R E C E N S I O N E

Recensione di Lucio Vecchio

Aquele Aabraço è un omaggio al mondo senza tempo della bossa nova che non si limita a brani brasiliani. Il duo Francesca Leone (voce) e Guido Di Leone (chitarra) ha reinterpretato in chiave personale anche capolavori di altri generi, creando un ponte tra la musica brasiliana, gli standard jazz e persino alcune perle della canzone italiana. D’altra parte, la bossa nova è un genere musicale che fonde il samba con gli elementi del jazz, creando un sound più sofisticato e intimo.

Il CD, proposto dall’etichetta Abeat Records, include brani dei maestri brasiliani come Tom Jobim, Vinicius De Moraes, Edu Lobo e Gilberto Gil, ma anche di artisti internazionali come Cole Porter e Jule Styne. Non mancano riletture di brani di Pino Daniele e Franco Cerri.
Oltre a Francesca Leone e Guido Di Leone, l’album vede la partecipazione di una fidata sezione ritmica composta da Gianluca Fraccalvieri al basso acustico e Fabio Delle Foglie alla batteria. Ospite speciale è il pianista e cantante Mario Rosini, che duetta con Francesca Leone in alcune tracce.

Ad Adeus America è affidato il compito di aprire il disco. La canzone nasce in un periodo di grande influenza della cultura americana in Brasile, in particolare dopo la seconda guerra mondiale. Generi musicali come il boogie-woogie e lo swing stavano diventando molto popolari, talvolta mettendo in ombra la musica nazionale. Adeus América si inserisce in questo contesto con un forte spirito nazionalista. Il brano è una sorta di “dichiarazione di intenti” musicale: il protagonista, che si sente sopraffatto dalle influenze straniere, esprime il desiderio di tornare al “suo” Brasile, alla sua musica e alle sue tradizioni. Abbandona i “boogie woogie, woogie boogie” e lo “swing” per tornare alla “cuíca“, al “tamborim” e al “samba“. Il testo, ironico e al contempo patriottico, rifiuta le espressioni inglesi come “lights“, “all rights“, “good nights“, e sottolinea il bisogno di una samba “fatto solo per me“. La canzone rimane un esempio emblematico di come il samba abbia saputo reagire e integrare le influenze esterne, riaffermando al contempo la propria identità e unicità. Nella reinterpretazione la chitarra di Guido Di Leone risulta fin da subito il connubio ideale per la voce di Francesca Leone.
Le atmosfere si fanno subito più languide con il brano People in cui Francesca Leone duetta con Mario Rosini in una canzone iconica che fa parte del musical di Broadway del 1964 Funny Girl, con protagonista la leggendaria Barbra Streisand nel ruolo di Fanny Brice. Il testo di People è semplice ma dal significato profondo: le persone che hanno bisogno di altre persone sono le più fortunate. Questo concetto, apparentemente controintuitivo, sottolinea l’importanza delle relazioni umane, del legame e del supporto reciproco. La canzone riflette il desiderio universale di amore e accettazione, rendendola un inno intimo e allo stesso tempo universale. L’interpretazione proposta nel disco, seppur eseguita in trio, non fa rimpiangere la versione originale suonata da una orchestra, anzi, ne modernizza i tratti spogliandola degli archi, lasciando intatte le atmosfere.
Si ritorna in brasile con Você vai ver una canzone meno conosciuta rispetto ad altre perle di Antonio Carlos Jobim, ma è un esempio magnifico del suo genio compositivo. La melodia, supportata dalla sezione ritmica, è tipicamente jobimiana: dolce, malinconica e intrisa di un senso di nostalgia. Le armonie sono complesse ma scorrono con una naturalezza disarmante, riflettendo la maestria del quartetto di combinare accordi jazz e ritmi brasiliani. La canzone evoca un’atmosfera intima, quasi come una conversazione sussurrata tra due innamorati. Il titolo, che significa “Tu vedrai“, suggerisce una promessa o una sorta di premonizione. Il testo, come in molte canzoni di Jobim, è poetico e si concentra su temi d’amore, malinconia e bellezza della natura, spesso con un tono agrodolce. Spicca nella parte centrale la maestria di Di Leone alla chitarra.
Eu preciso dizer adeus è un’altra perla del repertorio di Antonio Carlos Jobim, ma in questo caso con la collaborazione del suo storico partner, il poeta e paroliere Vinicius de Moraes. La canzone, il cui titolo si traduce con “Ho bisogno di dire addio“, è intrisa di una profonda malinconia, un tema ricorrente nella musica di Jobim e nelle poesie di Vinicius. Il testo parla della dolorosa necessità di porre fine a una relazione, un addio che non è dettato dalla mancanza di amore, ma da una consapevolezza amara e dolorosa. Il brano, che Di Leone suona in punta di piedi anzi… di dita, allarga il cuore.
Molto bello ed originale l’intro della title track Aquele Abraço con un inedito duetto di basso elettrico e la voce della Leone che introducono gli altri strumenti. Vale la pena soffermarsi su questa canzone che è fra le più significative e potenti della musica brasiliana, un vero e proprio inno che racchiude un periodo storico drammatico e una profonda emozione. Non è solo un brano musicale, ma un simbolo di resistenza, speranza e addio. La storia di questa canzone è indissolubilmente legata alla dittatura militare in Brasile. Nel 1968, l’intensificarsi della repressione portò all’arresto di Gilberto Gil e del suo amico e collega Caetano Veloso, figure di spicco del movimento artistico e culturale del Tropicalismo, che il regime vedeva come una minaccia. I due artisti furono imprigionati senza un’accusa formale e subirono mesi di detenzione in una caserma di Rio de Janeiro. È proprio in questo contesto di privazione della libertà che Gilberto Gil ha avuto l’ispirazione per la canzone. Durante la sua prigionia, i soldati lo salutavano spesso con l’espressione “aquele abraço Gil!” (traducibile più o meno in: “Un forte abbraccio, Gil!”), che era un famoso slogan televisivo di un comico dell’epoca. Nonostante non avesse la televisione in cella e non ne conoscesse l’origine, Gil trovò in quella frase un’ironia amara e al tempo stesso un’affettuosa forma di saluto che lo toccò profondamente. Dopo essere stato rilasciato dalla prigione, Gil e Caetano furono costretti all’esilio a Londra. Proprio durante un volo per Rio de Janeiro, prima della partenza definitiva, Gil scrisse il testo di Aquele Abraço di getto, su un tovagliolo di carta. La canzone divenne il suo modo di salutare e abbracciare idealmente la sua città e il suo Paese, che doveva lasciare contro la propria volontà. Il testo è una celebrazione di Rio de Janeiro, un mosaico di immagini e sensazioni che Gil si porta via con sé. Menziona il famoso quartiere di Realengo, dove fu detenuto, rendendo un saluto ironico ai suoi carcerieri. C’è un verso che dice “Il Rio de Janeiro continua a essere bello“, che è sia un’affermazione di speranza, sia un’accusa sottile contro le brutture del regime che stava oscurando quella bellezza. La canzone è un capolavoro di positività e resistenza: invece di rispondere all’ingiustizia e al dolore con rabbia o lamento, Gilberto Gil risponde con un samba allegro e un abbraccio simbolico, trasformando la sua sofferenza in un atto di amore e speranza per il futuro del Brasile. Aquele Abraço è diventato un vero e proprio simbolo di lotta pacifica, un’espressione di nostalgia e un augurio di libertà. Nella versione proposta in questo disco risultano molto divertenti gli scat della Leone e di Rosini che sottolineano il carattere drammaticamente giocoso del pezzo.
Le atmosfere tornano a rarefarsi in Canção do amanhecer, un’altra gemma della collaborazione tra Edu Lobo e Vinicius de Moraes, due figure centrali della musica brasiliana. Sebbene non abbia raggiunto la stessa fama di altri loro pezzi, è un esempio perfetto della loro capacità di creare atmosfere musicali delicate e poetiche. Il titolo, che significa “Canzone del alba“, già suggerisce il mood del brano: un risveglio, un nuovo giorno che inizia, con tutta la speranza e la malinconia che questo momento porta con sé. Il testo di Vinicius de Moraes è pieno di immagini legate alla natura, alla luce dell’alba che filtra e al risveglio dei sentimenti. Gli arrangiamenti musicali proposti in questa versione si sposano perfettamente con il testo. La melodia è dolce e fluida e crea un’atmosfera intima e sognante.

Dream Dancing è un perfetto esempio dello stile inconfondibile di Cole Porter: elegante, romantico e con un tocco di malinconia sofisticata. La canzone esplora l’idea di un amore idealizzato e surreale. Il narratore invita l’amata a ballare non su una pista da ballo reale, ma in un mondo di fantasia, “nell’estasi di una melodia sognante“. È una fuga dalla realtà in un regno dove il loro amore può esistere in forma pura e perfetta. Porter usa il ballo come metafora per una relazione romantica e armoniosa. Il “dream dancing” rappresenta l’intesa perfetta, la sintonia e la magia di due persone che si muovono all’unisono, non solo fisicamente ma anche emotivamente. L’intesa fra chitarra e voce è sinuosa, elegante, divertente e riflette perfettamente l’accordo idealizzato da Porter.
Il brano E cercame e capi’ di Pino Daniele è una canzone significativa e toccante, parte del suo album Nero a metà, pubblicato nel 1980. È un brano molto intimo, in cui Pino Daniele mette a nudo le sue fragilità. In questa versione torna il duetto Leone – Rosini che rende omaggio al cantautore partenopeo in maniera egregia alternandosi e completandosi.
Lobo Bobo è una geniale rivisitazione della favola di Cappuccetto Rosso in chiave umoristica e moderna. Il “lobo mau” (lupo cattivo) della storia originale, viene completamente ribaltato. La Cappuccetto Rosso della canzone non è una bambina indifesa, ma una donna moderna, con un costume da bagno (de maiô), che non si fa spaventare dalle insistenze del lupo. L’ironia della canzone sta nel fatto che il lupo si ritrova a fare la figura del “lobo bobo” (lupo sciocco) e finisce per essere sottomesso, portato al guinzaglio da Cappuccetto Rosso. La versione proposta restituisce la freschezza e l’ironia del brano originale.
Stazione Termini è considerata ormai uno standard jazz italiano, nato dalla collaborazione tra Franco Cerri (musica) e Alberto Testa (testo). Il brano evoca un’atmosfera di profonda malinconia. Il titolo stesso, Stazione Termini, colloca la scena in un non luogo di partenze e arrivi, simbolo di addii e ritorni. Nel testo, si parla di una “domenica con gli occhi lucidi” in cui “qualcuno se ne va“. La stazione diventa così uno scenario di solitudine e tristezza, dove si consuma una separazione dolorosa. La suggestione della città che “resta vuota” e il protagonista che torna a casa “parlando col soffitto di te” rafforzano il senso di vuoto lasciato da chi è partito. Molto delicato l’intro di chitarra suonato da Di Leone.
Il titolo, Samba torto, è una provocazione. “Torto” in portoghese significa storto, sbagliato, ma anche ingiusto. La canzone è un’autocritica ironica e un’ode alla sua stessa imperfezione. Jobim e De Oliveira giocano con l’idea di un samba che non segue le regole, che è sbilenco e non perfetto, ma proprio per questo è autentico e sincero. L’umorismo traspare dal testo, che descrive un samba imperfetto, che non ha niente a che fare con il ritmo. È un’accettazione della propria unicità, un’affermazione del fatto che la musica, per essere vera, non deve necessariamente aderire a standard rigidi.
Si torna a Napoli e ritorna il duo Leone – Rosini con Aggio perduto ‘o suonno, un classico della canzone Napoletana. Il testo è un grido d’amore e di sofferenza. Il protagonista è tormentato dalla gelosia e dalla paura di perdere la persona amata al punto da non riuscire più a dormire. “Stong sulo je” (“sono solo io”), canta il protagonista, mentre “tutt’ dormono” (“tutti dormono”), sottolineando la sua solitudine e la sua ossessione d’amore. È un testo che non si concentra sul rimpianto di un amore perduto, ma sulla sofferenza di un amore presente, ma turbato dalla gelosia e dall’incertezza.
Onde anda você è un inno alla saudade, quel sentimento tipicamente portoghese e brasiliano che non ha un’esatta traduzione e che mescola nostalgia, malinconia e un desiderio profondo e agrodolce per qualcosa o qualcuno che si è perduto. Nel testo vi è una domanda esistenziale e struggente: “E a proposito di nostalgia, dove sei tu?“. Il poeta vaga per i luoghi che un tempo condivideva con l’amata (“la routine dei bar“), ma questi luoghi, pur portandone il ricordo, sono ora vuoti e privi di senso. La canzone esprime la speranza che l’amore perduto possa ricomparire, perché la sua assenza rende la vita senza ragion d’essere.
Deixa isso pra lá significa letteralmente “lascia stare” o “lascia perdere“. Il testo è una sorta di inno alla spensieratezza e all’ottimismo, un invito a non preoccuparsi dei problemi e a godersi la vita nella tipica atmosfera di cambiamento sociale e culturale degli anni ’60 e ’70. La frase ricorrente, “deixa isso pra lá“, diventa un mantra liberatorio. Interessante l’intro di batteria che crea l’aspettativa e l’assolo di chitarra che prende la scena dopo che il veloce ed intenso testo gli lascia spazio.
Il disco si chiude con la struggente O grande amor una canzone che esplora l’idea che, a dispetto di tutto, “ci sarà sempre un uomo per una donna“, e che il vero amore ha il potere di superare la sofferenza e la falsità. È un messaggio di speranza: anche dopo delusioni e sofferenze, un amore profondo e sincero è destinato a trionfare.

Aquele Abraço è un disco elegante, raffinato un lavoro equilibrato. Il duo dimostra una profonda sensibilità nella rilettura dei brani, mantenendone l’essenza originale ma arricchendoli di nuove prospettive interpretative. L’approccio è maturo e la competenza tecnica è sempre al servizio dell’espressione musicale, senza ostentare virtuosismi fini a se stessi.

Tracklist:
01. Adeus America (02:29)
02. People (03:39)
03. Você vai ver (04:00)
04. Eu preciso dizer adeus (03:26)
05. Aquele abraço (04:33)
06. Cançao do amanhecer (05:02)
07. Dream dancing (02:46)
08. E cercame e capi’ (03:14)
09. Lobo Bobo (03:46)
10. Stazione Termini (03:54)
11. Samba torto (02:32)
12. Aggio perduto o suonno (04:09)
13. Onde anda você (02:19)
14. Deixa isso pra la’ (03:08)
15. O grande amor (02:04)

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