R E C E N S I O N E


Recensione di Mimmo Stolfi

Mal Waldron non è mai stato un pianista seducente. Il suo linguaggio richiede una vera disponibilità, bisogna accettare che il tempo si dilati, che l’idea musicale non si offra ma si costruisca, quasi per attrito. In questo senso, Stardust & Starlight: Live at the Jazz Showcase non è soltanto un prezioso documento d’archivio, ma una lezione di ascolto.
Registrato nell’agosto del 1979, il disco cattura Waldron in una fase di piena maturità espressiva. Il contesto è quello tipico dei club americani dell’epoca: spazio compresso, pubblico vicino, un’energia quasi tattile. Ma ciò che colpisce è come Waldron riesca a trasformare quell’ambiente in una camera di risonanza interiore. Il suono si concentra e scava nei recessi dell’armonia.

Il suo stile pianistico, spesso avvicinato a quello di Thelonious Monk per l’uso di cellule ripetitive e di una certa spigolosità armonica, si distingue per una qualità ipnotica più insistita, quasi ossessiva. La mano sinistra lavora per blocchi, costruendo ostinati che non accompagnano ma vincolano il discorso. La destra, invece, non cerca mai la brillantezza: procede per frammenti, per linee che sembrano interrogarsi più che affermarsi. In questa tensione nasce una musica cupa e minacciosa, che si addensa nell’aria come un temporale.
Chi ha ascoltato Waldron accanto a Billie Holiday riconoscerà qui quella stessa disciplina del silenzio: ogni nota pesa, ogni pausa è una scelta morale prima ancora che estetica. Dopo il crollo mentale del 1963, che lo costrinse a ricostruire da zero la propria memoria musicale, il suo pianismo ha perso ogni residuo ornamentale. È diventato essenziale, quasi severo. Ed è proprio questa severità a renderlo, paradossalmente, così moderno.

Fin dall’apertura con All Alone, il tratto distintivo di questo live è evidente: il suono è denso, il tocco è denso, quasi percussivo, come se ogni nota dovesse essere verificato prima di esistere. Quando entrano il bassista Steve Rodby e Wilbur Campbell alla batteria, non si instaura una dinamica di accompagnamento, ma una forma di coabitazione. Il trio respira nello stesso spazio, senza gerarchie evidenti. In All God’s Chillun Got Rhythm emerge uno swing trattenuto, contratto, che rinuncia a una propulsione scontata per lavorare su micro-variazioni interne. La batteria sussurra, il contrabbasso articola più che sostenere, Waldron, al centro, modella la materia armonica dall’interno, come se ne tastasse continuamente la resistenza. Uno dei suoi temi più memorabili, Fire Waltz, diventa un laboratorio. Le strutture del brano vengono riportate a una tensione originaria che evita qualsiasi automatismo.

Una delle sezioni più intense del disco è quella in solo, dove Waldron affronta materiali arcinoti come I Thought About You, It Could Happen to You e ’Round Midnight. Qui la sua poetica emerge con maggiore chiarezza: la melodia non è mai il punto di arrivo, ma un pretesto per esplorare la densità del tempo. Le frasi si allungano, si spezzano, ripetendosi con minime variazioni. È un modo di suonare che sembra guardare tanto alla tradizione quanto a una forma embrionale di minimalismo. Quando torna il trio in Stella by Starlight, si avverte una tensione più mobile, quasi un’eco bebop filtrata attraverso un pensiero più lento e riflessivo. Nulla è concesso all’ovvio.

L’ingresso di Sonny Stitt segna un cambio di temperatura. In Old Folks e soprattutto in «Stardust», i sassofoni, rispettivamente contralto e tenore, introducono una dimensione più narrativa ed esplicitamente lirica. Stitt porta con sé una fluidità che contrasta, senza mai scontrarsi, con l’architettura austera di Waldron. Il dialogo che ne nasce è tra due concezioni del suono: una lineare, discorsiva; l’altra circolare, quasi meditativa.

Ciò che questo album inedito rende evidente è anche la natura profondamente etica del pianismo di Waldron. Non si tratta solo di stile, ma di postura. In un’epoca che spingeva verso l’espansione, la velocità e la fusione dei linguaggi, Waldron sceglieva la riduzione, la concentrazione e la ripetizione come forma di resistenza. La sua musica non rifiuta la tradizione, la piega fino a costringerla a parlare con una voce nuova… Ed è proprio in questa torsione, discreta ma incessante, che si misura la sua grandezza.

Ascoltare oggi Stardust & Starlight significa entrare in un tempo diverso, più lento e più esigente. Un tempo in cui l’improvvisazione non è esibizione, ma ricerca, e il pianoforte diventa uno strumento di scavo. Waldron non cerca mai di assecondare l’ascoltatore. Rimane lì, saldo, a interrogare poche note fino a farle diventare necessarie. E in quella necessità, quasi impercettibile, si apre uno spazio che continua a vibrare molto dopo che il suono si è spento.

Tracklist:
01. All Alone [6:25]
02. All God’s Chillun Got Rhythm[10:35]
03. Fire Waltz[11:09]
04. I Thought About You[8:07]
05. It Could Happen To You [5:46]
06. ‘Round Midnight [6:45]
07. Stella By Starlight[11:11]
08. Old Folks[3:02]
09. Stardust [4:37]

Mal Waldron – piano
Steve Rodby – bass
Wilbur Campbell – drums
Sonny Stitt – alto saxophone (tracks 8 and 9)

Photo Mal Waldron © Christian Rose – Roger Viollet

Rispondi

In evidenza

Scopri di più da Off Topic Magazine

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere