R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

La notizia della morte di Guido Di Leone, avvenuta sei mesi fa, credo abbia colto di sorpresa un po’ tutti. Come un sanguigno apologista del Verbo chitarristico, Di Leone aveva da sempre sostenuto il vangelo delle sei corde, soprattutto quello più tradizionale che riponeva nei maestri Montgomery, Burrell e Hall i suoi solidi, dichiarati punti di riferimento. Era stato del resto appena editato, insieme a Francesca Leone, un interessante album di musica brasiliana, un altro degli amori del chitarrista pugliese, Aquele Abraço, per Abeat– leggi qui. Ed ancora per l’etichetta di Mario Caccia, esce ora questo lavoro postumo di grande qualità, Promenade, in compagnia di Dario Deidda al contrabbasso – vedi qui – e di Joey Baron alla batteria – leggi qui, con l’ospitata in un brano della sopra citata Francesca Leone. Fin dalle prime battute, ciò che colpisce è una percezione epidermica del suono. Il trio lavora infatti sulla tattile materia musicale del blues e dei suoi immediati derivati. Trattasi di un suono elegante, lontano da ogni ruvidità esibita, che rifugge i piccoli crimini dell’ovvietà stilistica, modellando dinamiche e timbri in una registrazione avvenuta in presa diretta. L’immagine sonora viene così restituita priva di filtri, dove ogni sfumatura emerge disvelata, senza compromessi né artifici.

Il titolo stesso, Promenade, suggerisce un attraversamento, un itinerario emotivo che si snoda tra brani originali e standard, senza soluzione di continuità. Non c’è frattura tra scrittura e improvvisazione, ma piuttosto un continuo rimando reciproco, un fluire che si sottrae alle rigidità delle visioni standardizzate per abbracciare una narrazione musicale organica. Il fraseggio chitarristico di Di Leone, di gusto e timing impeccabile, pur facendo avvertire l’eredità dei propri maestri, viene filtrato attraverso una sensibilità personale che evita di scivolare nel manierismo. Il suono della chitarra è bello come un fuoco nel camino, caldo, scoppiettante e avvolgente, mai aggressivo e senza distorsioni aggiunte, tranne quelle naturali. Nei tempi lenti, la chitarra si fa voce intima e il dialogo con il contrabbasso assume tratti cameristici, mentre la batteria interviene con discrezione, scolpendo lo spazio a disposizione, più che riempirlo. Nei brani maggiormente brillanti, invece, emerge una vitalità ritmica sostenuta da una solida architrave costituita da Baron, batterista di polso che lavora finemente evitando ogni eccesso, mentre Deidda costruisce linee scorrevoli e mobili, non facilmente prevedibili. Si viene così ad innescare uno swing che non si concede ai cliché, ma che si nutre di suggestioni urbane, fatte di piccole variazioni cariche di energia subliminale, con accenti sfuggenti e piccoli slittamenti dinamici. L’intero album – lo dico per evitare fraintendimenti – si colloca in quell’area definibile come modern mainstream ma il riferimento non implica alcuna rigidità. Al contrario, questo è uno dei casi in cui la tradizione agisce come principio generativo e non come vincolo. È un continuo bricolage di suoni, dove elementi già noti vengono riorganizzati in forme nuove conservando una matrice di nitida chiarezza espressiva. C’è in questo album una qualità narrativa molto fresca attraversata dalla maturità pienamente consapevole dei musicisti che vi partecipano. E allo stesso tempo, si avverte una sottile e malinconica delicatezza che affiora nei momenti più riflessivi. L’ascolto procede come una sorta di ripasso della storia del jazz chitarristico, rivisitato forse con un pizzico di nostalgia, evitando tempi morti e passaggi riempitivi. Promenade è un album che invita a rallentare, a dilatare lo spazio dell’ascolto. Non cerca l’effetto immediato, né si affida a soluzioni particolarmente ardite ma è un lavoro che cresce senz’altro progressivamente, rivelandosi via via in questo suo vitalistico passeggiare senza fretta.

Bel Bottom è il brano con cui inizia la nostra promenade ed è subito un caldo blues avvolgente che vibra nell’addome, con un tema che inizia un po’ tentennante per poi trovare la propria strada tra il tocco secco ma misurato di Baron e il fascino soggiogante delle note basse di Deidda. L’assolo swingante di Di Leone è controllato, timbricamente avvincente, mentre il contrabbasso si trova in duetto con la batteria quando la chitarra tace. In coda si riprende il tema che va a concludere con un suono scarno, essenziale ma completo nel suo essere blues fin nel midollo. Groove Dario è il brano che segue, dedicato a Deidda. Un’introduzione di contrabbasso costruisce l’ingresso ad un ritmo funky-blues piuttosto lineare, scandito dalle percussioni sostanziose di Baron rafforzate dal robusto pizzicato dello stesso Deidda. La chitarra si gonfia di invitanti riff prima di decollare verso uno dei suoi soliti assoli temperati. Il legame del trio è solido, equilibrato e il piacere che sa offrire alla musica attraverso questa intesa è impagabile. Love Theme From Romeo and Juliet fa parte della colonna sonora scritta da Nino Rota nel 1968 nel contesto del famoso film di Zeffirelli. Di Leone imposta il tema con l’intimità offerta dallo strumento in solitudine, adagiando poi la melodia su una ritmica dal metro latino. Di conseguenza il contrabbasso fa sentire la sua calda voce, mentre Baron probabilmente percuote le pelli direttamente con le mani per creare la giusta dimensione percussiva. Durante il lungo assolo di Deidda, la chitarra resta tra le quinte per poi esprimersi in una sequenza scarna di fraseggi improvvisati, prima della ripresa del tema e conseguente conclusione. Boogie Joey è dedicato invece al batterista Baron ed è un curioso tema swingante basato su una linea di chitarra che in secondo tempo viene raddoppiata. Un ottimo assolo di Di Leone, che ha anche firmato il brano, si manifesta in una luminosa vivacità jazzy dando l’opportunità a Baron di sbizzarrirsi in un assolo travolgente. Canção do Amhanacer (1964) è una composizione del brasiliano Edu Lobo con il testo di Vinicious De Moraes. Luci abbassate, intro di chitarra, percussioni rallentate e la voce magnifica e perfettamente intonata della Leone che ben si adatta al mood della canzone. Un assolo quasi rarefatto di chitarra completa questa prova di grafologia brasiliana e del resto la musica sudamericana è stata, a giudicare dalla sua discografia, abitata a lungo da Di Leone, spesso proprio in coppia con questa cantante. Vanette riprende a pieno regime il clima blues e swing, mantenendo il suono delicato della chitarra sopra una ritmica che procede con il walking bass da parte di Deidda e con una batteria un po’ più vigorosa del solito. Il suono taurino del contrabbasso ci arriva in assolo a precedere un periodo caratterizzato da una serie di stacchi, di soste e riprese di batteria che movimentano non poco il brano.

Dream Waltz viaggia sui binari dei 6/8 con una chitarra molto morbida che si allunga sopra una certa briosità ritmica, tenuta comunque sotto controllo dall’impeccabile Baron. Deidda organizza un assolo bello corposo che sfuma nella crescente comparsa solista di Di Leone. Tea For Two è uno standard del 1925 nato nel contesto del musical No, No, Nanette con musica di Vincent Youmans e testi di Irving Caesar. L’introduzione lenta è affidata alla chitarra – dove, maliziosamente, nella melodia, si intravede un’impressione raccolta da Gino Paoli per la sua canzone Una Lunga Storia d’Amore – innescandosi poi uno swing serrato, un vero paradiso per la verve improvvisativa dei tre musicisti. C’è anche un dialogo volante tra basso e batteria su cui si dispone successivamente la chitarra, letteralmente planando su di loro con una serie di rapide progressioni discendenti. Si torna dalle parti del Brasile riproponendo Ligia di Jobim, composizione del 1972, storia di un amore platonico innescatosi dopo un incontro casuale con Ligia Marina de Moraes, allora moglie dello scrittore Fernando Sabino. Sul battito gentile di una bossa-nova il tema viene inizialmente proposto da Deidda, per poi passare di mano in un continuo scambio di frasi con Di Leone. È l’amore per la musica brasiliana che si riaccende nel chitarrista pugliese, questa volta però senza la collaborazione del canto della Leone. Slam è un blues swingante composto da Jim Hall, un omaggio ad uno dei maestri dichiarati dello stesso Di Leone.

Promenade del Guido Di Leone Trio si realizza in questa tensione tra passato e contemporaneità, strutturandosi in un’opera che, pur scritta nel solco della tradizione, mantiene fresca ed intatta una propria vitalità processuale. Si tratta, in effetti, di un’idea di jazz alla lunga sempre vincente, cioè quella sviluppatasi come pratica dialogica ed etica dell’ascolto reciproco – il famoso interplay – che diventa una dinamica relazionale attivamente percorsa da questo trio. Come già osservato in altre situazioni analoghe, la tradizione non va considerata alla stregua di un archivio da preservare. Piuttosto la si può analizzare come fosse un orizzonte da riattivare continuamente, come in questo caso, dove senso della misura e riluttanza al sovraccarico rendono Promenade un lavoro intenso e divertente.

Tracklist:
01. Bel Bottom [5:44]
02. Groove Dario [4:45]
03. Love Theme from Romeo and Juliet [6:27]
04. Boogie Joey [5:01]
05. Canção do Amanhecer [5:09]
06. Vanette [6:28]
07. Dream Waltz [4:50]
08. Tea for Two [7:17]
09. Ligia [3:56]
10. Slam [3:07]

Photo 1,2 © Gaetano de Gennaro
Photo 3 © Franco De Lucia

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