R E C E N S I O N E


Recensione di Mimmo Stolfi

Un album come Gargantua non si lascia avvicinare con le categorie abituali dell’ascolto. Impone una postura diversa, quasi fisica: stare dentro il suono e accettarne la pressione, seguendone le derive senza pretendere subito una forma. Simon Hanes lavora su un’idea di composizione che ha qualcosa di vorace, nel senso più rabelaisiano del termine, e il riferimento nel titolo chiarisce subito la direzione: l’eccesso come principio costruttivo.

L’organico è la prima dichiarazione di poetica: tre batterie, tre bassi elettrici, tre tromboni, tre corni francesi, tre voci. Una simmetria che potrebbe sembrare concettuale, e che invece si traduce in un corpo sonoro densissimo, continuamente in bilico tra saturazione e trasparenza. Non su tratta di semplice accumulo, perché la scrittura governa questa abbondanza con una lucidità quasi geometrica. L’impressione, fin dai primi minuti, è quella di un sistema che si espande e si contrae, come se la materia musicale respirasse.

L’apertura, A Series of Waves Tremble in a Sea of Blood, introduce subito questa ambiguità: un incedere che richiama sirene lontane, voci che si stratificano in una tensione quasi liturgica, poi l’ingresso degli ottoni, che non esplodono ma si insinuano, modificando lentamente il campo armonico. È una musica che lavora per slittamenti, per micro-variazioni, e che chiede all’ascoltatore una disponibilità rara, quella di rinunciare alla previsione. Da qui in avanti, Gargantua procede come un montaggio cinematografico, dove ogni sequenza non cancella la precedente ma la deforma. In The Number of the Beast Is 666 affiora un gusto quasi madrigalesco, una scrittura vocale che sembra guardare al Rinascimento attraverso uno specchio deformante, mentre gli ottoni costruiscono un contrappunto volutamente instabile. Subito dopo, Submit to the Fabulosity rovescia tutto: ritmo ossessivo, stratificazioni di suoni che sfiorano il collasso, frammenti che si accavallano come citazioni impazzite, da Stravinsky a suggestioni pop, in un flusso che ha qualcosa di volutamente esagerato e insieme perfettamente controllato.

Qui si coglie uno dei nodi centrali del lavoro: l’umorismo. Non è mai un elemento ornamentale, piuttosto una forza strutturale. Hanes sembra aver interiorizzato una lezione che passa tanto da Frank Zappa quanto da un certo surrealismo britannico, e la restituisce in forma musicale: il paradosso, lo scarto improvviso e l’ironia che convivono con una disciplina ferrea. Una musica che, come uno sketch dei Monty Python, appare fuori controllo mentre segue una struttura consolidata. Il risultato può apparire a volte caotico, ma in realtà si fonda su un controllo quasi maniacale delle relazioni interne.

Il vertice di questa tensione è Lucifer / Aureum Chaos, quindici minuti in cui la materia sonora si addensa fino a diventare quasi opaca. Le batterie costruiscono un reticolo ritmico che non concede tregua, i bassi si muovono come placche tettoniche, gli ottoni emergono a ondate, mentre la voce attraversa tutto questo con una linea che conserva un residuo di lirismo. L’ascolto diventa un’esperienza immersiva, una sorta di eruzione vulcanico in continua trasformazione. Tuttavia, proprio dentro questa densità, emergono zone di sospensione.

Moirai è forse il momento più sorprendente: le tre voci si intrecciano su note lunghe, quasi immobili, mentre i corni ampliano lentamente lo spazio armonico. Il suono si fa rarefatto, come se l’intero edificio dell’album si fermasse per mostrare la propria ossatura. È in questi passaggi che si percepisce la qualità della scrittura, la capacità di Hanes di lavorare su un’idea di tempo che non coincide con la semplice successione degli eventi.

Il riferimento al cinema, evocato più volte, non è casuale. Gargantua sembra costruito per immagini sonore, per scene che si susseguono senza necessariamente cercare una continuità narrativa tradizionale. Piuttosto, si ha la sensazione di attraversare un mondo, con le sue regole interne, le sue deformazioni, i suoi momenti di violenza e di quiete. In questo senso, l’album si colloca in una zona di confine, dove la composizione contemporanea incontra il jazz d’avanguardia, il teatro musicale e una certa idea di colonna sonora immaginaria.

Non sorprende che un progetto del genere possa risultare ostico. Richiede attenzione e una disponibilità che oggi non è scontata. Ma proprio in questa richiesta risiede la sua forza. Hanes lavora contro la semplificazione, contro l’idea di un ascolto immediato e consumabile. Ogni brano esiste in funzione dell’insieme, ogni dettaglio acquista senso solo dentro una visione più ampia.

Alla fine, resta una sensazione difficile da definire, qualcosa che ha a che fare con la dismisura ma anche con la precisione, con il gioco ma anche con una serietà radicale. Gargantua non è un disco che si lascia riassumere, né addomesticare. Ma continua a lavorare dentro anche dopo averlo ascoltato fino alla fine, come uno strano organismo che non smette di mutare.

Tracklist:
01. A Series Of Waves Tremble In A Sea Of Blood (7:12)
02. Gigantes (3:48)
03. Knockandrow (5:26)
04. Lacerated By A Flying Shard (2:27)
05. The Number Of The Beast Is 666 (3:35)
06. Submit To The Fabulosity (7:14)
07. Moirai (4:54)
08. Lucifer / Aureum Chaos (15:36)
09. I Am (5:29)
10. Hekla 1970 (3:48)

Voci: Priya Carlberg, Isa Crespo Pardo, Jolee Gordon
Corni francesi: Kevin Newton, Noah Fotis, Blair Hamrick
Tromboni: Jen Baker, Jacob Garchik, Colin Babcock
Bassi elettrici: Anna Abondolo, Jesse Heasly, Trevor Dunn
Batterie: Jon Starks, Matt Bent, Kevin Murray

Photo © Jacob Garchik

Rispondi

In evidenza

Scopri di più da Off Topic Magazine

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere