R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Dopo un anno dalla prima esperienza discografica con Panamá 77, Daniel Villareal, batterista panamense ma residente a Chicago, torna tra i suoi abituali e sfaccettati soggetti sonori con un album costruito in assoluta essenzialità. Il che vuol dire aver concentrato solo su tre elementi, tra cui lui stesso, tutto lo sforzo musicale del nuovo Lados B. Oltre alla batteria, quindi, ci sono altri due musicisti già presenti nel lavoro precedente, la bassista Anna Butterss e il chitarrista Jeff Parker con l’intervento limitato di Neal Francis al piano elettrico in un unico brano. Noi di Off Topic avevamo già valutato più che positivamente l’esordio di Panamá 77 – potete leggere le informazioni necessarie cliccando qui – ed oggi torniamo a ripeterci valutando questo ultimo lavoro, forse non così sorprendente come quello dell’anno scorso, ma altrettanto originale ed in un certo qual modo anche soddisfacente. C’è da dire che le sessioni originarie di quest’ultimo album sono quelle stesse registrate nel 2020, dalle quali una manciata di brani fu inserita nell’album di esordio mentre i rimanenti sono andati a riempire questo Lados B. Se Villareal è stato abile a dirigere un gruppo più vasto di musicisti come nella scorsa esperienza, altrettanto si può dire osservandolo alle prese con la secca formazione a trio del suo ultimo album.

Lo sguardo tende qui a concentrarsi senza troppe divagazioni strumentali, cercando un’assonometria in grado di reggersi sulle proprie linee prospettiche e restando fedele alle inclinazioni eterogenee riguardo ai vari stili affrontati. Trascorrono quindi musiche d’ispirazione africana, jazz, rock, blues, elementi psichedelici di matrice californiana, tutti sviluppati secondo un’impronta modale in cui risulta più semplice costruirvi un’improvvisazione. L’altra faccia della medaglia, però, è che questa forma di sviluppo musicale si espone al rischio di incappare in banali ripetizioni e in andamenti un po’ monotoni. Villareal & C. cercano di evitare questo inghippo – talvolta magari non riuscendoci perfettamente – grazie alla loro sintonia funzionale ed emotiva, per cui i brani provano a scorrere il più piacevolmente possibile “…nella loro forma più immediata e vitalistica”, così come riportava la nostra recensione di Panamá 77. Inoltre mi sembra importante notare che l’Autore si mette a seguire una strada opposta a quella normalmente intrapresa da molti altri jazzisti nei loro lavori più maturi, cioè quella di allargare via via l’ensemble fino, nei casi più ambiziosi, al coinvolgimento di interi schemi orchestrali. Qui Villareal percorre una direzione contraria cercando di lavorare in sottrazione, concentrandosi maggiormente sui nuclei energetici della sua comunicazione, riducendo all’osso la formazione strumentale in modo che il messaggio arrivi diretto e senza fronzoli. Tra le righe possiamo leggere l’idea che il batterista di Chicago non sia alla ricerca di un bello ideale bensì di una bellezza espressiva che non si debba conformare a canoni prefissati e possa invece puntare alla schiettezza di una trasmissione emozionale spontanea ma non spontaneista, cioè mantenendosi sempre con un disegno strategico in mente, al di là di ogni istanza improvvisativa. Le figurazioni ritmiche utilizzate da Villareal, spesso ottenute con sovraincisioni di varie percussioni, sono spesso complesse ma non congeste, per cui all’interno delle stesse si leggono con chiarezza tutte le idee dei singoli musicisti. Infatti Parker è un chitarrista che passa senza imbarazzo da un genere ad un altro così come la Butterss asseconda, legandole assieme, le varie direttive che appaiono e scompaiono nell’avvicendamento dei brani.
Travelling With ha un inizio che ricorda, nella mescolanza delle percussioni a campana, il brano iniziale del disco d’esordio. La rete di battiti ritmici s’intercala con un incisivo riff di basso elettrico tra le cui maglie comincia ad operare la chitarra di Parker. Il brano, rigorosamente modale, ricorda le invenzioni afro-beat del nigeriano Fela Kuti. L’innesto di un incremento di volume della chitarra, nella seconda parte, regala un’oncia di aggressività in più che pare spostare i registri narrativi verso gruppi come i Tinariwen. Sunset Cliffs punta deciso verso un rock d’atmosfera border oriented, con il basso – questa volta un contrabbasso acustico – sempre potente della Butterss e con Parker che tra una pennata e l’altra imbastisce un assolo molto squadrato e semplificato. La batteria e le percussioni centro-americane scaldano molto il clima, mentre qualche accordo ripetuto di chitarra s’aggira tra le sincopi tambureggianti sovraincise di Villareal. Il brano emana una specie di afrore sensuale, con un rialzo termico vicino alle cose migliori di Yo La Tengo, ben evidente, del resto, dalle immagini del video utilizzato in promozione. Republic si muove grosso modo sulla stessa lunghezza d’onda ma le atmosfere si fanno decisamente più latine, vicino alle prime produzioni dei Santana fine anni ’60. La sovrapposizione della batteria e delle altre percussioni diventa più pressante in una sorta di Soul Sacrifice quasi rivisitato cinquant’anni dopo. La chitarra è comunque un po’ scolastica ed il brano, alfine, risulta piuttosto debole e sfocato. Chicali Outpost è un vero e proprio viaggio mentale, in un clima virato verso l’oscurità e l’allucinazione visiva. Sembra di tornare indietro nel tempo alle lunghe session acide dei gruppi rock californiani. Sempre su un accordo solo, con qualche effetto elettronico costante di fondo a simulare l’acufene che spesso accompagnava la classica esperienza lisergica – i più fantasiosi parlavano di canto cerebrale… Il contrabbasso si muove alternandosi tra coppie di intervalli ricorrenti mentre una chitarra con effetto distorsivo e l’innesco di qualche larsen tenta di simulare una fuga sbilenca da questa trappola di sonorità e percussioni. Brano magnifico, da ascoltare quando si voglia staccare il biglietto per una trance psichedelica.

Se qui si perde parzialmente la luce in un crescendo di oscurità, in Bring It è buio pesto. Il viaggio rischia di diventare un bad trip. Un qualche non ben identificato nervosismo di fondo s’avvicina coi passi pesanti del contrabbasso, tra suoni di sonagli spiritati. Un tenebroso odor di palude spande i suoi umori nell’aria, la chitarra emette suoni prolungati, poi improvvisa in affanno qualche movimento, singole note aggrappate le une alle altre che non hanno direzione precisa. Decisamente un momento musicale inaspettato nel contesto di un album come questo. Abbandoniamo le atmosfere torbide del brano precedente e ci immettiamo nel quasi reggae di Salute, dove compare l’unico intervento di Francis al piano elettrico. Rimaniamo comunque sempre all’interno di una situazione modale un po’ ossessiva ma la musica si è fatta più snella, nonostante il cannoneggiamento continuo ed affascinante del contrabbasso. Ritmo quasi danzereccio con la chitarra che s’impegna in qualche riff, visto che può appoggiarsi sul piano elettrico di sottofondo che sostiene l’impronta armonica. Daytime Nightime ha un inizio curioso con uno pseudo-tema che potrebbe rimandare addirittura a qualche istantanea pinkfloydiana dei tempi di Barrett, con quella base compulsiva di basso e percussioni e soprattutto quelle note reiterate di chitarra che sembrano riscrivere in parte un copione già noto. Ma dopo questa parte introduttiva inizia l’improvvisazione sia della chitarra che del basso elettrico che si cercano e si trovano intrecciando un dialogo di poche note, spesso anch’esso con varie riprese e ripetizioni, fino a confluire, inaspettatamente, nelle strutture tematiche iniziali. Things Can be Calm predilige invece delle atmosfere più orientaleggianti, evocate dalla sequenza di percussioni simil-indocinesi. Il brano ha l’ossatura di una lunga trance con un bordone elettronico di sottofondo e una chitarra che si aggira smarrendosi in questo spazio improvviso, quasi prigioniera di sé stessa. Nove minuti di sospensione temporo-spaziale, da vivere in una bolla cosmica in cui sembra non accadere nulla tranne qualche tentazione melodica. Da abbandonarvisi senza complessi. Chiude tutti i discorsi Rug Motif, l’esplosione finale del batterista Villareal che si mette a spaccar montagne approfittando dei riff insistiti della chitarra. Un po’ poco, a dir la verità, per essere il brano conclusivo.
Contrariamente al disco d’esordio dove si respirava un’aria più ricca di jazz, in questo Lados B, Villareal ha scelto curiosamente di infilarsi nel mare magno di vari aspetti rock mescolandoli con tensioni psichedeliche e invitando l’ascoltatore in stralunate passeggiate ai confini di un mondo ritmico tutto continuamente reinventato in tempo reale. La scelta dell’essenzialità formale, però, non sempre corrisponde ad un focus di contenuti all’altezza delle aspettative, lasciando il fianco scoperto a qualche momento rivedibile, a qualche timidezza progettuale che non sembra risolversi sempre per il verso giusto. Comunque il bilancio finale è positivo, l’album diverte e si fa ascoltare con piacere per quella dimensione atemporale che l’attraversa quasi in toto e in grado di regalarci qualche momento di felice stravaganza.
Tracklist:
01. Traveling With (3:51)
02. Sunset Cliffs (4:31)
03. Republic (2:54)
04. Chicali Outpost (5:24)
05. Bring It (5:30)
06. Salute (3:24)
07. Daytime Nighttime (5:18)
08. Things Can Be Calm (8:50)
09. Rug Motif (3:07)
Photo © Cassie Scott






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