L I V E – R E P O R T
Articolo di Claudia Losini, immagini sonore © Elisabetta Ghignone
Nella scena di New York, nel 2002, o eri fan degli Strokes e indossavi giubbotto di pelle e skinny, o eri fan di un nuovo gruppo, meno rock’n’roll, un po’ più intimo, forse meno “cool”, che sul palco indossava completi di Armani, fregandosene del nuovo codice di abbigliamento che si andava creando: gli Interpol. La musica di Paul Banks e colleghi era diversa dalle influenze punk e garage, era più intellettuale, ma non di meno aggressiva e toccava le corde più emotive di un popolo introverso. Il loro complesso debutto viene raccontato anche in “Meet me in the bathroom”, proprio da loro stessi, ma, appena pubblicato, “Turn on the bright lights” diventa uno dei capisaldi musicali degli inizi del 2000.

Certo, esattamente come tante altre band, una volta all’apice del successo, ma soprattutto finiti i primi dieci anni del duemila, sembrano scomparire dalla scena, nonostante abbiano continuato a pubblicare dischi (l’ultimo l’anno scorso), il clamore intorno alla scena indie è nel frattempo scemato, e tutte le band che prima erano sulla bocca di tutti sono tornate a essere nicchia. Ma il pubblico fedele non dimentica, e ieri sera i presenti alle OGR di Torino hanno dimostrato che gli Interpol sono stati fondamentali per chi, nel 2002, aveva poco più o poco meno di vent’anni. Vi confesso che io all’epoca ascoltai prima gli Editors, e soltanto in seguito gli Interpol, so che gli Editors devono molto agli Interpol, le sonorità sono molto simili, ma con occhio critico devo ammettere che tra i due ho sempre trovato più emozionanti gli Editors. Ho visto gli Interpol soltanto due volte, una di queste era ieri, e confermo il distacco emotivo della band sul palco, la stessa sensazione la provo a Parigi: una splendida città, che però ti respinge in un certo modo, ti fa sempre sentire spettatore di fronte alla bellezza. Paul Banks è così: ti fa sempre sentire spettatore, ha una presenza distaccata, ma è parte della bellezza del tutto.

Ieri il live è stato imperfetto a livello tecnico: sul palco la percezione era di una continua rincorsa, si partiva troppo lenti e si accelerava troppo a metà, un senso di disgiunzione generale che però non ha abbattuto gli spiriti dei presenti, anzi, il pubblico ha supportato calorosamente sia Interpol che Petrol, che hanno aperto la serata con un live ineccepibile sotto ogni aspetto. Perché ieri sera c’era qualcosa in più, oltre alla musica: c’era l’unione, quella voglia di partecipare a qualcosa, un sentimento di collettività che era tanto forte ai tempi dell’indie rock, quanto sgretolato ora che l’ascolto individuale vince sulla partecipazione. E, soprattutto, c’era quel velo di malinconia e di nostalgia per quel passato, quello dei nostri vent’anni, di quando tutto andava storto, ma tutto però era ancora in forse. Non so come mai la nostra generazione (o meglio, potremmo anche disquisire per ore sul come mai, ché le ragioni sono tante in realtà) senta così tanto il rimpianto per un decennio passato, più di qualsiasi altra forma di nostalgia, ma era condensato lì, sotto il palco, e la voce di Paul Banks l’attraversava per ricordarci i tempi in cui eravamo più lievi.

Per quanto sia stato imperfetto, il live di ieri sera è stato importante per tutti. Importante per ricordarci chi siamo, cosa amiamo, nonostante la vita ci abbia preso a pugni in faccia. Ma d’altronde non è lo spirito stesso della musica degli Interpol, quello di andare avanti nonostante si sia considerati degli underdogs?







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