R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Da sempre legato a una filosofia compositiva che parte dal basso – letteralmente e metaforicamente – Billy Mohler costruisce le sue opere come un artigiano paziente, scolpendo la melodia e l’armonia attorno al cuore delle sue linee di contrabbasso, trasferendone poi il nucleo così abbozzato sulla tastiera di una chitarra per completarne la struttura finale. Lo stesso Mohler, a proposito del suo modo di creare, ne descrive le tappe con una simpatica metafora che ricorda la fiaba di Pollicino “…A volte ho in testa una melodia o una linea di basso oppure suono qualcosa per dare il via ai passaggi successivi. Come seguire delle briciole di pane per giungere a destinazione…” [Fonte: Verhoovensjazz.net]. Questo contrabbassista cinquantenne di Los Angeles fa parte di quella vitale, odierna pulsione creativa che anima la città californiana e che sta attualmente attraversando una sorta di rinascita musicale, richiamando nuovi artisti da molte parti degli Stati Uniti. Proprio in questa stessa città, i confini del jazz si stanno dilatando per imboccare vie traverse povere di stereotipi ma ricche di innesti rock, anarcoidi pensieri free ed ipnotiche melodie modali.

E dire che le radici di Mohler germogliano proprio nell’humus del jazz tradizionale, sui banchi del Berklee College e del Thelonious Monk Institute, con maestri del calibro di Wayne Shorter ed Herbie Hancock, tra gli altri. Ma se le sue basi sono state accademiche, l’esperienza si è solidificata senza dubbio nella musica rock e pop-rock, non solo ottenendo un grosso successo con i losangeliani The Calling nella seconda metà dei ’90 ma prestando le sue note basse ad artisti come Lady Gaga, Nile Rodgers, Mavis Staples, Alison Krauss, Steve Tyler, Smashing Pumpkins e tanti altri. Evidentemente molto dell’esperienza più fisica del rock è rimasta tra le dita dello stesso Mohler, così se da una parte la sua inesorabile, robusta cavata lo pone sotto l’influenza di contrabbassisti jazz come Ron Carter e Lenny Granadier, dall’altra il vitalistico fervore della stessa musica rock gli ha lasciato il gusto del groove ripetuto ed avvolgente. In questo suo ultimo album The Eternal, Mohler si presenta accompagnato da nuovi musicisti rispetto ai precedenti lavori. C’è Devin Daniels al sax contralto, dalla timbrica leggermente aspra e i fraseggi imprevedibili. Alla batteria compare il perentorio ma raffinato miscelatore ritmico Damion Reid. Ma forse l’impatto maggiore lo produce il chitarrista Jeff Parker, da sempre in odor d’avanguardia – leggi qui – e con la non leggera responsabilità del ruolo di supporto armonico. Tra l’altro mi sono divertito, a proposito di Parker, nel verificare il numero di recensioni in cui Off Topic si è occupata, direttamente o meno, di questo musicista, contandone almeno una quindicina – credo che sia il chitarrista più citato da questa pagina… La musica di Mohler, molto versatile, vive quindi di apporti contemporanei innestati su un tronco che rispetta ancora la tradizione post-bop, riuscendo ad offrire un suono corposo, tutto sommato privo di risoluzioni spigolose ma ben tornito nella sua materia duttile e vitale. I brani sembrano nascere nella loro quasi totalità da iniziali riff di contrabbasso che fungono da motore trainante per il resto del gruppo, costruendo una pista modale con poche variazioni tonali – tranne che nei momenti vicini alle ballad – e potentemente radicata al suolo. Qualche analogia nella lunga distanza mi fa pensare ad alcuni lavori di Ron Blake – Sonic Tonic del 2005, per esempio – senza però dimenticare l’eco lontano delle formazioni legate ad Art Blakey, se non altro per l’energia profusa senza risparmio alcuno. Disseminati tra le tracce dell’album vi sono poi cinque interludi di contrabbasso solo – ognuno intitolato Eternal e numerato in progressione – che rappresentano momenti di pura introspezione, un po’ come fossero la colonna vertebrale dell’opera. Qui, il suono caldo e profondo dello strumento di Mohler, emerge in tutta la sua bellezza, con un’eleganza improvvisativa che sa essere al contempo misurata e spontanea. Questi interludi non sono semplici pause, ma veri e propri spazi di riflessione che diventano naturali raccordi tra i momenti più densi dell’intero arco espressivo proposto.
S’inizia subito di brutto con Those Who Know, scritta dall’Autore e pensata su misura per il batterista Reid. Parte in assetto super-dinamico Mohler e il tema viene suonato all’unisono dalla chitarra e dal sax contralto le cui timbriche paiono integrarsi alla perfezione. Segue il lungo assolo di Daniels che precede la ripetizione dello stesso tema, dal carattere vagamente noir. Interessante decifrare la trama di sostegno della chitarra di Parker, mentre il sax s’impegna in un controllato, a tratti labirintico fraseggio. La batteria si muove senza discontinuità, attestato lampante di corposità ritmica. Miglior inizio, per questo album, non ci poteva essere. Si prosegue con Reflection, autentica ballad dai connotati più vicini a scuole tradizionali e condotta per mano dal tema malinconicamente suadente impostato dal contralto. Aggettivo più consono di avvolgente, per quello che riguarda il suono del contrabbasso, non mi riesce al momento di trovare. Il brano è sintetico, senza assoli che non riguardino la diretta sintonia con l’umore della traccia, spuria da ogni suono aggiuntivo discordante. Arriva poi il primo stacco, molto breve di contrabbasso solo, Eternal1. Mohler sa essere molto melodico, oltre che vibrante con le sue corde gravi, spesso suonate a vuoto.

Hawk Wind viene gestito da un battito alare ostinato del contrabbasso, dall’andamento ipnotico e spesso rafforzato dai colpi timpanici di Reid. Il brano mi ricorda Albatross dei primi Fleetwood Mac (The Pious Bird of Good Omen, 1968) per la sua cadenza ritmica. Ma qui, invece delle chitarre marine e solari di allora, troviamo un sincrono tematico tra chitarra e sax che si conclude con un assolo di contralto dalla turgida pronuncia jazz, mentre si muove tra le maglie degli accordi discorsivi di Parker. Lo stesso chitarrista segue l’assolo precedente di Daniels con suoni rilassati e sfuggenti. Adaptation è un incalzante e vorticoso para-blues, un modulo contrabbassistico accompagnato da un grande lavoro di batteria che se la gioca in interventi poliritmici complessi e con una sua partecipazione solistica poco prima del finale. Com’è abitudine in questo album, l’esposizione tematica viene condotta in sincrono tra chitarra e sax. Parker naviga in leggerezza con la sua chitarra, muovendosi senza esasperazioni sul comodo giro armonico fornitogli dalla composizione. Segue il secondo momento di Mohler in solitudine, Eternal 2. Arriva poi Destroyer che, contrariamente a quello che il titolo farebbe pensare, è un brano che va a pescare in un territorio mobile tra Art Blakey e Wayne Shorter, magari più vicino alla tradizione rispetto ad altre composizioni ed è qui che Daniel offre la miglior prova di sé. Più svincolato dalle appartenenze storiche sembra Parker che apparecchia una chitarra molto agile, confluendo in seguito, nel finale corale improvvisato e un poco anarcoide. Sooner è un brano dedicato alla memoria di uno zio di Mohler appartenente alla tribù indiana nordamericana dei Chippewa, tra nord USA e Canada. Nessun tono apparentemente nostalgico, con un brano che si sviluppa secondo caratteristiche blues, disegnando gli abituali temi sincronici con la solita naturalezza ma questa volta gli assoli appartengono sia alla chitarra in primis che all’incontenibile sax contralto di Daniels. Il supporto ritmico è eccellente, la batteria di Reid anche un pelo esuberante. Ancora un Eternal 3, dove l’Autore si arrangia in perfetta solitudine, a cui fa seguito No Age, un brano che rolla come una barca su un mare agitato ma che risulta un po’ meno convincente rispetto ai precedenti. Ci si avvicina alla fine con lo sperimentale e pieno di echi Eternal 4, bello robusto, dove Mohler ha più tempo per esprimersi compiutamente. Tsunami, nonostante il titolo minaccioso, appare come un brano ben controllato nonostante la tendenza operata dalla chitarra di spingersi out of tune, tentazione che resta più confinata al reparto dei desideri, rispetto all’effettiva sua realizzazione. Ci prova maggiormente il sax ma entrambi gli strumenti di Parker e Daniels restano dopotutto avvinghiati al groove introdotto dal contrabbasso. L’ultimo Eternal 5 si avvale di un cauto minimalismo e di chiaroscuri dinamici, confermando la voce ammaliante dello strumento dell’Autore ma sganciandosi, in questo caso, dai riff che hanno trasportato sulle spalle tutti gli altri brani lungo il decorso dell’album.
La mescolanza disinvolta tra rock e jazz di The Eternal, offerta da Mohler e sodali, si contraddistingue per l’autorevolezza esecutiva e per l’originalità, essendo piuttosto distante da modelli analoghi che capita di ascoltare di questi tempi. Non si tratta solo di buona scuola e di indubbia tecnica strumentale ma di saper creare musica senza enfasi, che va dritta al sodo, con una tenace presenza ritmica e la sostanza vigorosa di sax e chitarra. Pur con garbate spinte verso l’avanguardia, Mohler rifiuta il comodo riparo caotico di chi, spesso, ha poche idee e molte velleità. C’è invece grande passione, in queste note, che sanno essere persino travolgenti mentre rifanno il trucco al blues ed ammiccano, con aria complice, all’anima dinamica del rock.
Tracklist:
01. Those Who Know (4:18)
02. Reflection (3:07)
03. Eternal 1 (1:15)
04. Hawk Wind (7:02)
05. Adaptation (4:05)
06. Eternal 2 (1:47)
07. Destroyer (4:47)
08. Sooner (5:02)
09. Eternal 3 (0:44)
10. No Age (4:14)
11. Eternal 4 (1:48)
12. Tsunami (6:13)
13. Eternal 5 (1:24)
Photo © Robbie Jeffries





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