L I V E – R E P O R T


Articolo e immagini sonore di Paola Tieppo

Una fra le serate più importanti del cartellone principale della XXIII edizione del Piacenza Jazz Fest ha attirato la mia attenzione fin dalle primissime anticipazioni sul programma. Difficile, se si frequenta il mondo del canto jazz, non conoscere Dianne Reeves, vocalist afroamericana vincitrice di ben cinque Grammy Award fra il 2001 ed il 2015. Numerosi gli artisti con cui ha collaborato e che l’hanno affiancata in tour, ma in questa imperdibile occasione si celebrava l’essenzialità del duo ‘chitarra e voce’ con un partner musicale di vecchia data: il brasiliano Romero Lubambo, fondatore del Trio Da Paz e riferimento di primaria importanza per il suo strumento. Non a caso nella meravigliosa Sala degli Arazzi della Galleria Alberoni c’era una discreta presenza di cantanti e musicisti e, naturalmente, nessun posto libero.

Questa volta è stata Angelica Dadomo, indispensabile collaboratrice del Fest, ad annunciare con grande emozione l’entrata in scena dei due artisti, raccontando che Dianne è cresciuta in una famiglia in cui la musica era ben radicata e fu uno zio bassista a farla appassionare ad Ella Fitzgerald, Billie Holiday e soprattutto Sarah Vaughan, a cui da adulta ha tributato un album, vincitore proprio del primo Grammy della sua carriera. Di Romero va sinteticamente ricordato che ha saputo fondere, come mai altri prima, le sonorità del suo Paese con il jazz, creando uno stile unico e personale. Dopo precedenti registrazioni insieme ma non da soli, come dichiarato in serata e sul sito ufficiale della cantante, hanno recentemente completato un album di duetti, Us, di cui però non si conosce ancora la data di uscita, e che probabilmente conterrà molti dei brani in scaletta nel breve tour Europeo che li vede protagonisti.

Dapprima Romero Lubambo, in total look nero con giubbetto di pelle, e poi Dianne Reeves, un lungo caftano arabescato nelle sfumature predominanti dell’ocra, entrano accolti da fragorosi applausi e si siedono sorridenti fianco a fianco, aprendo con il celebre standard jazz del 1939 What’s New. Da subito il tocco del chitarrista colora di verdeoro la composizione e la voce di Reeves non pare aver bisogno di riscaldamento, si libra alta e cristallina fra canto e scat. Per il secondo brano, un altro standard, Social Call, del 1955, ed unicamente per quello, la chitarra acustica viene sostituita da una rossa elettrica e Romero sembra ancora di più un inguaribile rocker senza età, non fosse per il capello bianco che la tradisce leggermente, e mi fa cercare curiosa l’anno di nascita (1955!), come sempre pensando che l’anagrafe e ciò che ci si sente viaggiano spesso su binari assai diversi.

Dianne, dopo aver lasciato l’elettrica protagonista di un bel solo, spazia fra parlato e cantato, sfoggiando la sua notevole ampiezza vocale. Non ha evidenti fili argentei fra i folti riccioli castano scuri, ma è quasi coetanea dell’amico e sodale e mi permetto di dirlo perché lei stessa ha rivelato di essere prossima ai 70 anni, anche se ascoltando la limpidezza e la duttilità della sua voce non lo si direbbe proprio. Fra gli altri pezzi proposti, la dolcissima ballade I Wish You Love conferma l’intimità insita nel duo chitarra e voce, qui assolutamente paritario, e finisce con un dialogo fra palco e pubblico che porta ad un’ovazione finale. Poi un momento di ammaliante sola vocalità, a cui segue uno scambio di battute divertito fra i due ed ora tocca al chitarrista incantare i presenti con una versione solo musicale di Samba De Uma Nota Só, accelerandone il tempo. Jazz, blues, soul, gospel e Brazil si intrecciano continuamente e si sublimano in One For My Baby, canzone del 1943, mentre il pubblico schiocca le dita all’unisono, facendo da base ritmica al duo che è talmente coeso e potente da sembrare una band!

Tra un brano e l’altro, Dianne introduce, racconta di sé, dice che Romero è come un fratello per lei e invita a favorire ed alimentare la gioia di vivere, la dignità umana ed il “donare la luce agli altri” -lei che questa sera è la ‘nostra’ luce!- e non può mancare il pensiero ad un auspicato tempo di pace, esternando una lieve tristezza per il dover tornare a casa, in America. “I believe in this world” e sono letteralmente abbracciata dalle parole, mi pare a tratti rivisitate, e dall’amata melodia di Peace, inconfondibile composizione del pianista Horace Silver, datata 1959 e da allora interpretata in innumerevoli versioni. La coppia artistica torna a ritmi più vivaci, scherzano sia fra loro, evocando il primo incontro, che con il pubblico, coinvolto in un botta e risposta canterino. La cantante esprime gratitudine per essere in uno spazio d’arte così prezioso e per l’energia ricevuta dai presenti sempre più entusiasti, partecipi e mai parchi nell’applaudire. Ci saluta con la speranza di ritornare e con un travolgente scat senza microfono. Il bis è You Taught My Heart to Sing, romantico lascito di Mc Coy Tyner, datato 1993, che Dianne sfuma lasciando il palco, sorridente e appagata, mentre canta leggera gli ultimi versi e stringe il bouquet di fiori donatole dal direttore artistico Angelo Bardini. Le note di commiato sono della chitarra di Romero che in un attimo la segue, sornione e complice. A luci accese, lui tornerà in sala, gentilissimo e disponibile per qualche foto ed autografo.

Anche il mio cuore canta questa sera… #eiovadoadormirefelice

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