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Enrico Rava | Fred Hersch – The Song Is You (ECM Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Siamo tutti un po’ in trepida attesa quando due grandi musicisti come Fred Hersch ed Enrico Rava si mettono insieme per la prima volta con l’obiettivo di registrare un disco come questo The Song Is You. Due artisti che mettono soggezione, non foss’altro che per la loro straordinaria storia individuale vissuta pienamente nell’ambito del jazz, per non parlare della perizia tecnica e brillante creatività che sono un marchio di fabbrica riconosciuto unanimamente da ogni appassionato. Logico aspettarsi da questa coppia estemporanea un risultato sicuramente adeguato alle aspettative. Così è, almeno in massima parte. Riascoltando l’album in lungo e in largo ci si rende anche conto, però, di come, al di là del’utilizzo di una sintassi sempre raffinata, non sempre la musica riesca a riempire certi vuoti imprevisti. Nel mare aperto dell’improvvisazione è comunque lecito avvertire qualche smarrimento momentaneo, un’indecisione passeggera. Ovviamente, non essendoci incisioni precedenti che riguardino Hersch e Rava in coppia, non abbiamo termini di paragone adeguati ma dobbiamo tener presente che entrambi si sono già testati, ciascuno con partner diversi, nelle formazioni a duo. Rava, ad esempio, può vantare esperienze con pianisti come Stefano Bollani ed Hersch con trombettisti come Ralph Alessi, tanto per citare a memoria. Quindi, nel curioso interscambio tra coppie differenti, ciascuno conosce perfettamente l’arte del duo. Addirittura Hersch, nella sua autobiografia scritta nel 2017, Good Things Happen Slowly, dichiara di sentirsi molto gratificato nell’esperienza musicale a due, avendo spesso la possibilità di accompagnare l’altro strumento non tanto con voicings di svariati colori ma realizzando due linee melodiche in possibile contrappunto, una per ciascuna mano, dilatando così la variabilità creativa del suo pianoforte. A dir la verità, Rava e Hersch si erano già esposti suonando insieme in una serie di concerti pubblici a partire dall’estate dell’anno scorso ma la testimonianza discografica resta come il ragionato ritratto di una collaborazione colma d’inventiva e di nuove possibilità.

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Fred Hersch – Breath by Breath (Palmetto Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Il nuovo anno inizia sotto l’egida dei quartetti d’archi. Violini, violoncelli, viole che compaiono all’interno dell’economia di gruppi jazz, affiorando come una tessitura in trasparenza, tra un crash di piatti e un accordo di pianoforte. Se poi a impegnarsi con gli arrangiamenti è un musicista eccezionale come Fred Hersch – circa una settantina di incisioni discografiche dal 1984 ad oggi – il risultato ottenibile è un album come questo Breath by Breath, un cominciamento del 2022 come meglio non si sarebbe potuto. Dopo l’ultima uscita discografica di questo pianista di Cincinnati, Songs from Home – una serie di brani registrati in pieno periodo Covid – ci troviamo ora di fronte ad una suite in otto movimenti – alcuni nuovi altri no – che formano la Sati Suite, a cui si aggiunge un’ultima traccia, la Pastorale che in realtà è opera di Kenny Wheeler già peraltro pubblicata da Hersch con il titolo originale di Consolation (A folk Song). Il termine Sati viene da una lingua di derivazione sanscrita, il Pali, e significa “consapevolezza”. Questa parola, tradotta nell’inglese ”mindfulness”, allude all’acquisizione dello stato di coscienza di sé. La pratica meditativa che coinvolge Hersch sembra essere, stando a quello che racconta lo stesso artista, di tipo dinamico, cioè basata sull’attenzione al proprio respiro, giusto quel breath che compare nel titolo dell’album. L’atto del respirare, infatti, è un’ancora di stabilità che mantiene il praticante collegato con sé stesso per tutta la durata dell’esperienza lasciando libero il cervello di essere “osservato” mentre i pensieri, come fossero semplici fenomeni obiettivabili, trascorrono attraverso la mente. La musica di questo lavoro non è però un tedioso sottofondo new-age ma un’opera a metà strada tra ricerca espressiva – mai forzata o fine a sé stessa – ed eleganza estetica. Gli archi sono discreti, tutto sommato in “minoranza” rispetto alla presenza del classico trio jazz. Accanto al piano dello stesso Hersch, si affianca un vecchio compagno d’armi come il contrabbassista Drew Grass che ha diviso con il titolare una collaborazione trentennale e alla batteria c’è il tedesco Jochen Rueckert, già forte dell’esperienza con Marc Copland, Kurt Rosenwilken, John Abercrombie, Pat Metheny ed altri. Infine il brasiliano Rogerio Boccato è ospite in un brano alle percussioni. Ultimo ma non meno importante è poi il Crosby Street String Quartet con una classica formazione ad archi costituita da due violini, una viola e il violoncello.

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