R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Quel suo modo sfuggente ed unico di corteggiare la dimensione interiore, rende Fred Hersch uno tra i più importanti maestri del pianismo jazz contemporaneo. Ogni volta che questo pianista s’accosta allo strumento, da solo o in formazione essenziale come in questo caso, la sua tastiera brilla di luce discreta ma penetrante, capace di illuminare gli angoli più nascosti dell’animo. Da sempre lo considero il musicista che, insieme a Brad Mehldau, meglio sia riuscito a cogliere la difficile eredità intellettuale ed artistica di Keith Jarrett. Tenendosi comunque lontano dagli stereotipi manieristi così come da fuligginosi impulsi neo-romantici, le composizioni originali di Hersch primeggiano per intensità lirica e raffinatezza armonica, mondate da quei cliché eccessivamente tradizionalisti che spesso riempiono lo stile dei pianisti jazz. Il trio formato da Hersch al pianoforte, Drew Gress al contrabbasso e Joey Baron alla batteria, si presenta in una forma smagliante, frutto di decenni di collaborazioni seppur discontinue. Nonostante non sia la prima volta che Hersch lavora con questi musicisti, questa è la loro prima incisione in studio come trio.

Fred Hersch suona il pianoforte con espressione concentrata, mentre fogli di spartito sono visibili davanti a lui.

La coesione che ci si aspetta è infatti palpabile, ogni nota, ciascuna pausa e dinamica sembrano essere frutto di un dialogo incessante, raffinato e ispirato, risultato di una profonda conoscenza reciproca. Molte volte Off Topic si è occupata di Hersch – vedi almeno qui e qui – e anche di Joey Baron, sia per il suo lavoro con la nostra Eleonora Strino in I Got Strings (2023) – vedi qui –  che per la sua compartecipazione, insieme al collega Jorge Rossi, all’album Once Around the Room di Bro-Lovano (2022) – leggi qui. Questo nuovo lavoro, The Sorrounding Green, contiene solo tre composizioni scritte dall’Autore mentre le altre quattro sono rielaborazioni di brani di Coleman, Gismondi, Haden e Gershwin. Personalmente sono proprio i tre pezzi firmati da Hersch che mi sembrano i meglio riusciti e dove si percepisce forse la miglior esperienza d’insieme. Ma ad ogni modo le linee melodiche del pianoforte possiedono sempre un disarmante candore che, tranne per ovvi motivi quando si tratta di riproporre la musica ad esempio di Ornette Coleman, si concentrano in malinconiche penombre dove i fraseggi be bop tendono a ridursi al minimo necessario, a testimonianza di un pianismo condotto sulla rima dell’essenziale e poco più. E anche negli episodi apparentemente più destrutturati, come in quello di Gershwin, l’assetto di volo si mantiene sempre nell’ambito di una scioltezza controllata, del resto aiutato dalla collaborazione misuratissima dei suoi sodali. In effetti le dinamiche di batteria e contrabbasso sembrano a volte fugaci esperienze approssimate al silenzio, tanto manovrano delicatamente. Le note basse di Gress, ad esempio, molte volte s’interpretano come pause all’interno di un discorso ponderato, dove il senso viene lentamente modellato battuta dopo battuta e il pianoforte ha tutto l’agio di distendersi in un linguaggio di disarmante bellezza. Quello che globalmente si avverte, ad ogni latitudine dell’album, è il clima di rilassatezza, come se vecchi amici di lunga data si ritrovassero a suonare senza l’ambizione di creare un lavoro epocale, per abbandonarsi anche, come nel caso di First Song di Charlie Haden, alla dimensione del ricordo di chi non è più con noi. Inoltre non si può non sottolineare l’eleganza della forma che invece di dissolversi sotto la spinta dell’improvvisazione si racchiude in un bozzolo di sobrietà, al centro del quale si condensa la sostanza di questa musica.

Plainsong è la traccia d’apertura ed è un esempio perfetto di come il trio riesca a trasformare un brano già noto nella discografia solista di Hersch – proviene da Open Book (2017)  – in un’esperienza completamente nuova. Il contrappunto tra il basso profondo e le delicate pennellate di batteria aggiungono dimensioni inaspettate, mentre il pianoforte conserva la sua qualità melodica intima e quasi confessionale, rendendo il brano in un certo qual modo più lieve, malinconico ma non così introverso come nella precedente versione solista. Law Years è un pezzo di Ornette Coleman originariamente contenuto in Science Fiction del 1972. Introdotto da un movimento percussivo di Baron, Hersch si prende la responsabilità di gestire questo brano nella sua linea principale solo con il pianoforte, mentre nella versione originale c’erano i fiati a dettare ogni movimento. Il paradosso è che sembra maggiormente privo di centro tonale la versione di Hersch rispetto a quella di Coleman. Il pianista americano affronta comunque il pezzo con leggerezza di tocco togliendo quindi all’essenza dello stesso quella patina di rabbia urbana che ne caratterizzava l’impronta free, regalandoci al suo posto un’interpretazione tutto sommato spumeggiante e carica di swing. The Sorrounding Green resta sotto la firma dello stesso Hersch ed è la title track dell’album. Un altro punto di forza, in cui l’Autore esplora un gospel d’invenzione melodica con una fluidità non comune, quasi sgorgasse da una sorgente spontanea direttamente dal profondo. È tutto uno zampillio di note, una frescura di foglie e gocce d’acqua dove le armonie così elaborate si intrecciano con naturalezza a linee cantabili, morbide e sinuose, creando un paesaggio sonoro sofficemente avvolto da una ritmica quasi trasognata.

Phalaco è invece un brano di Egberto Gismondi estratto da Circense, del 1980. Lo sfrondamento strumentale diventa inevitabile in una semplice formazione a trio come quella di Hersch, tenendo presente che la versione originale godeva dell’appoggio di molti più musicisti, con voci e grida di bambini annessi. Molto discreta, invece, questa riproposizione triadica, quasi eseguita sulle punte che conserva lo spirito fortemente melodico dell’artista brasiliano. Tra le mani di Hersch questo pezzo si trasforma in un piccolo, elegante gioiello dal taglio perfetto, un capolavoro di equilibrio e gusto musicale. Embraceable You è uno standard ultrafamoso del 1928 composto dai fratelli Gershwin. Di tutte le innumerevoli versioni di cui il brano è stato oggetto, questa di Hersch è un esempio di virtuosismo rilassato, dove il trio ostenta una leggerezza swingante quasi provocatoria, con il tema che viene a galla solo verso le battute finali quando il riconoscimento della melodia appare finalmente in tutta la sua completezza. Grande tocco pianistico e presumo altrettanto divertimento per i musicisti, dove si segnala lo stile giocoso di Gress. Un lungo, sentito e quasi dolente assolo di contrabbasso prelude a First Song, di Charlie Haden, dall’album omonimo del 1992. Il legame personale di Hersch con questo brano suonato con lucida amarezza – rafforzato dalla presenza storica di Haden e Baron in una delle prime registrazioni del pianista – si avverte in ciascuna nota, in ogni pausa meditativa. Il risultato è un’esperienza appagante per l’ascoltatore e va letto come un tributo delicato e commovente che racchiude la quintessenza del trio. Anticipation termina il gioco con una sensazione di latinità e un groove irresistibilmente contagioso, esempio perfetto della versatilità del trio.

Ci si trova bene, tra le note di The Sorrounding Tree, talora lacerate da malinconie mentre in altri momenti appaiono gioiosamente frizzanti. Ma non è tanto la questione di suonare con i freni tirati o lavorare su tematismi cantabili. Semplicemente ci si trova dinnanzi a tre musicisti di grosso calibro che liberano con naturalezza i loro talenti come se si trovassero a suonare familiarmente nelle nostre case. Questo trio non è un manipolo di eroi della resistenza né una formazione d’avanguardia alla ricerca del Graal ma suona jazz come ne vorrei sempre ascoltare. Hersch, Gress e Joey Baron dimostrano in questo modo che la moderazione può essere uno strumento potente per raggiungere vette di intensità emotiva, come appunto accade in questo album a mio parere imprescindibile.
Se di Graal si è parlato, devo dire che lo si può tranquillamente ritrovare tra le mani di un ingegnere del suono come Stefano Amerio, un’eccellenza riconosciuta nell’ambito di molte etichette e artisti internazionali che scelgono il suo lavoro. Anche in questo album c’è la sua mano felice, offrendo al trio di Hersch la possibilità di brillare ancor più di quanto già non faccia.

Tracklist:
01. Plainsong (5:51)
02. Law Years (4:14)
03. The Surrounding Green (5:41)
04. Palhaço (5:33)
05. Embraceable You (6:32)
06. First Song (7:27)
07. Anticipation (6:14)

Photo © Roberto Cifarelli

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