R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
L’ETA, acronimo di Enfield Tennis Academy, era un gradevole cocktail-bar situato nell’Highland Park di Los Angeles dove, oltre a servire ostriche a costi abbordabili, ogni lunedì sera vi suonava il chitarrista Jeff Parker con il suo gruppo. Dal 2016, per un periodo continuativo di sette anni, il jazz contemporaneo di questo Autore ha continuato a circolare attraverso una piccola folla di appassionati fino alla chiusura definitiva del locale stesso avvenuta lo scorso anno. Ma la musica che ha riverberato lungo le pareti e i tavoli di questo esercizio è stata comunque catturata e messa su nastro almeno un paio di volte. La prima nel 2022 con la pubblicazione di Monday at Enfield Tennis Academy che consisteva in diverse registrazioni live selezionate ed assemblate per la circostanza. Quest’anno è stato editato un nuovo lavoro interamente registrato in seduta unica e mixato all’interno dell’ETA nel gennaio del 2023, intitolato The Way Out of Easy, a nome del Jeff Parker ETA IVtet. Un quartetto, quindi, dove accanto al chitarrista trovano posto Jay Bellerose alla batteria, la contrabbassista Anna Butters e il sassofonista Josh Johnson.

Quando si parla di Jeff Parker, il discorso si sposta inevitabilmente sul suo sostanzioso curriculum di musicista in odore di avantgarde. Off Topic si è occupata varie volte di questo chitarrista per le sue collaborazioni con Nicole Mitchell e Ballakè Sissoko e col trombettista Rob Mazurek – vedi rispettivamente qui e qui – nonché per le partecipazioni agli album di Daniel Villareal, Meshell Ndegeocello, Anteloper, Lonnie Holley, Greg Spero, tutte opere che potete recuperare scorrendo all’indietro il palinsesto di OT. Parker è un membro dell’AACM di Chicago, peculiarità che provvede di per sé ad inquadrarlo in un ruolo piuttosto definito e che ha fatto parte inoltre dei Tortoise, degli Isotope 217, dei Chicago Underground Trio & Quartet, dedicandosi oltremodo all’attività solistica così come a quella di turnista di lusso, con un ricco carnet di collaborazioni come accennato poco sopra. La sua discografia, quindi, ha da sempre messo in luce un talento particolare nel saper fondere tra loro jazz, post-rock e avanguardie contemporanee. L’album di cui oggi ci occupiamo rappresenta però un’estrema dichiarazione d’intenti e un evidente rito sacrificale nei riguardi della musica totalmente o quasi improvvisata. Si tratta di quattro brani monumentali della durata di circa venti minuti ciascuno e con una copertura temporale che ne tocca un totale di ottanta. Alla base di questi pezzi c’è evidentemente un’idea di evoluzione e di sviluppo in fieri come progetto portante, a scapito di ogni proposito di facile fruizione. Parker e sodali disegnano paesaggi sonori a lenta evoluzione, che si dispiegano e si ricompongono in un incessante movimento modale. Dato che il concetto di facilità d’ascolto è completamente alieno in questo caso, l’approccio all’album non può che essere un esplorativo, paziente scandaglio tra le pieghe di questi suoni che richiedono infatti concentrazione e una particolare apertura mentale. Date queste premesse è lecito aspettarsi da alcuni ascoltatori una certa ritrosia o addirittura un netto rifiuto ma, volendo fare uno sforzo, si può presentare la possibilità di scoprire aspetti inusuali e affascinanti oltre questi estremi esercizi di monocromia musicale. Il modus operandi di The Way Out of Easy si riflette perfettamente in questo titolo. Si tratta in definitiva di uscire da un facile approccio d’ascolto attraverso un corollario di schemi reiterati per allinearsi ad un movimento formale che accoglie in toto l’idea della spontaneità. I brani sono quasi privi di strutture fisse o preordinate, tranne alcuni temi eseguiti in sincrono e quindi chiaramente scritti. Si articolano attraverso variazioni tematiche che continuamente sfumano e si dilatano, in una continua oscillazione tra le escursioni strumentali, muovendosi comunque su un’unica scala di note ma concedendo poco o nulla alla familiarità con qualsiasi elemento mainstream. Certamente l’estetica di quest’opera è oltremodo audace, incentrandosi in lunghe suites in forma aperta, per cui gli strumenti si sviluppano in libertà, come se ogni loro movimento rappresentasse il contributo di un affresco in divenire. La scelta di mantenere un’unità sonora lungo tutta la durata delle composizioni, senza pause nette – gli applausi si ascoltano solo nel finale dell’ultimo brano – amplifica una strana sensazione d’immersione, in cui ogni cambiamento timbrico diventa quasi un piccolo atto di rivelazione. Gli intrecci strumentali creano una tensione continua tra il collettivo e l’intensità dei solisti, come in un àpeiron dove tutto emerge per poi dissolversi in un flusso ipnotico di materia sonora, senza un punto d’arrivo né un vero abbrivio iniziale ma scivolando in un continuo, illimitato divenire.
Freakadelic, titolo già comparso nel precedente album Bright Light in Winter del Jeff Parker Trio (2012) è il primo approccio a questo album e ci fa subito capire dove siamo diretti. Un ossessivo riff di contrabbasso e un drumming metronomico sostengono un sincrono tematico tra la chitarra dell’Autore e il sax condito elettronicamente di Johnson. Dopodiché la corrente dinamica si moltiplica in una serie di vortici in parte accentrati sullo stesso sax e sulla chitarra dell’Autore, il cui suono esce sempre pulito e mai distorto. Pian piano, quello che inizialmente sembra un groviglio poco estricabile, finisce per mostrare un disegno basato sugli scambi dialogici tra Parker e Johnson. La ritmica processione ossessiva si stempera progressivamente in una nube di effetti elettronici mediati dal sax, mentre la batteria sale di dinamica e di protagonismo. Si raggiunge una specie di acme che forse non è proprio tale ma un lento avvolgersi della musica su sé stessa, fino al progressivo sfilacciamento finale.

Late Autumn origina da un arpeggio pizzicato e ripetitivo sulle corde della chitarra elettrica di Parker, costruendo una scenografia spoglia sulla quale avviene un lento modellamento della musica in atto, alla quale tutti gli elementi partecipano con attenzione e in punta di piedi per non intralciarsi l’uno con l’altro. Il sax si pronuncia in una serie di allitterazioni con il contrabbasso della Butters che incrementa i suoi volumi, immettendosi in un giro implacabilmente reiterato e si presta a sostenere le onde elettroniche dello strumento di Johnson. Si fa largo a colpi di piatti anche Bellerose e il pallino finisce per passare a Parker che lavora frasi semplici e implosive, naturalmente cicliche e ostinate. Tutto cambia continuamente anche se sembra che in realtà niente si muova. Come guardare una nuvola in assenza di vento che pare immobile ma quando distogliamo lo sguardo per riprenderlo qualche minuto dopo ci accorgiamo che non ha più la stessa identica forma prima osservata. Easy Way Out ha un inizio velatamente più drammatico, dove Johnson sembra giocare sulle seste di un accordo minore costruitogli dalla chitarra. In realtà il sax si serve dell’effettistica elettronica anche per sovrapporre frasi diverse, cercando melodici temi dalle vibrazioni fortemente nostalgiche. Un vasto spazio di insicurezze sonore, in cui c’è solo la ritmica a costituire qualche certezza, diventa sempre più abitato dalle escursioni di Johnson mentre Parker si limita ad un substrato di sustain alla chitarra. Bellerose, incredibilmente, risponde alle raffinate prodezze del sassofonista con un ritmo di bossa-nova. Quando lo stesso sax arretra, la Butters si trova quasi da sola a lavorar di frasi smozzicate in compagnia delle variabili percussive del batterista. Un incremento ritmico determina quell’accelerazione che pare quasi evocare una danza tribale, andando a chiudere in tonalità maggiore e correggendo l’insondabile malinconia degli inizi. Chrome Dome è l’ultima traccia, percorsa nelle fasi iniziali dalla concentrazione di Johnson al sax che attraversa il brano in solitudine. Lentamente appare Parker con qualche nota – sempre la stessa – che pare sgocciolare sulle frasi del sax. Seguono poi le percussioni cristalline di Bellerose e il contrabbasso che punta il ritmo con poche ma ficcanti note propulsive. La batteria cerca di dettare tempi più serrati e dinamici, trasportando il brano in un clima africaneggiante, forte anche della maggior libertà del fraseggio di Johnson al sax. Sale la temperatura, i suoni si frammentano maggiormente in una sorta di flemmatico funky, profilando un insolito e particolarissimo meta-folk che tende al reggae. I musicisti perdono concentrazione e puntano a divertirsi coinvolgendo ritmicamente il pubblico prima di chiudere il concerto tra gli applausi soddisfatti degli avventori.
Come si sarà intuito, The Way Out of Easy, non è album da ascoltare in sottofondo, ma per chi lo desidera può diventare un’esperienza simile a quella dell’alterazione dello stato di coscienza, proprio come quando si parte per un viaggio avventuroso all’interno di sé stessi. La dialettica continua tra tensione, rilasci e ripartenze, sfida le convenzioni formali della tradizione e si mantiene orgogliosamente distante dalle abitudini e dalle mode del momento. In fondo il messaggio di Parker all’ascoltatore suona forte e chiaro: uscire dai sentieri battuti implica un ripiego verso l’essenzialità del linguaggio. Questo ritorno però, una tabula rasa come spesso viene adottata nella musica jazz – salvo poi ritornare alla tradizione dopo qualche giro a vuoto – s’accompagna a volte ad atteggiamenti un po’ petulanti, quasi provocatori quando vengono insistiti a lungo sugli stessi binari espressivi.
Tracklist:
01. Freakadelic (23:50)
02. Late Autumn (17:21)
03. Easy Way Out (22:00)
04. Chrome Dome (16:45)
Photo © David Haskell




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