conosciute e raccontate più volte da Off Topic come quella di Gerald Clayton al pianoforte, Immanuel Wilkins al sax contralto, Joel Ross al vibrafono e alla marimba, Matt Brewer al contrabbasso e Kendrick Scott alla batteria. Il linguaggio proposto è, in estrema sintesi, un post-bop aggiornato alle dinamiche del jazz contemporaneo. Un entrare ed uscire, come sembra suggerire il nome stesso dell’ensemble, tra il perimetro della tradizione e la modernità. Che detta poi così dice tutto e il suo contrario, perché stabilire quali e quante siano queste nuove dinamiche è affare niente affatto semplice.

Per non inoltrarci in un discorso complesso e spesso divisivo, prendiamo nota che i sei brani di questo album suonano come frammenti di un discorso aperto, peraltro non molto dissimile dall’album precedente – Motion I (2024) – a metà tra la grammatica shorteriana e il lirismo sospeso di un Andrew Hill. Vi sono quindi dei riferimenti che si manifestano come leggere presenze di un costruttivo percorso storico, qualche inevitabile riverbero dei Maestri che non prende comunque mai il sopravvento sull’estro del gruppo. Resta quindi presente in tutto l’album, così come in quello precedente, un senso di tempo vissuto che riassume l’affetto e la comprensione del passato come materia da plasmare, riconoscimento di una coscienza collettiva e di una cultura d’appartenenza. Attraversando momenti di densità e di rarefazione, Motion II mantiene una logica di equilibrio evitando tributi commemorativi, ma impegnandosi consapevolmente in un’operazione di continuità storica, capace di rendere attuale un linguaggio complesso senza cadere in autocompiacimento. Si percepisce, in definitiva, la vibrazione di un suono che nasce dal contatto umano e non da un algoritmo. La ritmica elastica e scintillante di Scott e Brewer regge un gioco di equilibri sottili dove l’improvvisazione è dialogo più che esibizione, vivendo in un continuo sistema di scambi reciproci. La dizione narrativa quasi teatrale dei fiati e del vibrafono — di Wilkins e Ross — scolpisce un fraseggio che si piega e si tende come un arco, mentre la presenza del pianoforte di Clayton, da sempre così ricco di eclettismo, potrebbe essere letta come suprema rifinitura alla conformazione finale della musica qui prodotta. Ci sono diversi assoli e qualche concessione virtuosistica – che del resto la classe assoluta di ogni membro del gruppo ha tutto il diritto di esigere – ma non viene mai perso di vista il concetto di un suono collettivo coerente e meditato. Le strutture dei brani evitano ad ogni modo il formato rigidamente convenzionale della sequenza a giro degli assoli preferendo un andamento fluido e organico, in cui si osserva costantemente la tensione dialettica tra ordine strutturale e libertà interpretativa.

Ed è subito il contralto di Wilkins ad imporre il racconto del primo brano, Brothers in Arms, scritto dallo stesso sassofonista. Con la medesima capacità che gli riconosciamo di rendere melodiosi i suoi fraseggi così stretti, Wilkins entra ben presto in dialogo attivo con gli angolosi ritratti di pianoforte e vibrafono, costituendo un linguaggio a tre dove ogni strumento esprime sé stesso in stretto contatto con gli altri. Relazione che poi si modifica in un secondo tempo, dove circa a metà brano la musica si sospende per un breve attimo fino alla comparsa del Rhodes con cui Clayton cambia atmosfera, offrendo al brano un momento d’intimità in cui piano elettrico e contrabbasso sembrano commentare gli esiti del dialogo iniziale. Pian piano ricompaiono tutti gli strumenti, sorretti dal drumming intenso di Scott e si va a concludere con il contralto che si spegne sfumando lentamente. Finding Ways è un brano firmato Clayton e si presenta subito all’inizio con un sapore diverso dal pezzo precedente. Costruito da una complessa melodia sincronica o quasi, tra pianoforte, sax e vibrafono, la traccia si stempera dopo il primo minuto e trenta, lasciando campo aperto al vibrafono di Ross, poi al sax di Wilkins ed infine sarà proprio Clayton ad impegnarsi in un assolo che precede la ripresa tematica della un po’ macchinosa melodia iniziale. Meno fluido del brano precedente, tuttavia questo pezzo è più decisamente Out Of che non Into

Juno è una composizione del contrabbassista Brewer che infatti la introduce con un assolo istintivamente malinconico, pur nel suo fraseggio serrato. E in effetti la traccia si sviluppa in tranquillità con il tema esposto dal contralto e dal vibrafono. Il pianoforte aiuta il senso di distensione che questo brano offre con pochi interventi utilizzati quasi come riempitivi, tranne nel momento in cui Clayton imposta un assolo, interposto tra quello di sax e di vibrafono. Dalla metà in poi si assiste ad un crescendo dinamico con gli assoli che si fanno più ficcanti e liberi. La capacità tecnica di questo super gruppo si mantiene pari all’espressività e alla comunicativa mentre poi, dopo questo vigoroso incremento sonoro, la tensione si affievolisce tornando al clima più introvertito dell’inizio. Con Familiar Route si riprendono le creazioni di Clayton attraverso un brano moderato dai toni autunnali, introdotto dall’accompagnamento accordale dello stesso Autore su cui Wilkins traccia un bel tema lineare, malinconicamente urbano, attorno al quale Ross e Clayton intrecciano tenui cornici sonore. La traccia si mantiene sulle sue, in un delicato equilibrio strumentale, come se i musicisti qui badassero molto alla creazione di un’atmosfera stabile, piuttosto che non a movimentarla con particolari invenzioni individuali. The Catalyst è opera di Scott e qui siamo a livello più che moderato, con il batterista che lavora metronomicamente battendo sul cerchio dei suoi tamburi, rendendo questo brano una via di mezzo tra una ballata in nuce ed una sorta di anomalo blues. Come nel brano precedente la maggior parte del lavoro tende a mantenere una costante climatica lavorando sul perimetro che separa il dentro dal fuori. Quasi immateriali e liquidi gli interventi di pianoforte e vibrafono, con Wilkins che interviene con garbo e misura per mezzo di brevi frasi reiterate. Poi sarà l’assolo di pianoforte a smuovere leggermente la superficie acquea, facendo attenzione a non comprometterne la trasparenza. Insomma, brani come questo e quello precedente, sembrano preparati ad hoc per dimostrare il senso della misura e dell’equilibrio, invece di una qualche propensione ritmica. Nacho Supreme è firmato da Clayton e come brano finale si avverte quasi il dovere d’incrementare il beat giocando maggiormente – ma non troppo – sul nerbo dinamico. Il tema è introdotto in parte all’unisono dal pianoforte, dal sax e dal vibrafono e viene sciolto con l’assolo di Wilkins tramite uno swingante percorso tra le maglie ritmiche che si velocizzano non poco. Segue il vibrafono di Ross che non è certo da meno rispetto ai suoi sodali – ricordo che questo musicista è appena trentenne – e chiude il cerchio un mirabolante solo di Clayton. Finale tutti insieme in un crescendo intenso e potente.

Motion II non è un revival ma è una ricerca lucida sulla forma del collettivo jazz nel XXI° secolo.  È la prova che questa contemporaneità può ancora dire la sua non slegandosi completamente dal passato, ma misurandosi con tutto ciò che ne costituisce la tradizione. L’album, insieme al suo predecessore Motion I, può essere interpretato quindi come una riflessione profonda sulla nozione stessa di collettività sonora. Il gruppo, come già altri hanno in precedenza operato, dissolve il primato dell’individuo a favore di un paradigma relazionale in cui il gesto musicale esiste per lo più quasi solo come interazione reciproca. Ciò che ne deriva è una musica che si autoriflette, un sistema aperto che analizza i propri confini mentre li attraversa. In questo senso, Motion II non è tanto una celebrazione quanto una proposizione teorica, una meditazione sull’ontologia del suonare insieme. La modernità di questo album, quindi, non sta solo nel linguaggio in sé ma nella coscienza del linguaggio stesso, nella sua capacità di guardarsi allo specchio e riconoscere in sé la propria storia. È come se Out of/Into avessero compreso che il jazz, oggi, non è più un genere ma una maniera  di pensare il mondo, un movimento continuo tra il dentro e il fuori, tra ciò che muore e ciò che può ricominciare a vivere.

Tracklist:
01. Brothers In Arms (7:53)
02. Finding Ways (4:41)
03. Juno (8:07)
04. Familiar Route (4:35)
05. The Catalyst (7:07)
06. Nacho Supreme (7:14)

Photo © Ryan McNurney

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