R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Dopo tutta l’attenzione dedicata ai sogni, coi loro significati latenti e manifesti che hanno giustificato una delle filosofie più fortunate e diffuse nella Storia dell’Occidente, l’avventura di Georges Ivanovič Gurdjieff iniziava in Europa più o meno nello stesso periodo con un motivo di fondo paradossalmente opposto. Se la psicoanalisi individuava nel mondo onirico un Altrove pieno di significati simbolici da decriptare, per Gurdjieff gli esseri umani avrebbero dovuto invece svegliarsi, riflettendo su un invito peraltro già presente nei Vangeli. Le persone vivono, secondo quanto affermava l’esoterico filosofo armeno, in un perenne stato di torpore ed hanno della realtà una visione amputata. Credono di possedere un Io che è invece una raccolta di frammenti tra loro separati, per cui gli individui non desti non possono esprimere nessun atto veramente volontario ma solo reiterare comportamenti automatici, a meno di recuperare la loro integrità cosciente. Al di là di chi fosse realmente Gurdjieff, oltre la sua visione dell’esistenza che si dice racchiudesse un’antica sapienza tradizionale mediorientale, egli ha lasciato una serie di composizioni, tradotte inizialmente per pianoforte e per orchestra dal pianista e compositore russo Thomas de Hartmann. Queste creazioni sono state riprese dallo straordinario Gurdjieff Ensemble diretto dal libanese Levon Eskenian – attualmente vive in Armenia – che ha provveduto a rivederle e riarrangiarle per la sua orchestra di dodici elementi, tutti alle prese con strumenti rigorosamente acustici e di provenienza tradizionale asiatica.

In questo ultimo Zartir – in armeno significa svegliati! – proposto da ECM così come la coppia di lavori precedenti Music of Georges I.Gurdjieff (2011) e Komitas (2015), vengono rivisitati non solo brani attribuibili alla coppia Gurdjieff-De Hartmann ma anche composizioni di poeti e musicisti armeni vissuti in periodi diversi, come Baghdasar Dpir nel ‘600 e la coppia di ashoughs (trovatori) Sayat Nova del’700 con il più recente Jivani che operò nell’800. Del resto si racconta che anche il padre del filosofo armeno fosse stato uno di questi cantori erranti. Le musiche selezionate dal Gurdjieff Ensemble sono poesie, inni, orazioni, meditazioni filosofiche che viaggiano nel Tempo senza fissa dimora, dimostrando un carattere universale in cui raccoglimento, devozione religiosa e amore per la vita si fondono in una corroborante trasfusione per lo Spirito. Eskenian, dal canto suo, definisce queste musiche trasformative, individuandone le caratteristiche fondamentali che dovrebbero teoricamente essere presente in ogni forma d’arte. Abituati come siamo al consumo, oggigiorno praticato quasi con atteggiamento predatorio, istrionizzati da autori prolissi che impongono tutt’al più il gusto del carino, anziché del bello, potremmo faticare ad allinearci alle idee presenti in questo album, caratterizzate da una spontanea tendenza alla religiosità. Questo termine, però, non va inteso come culto nei riguardi di una divinità ma come attrazione verso l’Assoluto o comunque, se proprio non siamo interessati alla metafisica, come tendenza a diventare essere umani migliori. Esiste quindi un legame profondamente risonante tra la musica di Gurdjieff e il suo pensiero, non ci sono camaleontismi, ma semmai le trasformazioni evidenziano l’incontro tra mondi diversi, popoli nomadi o stanziali che hanno portato con loro canti e danze e forse anche un pensiero recuperato dalle sabbie del Tempo. Può sembrare un paradosso che i brani suonino con un andamento ipnotico ma il risveglio di cui parla Gurfjieff passa anche attraverso un’attenzione rivisitata al nostro corpo, al controllo della postura, allo svuotamento della coscienza quand’essa sia colma di detriti legati all’abitudine. Tutti i brani sono eseguiti dai membri dell’Ensemble, compresi i suggestivi interventi vocali. Nell’ultima traccia dell’album si aggiunge anche il Coro Nazionale da Camera dell’Armenia, diretto da Robert Mlkeyan. Dato l’elevato numero dei musicisti partecipanti elencherò i loro nomi alla fine della recensione. Ma parleremo subito degli strumenti che vengono utilizzati per queste musiche, almeno di quelli più conosciuti. Li raggruppiamo in tre categorie. Gli aerofoni come il duduk e il blul che sono flauti lignei, il pku simile al clarino. Poi ci sono i cordofoni come la kamancha, una specie di violino, il kanon, più o meno come una nostra cetra, l’oud ormai abbondantemente usato anche nel mondo occidentale, che sarebbe poi l’antenato del liuto europeo, il tar, il santur che è un cordofono ma a percussione, il catrame vicino al mandolino e il burvar, anch’esso simile al liuto. In ultimo ci sono gli strumenti a percussione veri e propri come il tmbuk, un tamburo di piccole dimensioni, il dap o daf, un grande tamburo a cornice, campane tibetane, triangoli, cimbali e campanelle.

Si comincia subito bene con Pythia basata fondamentalmente sul bordone ripetitivo di un intervallo sopra un semitono. Una danza lenta, sensuale, apollinea come suggerisce il titolo stesso. La musica è molto visiva e quasi proietta le sue immagini davanti ai nostri occhi. A metà brano cambia momentaneamente il clima e il tema diventa più scandito, quasi marziale. N°10 si distende su una base di cordofoni che segna un ¾ sulla quale il duduk traccia una semplice melodia, ma sono gli strumenti a corda che narrano le loro subitanee, scivolose malinconie. Sayyid Chant and Dance N°41 evoca inizialmente spazi e distanze in armonie rigorosamente modali ma in un secondo tempo il brano diviene una danza lenta, dai temi fortemente nostalgici. Introduction and Funeral Ceremony, data l’indicazione del titolo, è un lungo lamento funebre in cui uno tra i duduk simula una voce umana, mentre gli altri ne sostengono l’antifona. Le percussioni accompagnano lentamente, un passo dopo l’altro, lo snodarsi del mesto corteo. Ma la tristezza non ha la meglio, perché la melodia è talmente intensa che sovrasta con la sua spontanea bellezza ogni altro sentimento. L’Oriental Dance che segue non ha nulla di dionisiaco ma sembra una meravigliosa danza slava, anche questa raccontata coi toni sommessi di una felicità contenuta. La qualità delle proposte musicali si fa via via eccellente fino ad arrivare a Kankaravar Enker, primo brano cantato, composto da Jivani, morto nei primi anni del ‘900. I versi, molto belli, si rivolgono con rispetto ad un amico “…tu sei un cittadino, io solo un germoglio di campagna”. Il cantato è molto suggestivo ma difficile da recepire appieno coi suoi continui melismi e l’asciuttezza dell’accompagnamento di un bordone di duduk, forse suonato con la tecnica della respirazione continua con in più la sovrapposizione della kamancha e del tar. Dard mi Ani, di Sayat Nova, sposta il centro del canto in modo ancora più radicale verso un paradigma melodico costruito sulle scale arabe – quanta similitudine con il canto flamenco, anch’esso dovuto al passaggio della conquista islamica in Europa – e sostenuto dalla voce piena e intonatissima di Vladimir Papikian. Thirthy Gestures è un breve brano dotato di grazia sinuosa, solo strumentale. Prayer and Despair cerca di vincere l’afasia della sofferenza con una preghiera da brividi, dove si può ascoltare l’inserimento di un contrappunto classicamente occidentale, condotto da tre duduk che hanno vari aspetti timbrici. L’unione di questa tecnica armonica con la tipica bordonatura orientale e l’atmosfera densa e meditativa che si sprigiona dal brano, pare racchiudere in sé il mistero gioioso e doloroso insieme della vita nomade. Forse raramente Gurdjieff si è sentito così solidale con i passati maestri trovatori della sua terra d’origine. Sayyd Chant and Dance N°42 continua la grazia della traccia precedente, accoppiando una musica cantabile piena di sfaccettature oscure con una meravigliosa danza finale. La lettura complessiva poggia su una scarnita e affascinante melodia, dall’aria più greca che non propriamente armena per via del particolare utilizzo del kanon e dello oud.

Ashkharhes Me Panjara E (= il mondo è una finestra) è un canto ancora attribuito a Sayat Nova, forse il momento meno appetibile dell’album, nonostante il testo profondamente poetico, “...questo mondo non rimarrà per noi, non importa quanto ci siamo messi a far festa e quanto ci siamo divertiti”. Trembling Dervish sottolinea quasi il timore estatico della danza roteante dei dervisci, cioè dalla sofferenza alla conoscenza. Zartir è un canto antico di Baghdasar Dbir, sempre impegnativo da seguire per i continui glissati della voce che appaiono al nostro orecchio piuttosto insoliti. Ultimo brano è The Great Prayer colmo di una tensione quasi raggelante, con la presenza mistica del Coro da Camera che ne aumenta il senso profondamente misterico. Davanti all’inviolabilità del destino che ci porterà alla morte non c’è molta da scherzare, sembra suggerirci Gurdjieff, e la liberazione della coscienza dall’insostenibile pesantezza dell’ignoranza diventa il punto cruciale per una certa forma di salvezza individuale.

C’è qualcosa di solenne, in questo album pervaso di laceranti malinconie. C’è la memoria dell’Origine e dell’Identità di un popolo, i due capisaldi di ogni idea di Tradizione. Ma tutto ciò non va inteso come una preservazione museale bensì come il tentativo di rinascita spirituale attraverso la prassi di una filosofia, come quella di Gurdjieff, che sembra da un lato esprimere una lucida considerazione analitica dell’Uomo e dall’altro puntare allo svelamento – non alla ri-velazione – del vero Essere attraverso l’arte. La Musica diventa così il mezzo, non il fine, di una nuova esistenza.

NB: Mi permetto di aggiungere un piccolo appunto personale, a chiosa di tutto. Nella seconda metà degli anni ’90, ispirato dalle letture di Gurdjieff e dalla curiosa piega mistica che avevo adottato a quel tempo, conobbi a Istanbul, in modo inverosimile, un anziano insegnante sufi. Un uomo gentile e dall’aria autorevole, che in un pomeriggio trascorso davanti alla botta anfetaminica di una decina di tazze di caffè turco, mi parlò a lungo della filosofia legata al sufismo, di Rumi e proprio di Gurdjeff che il tipo faceva intendere di aver conosciuto. Dopo una decina d’anni, smaltita la sbornia misterica, tornai ad Istanbul e senza troppa convinzione – forse il Maestro data l’età poteva essere morto – lo cercai nello stesso posto dove lo conobbi. I camerieri del locale mi dissero che non solo il sufi era vivo e vegeto ma che era stato lì fino a un minuto prima, lasciando la sua giacca abbandonata su una sedia. Lo aspettai a lungo ma egli non si fece più vedere. Infilai un biglietto nella tasca della giacca, solo un saluto, nell’ingenua speranza che potesse ricordarsi di me.

Di seguito l’elenco dei musicisti del Gurdjieff Ensemble:
Levon Eskenian: Direttore artistico
Emmanuel Hovhannisyan: duduk,pku
Norayr Gapoyan: duduk, basso duduk, pku
Avag Margaryan: blul
Armen Ayvazyan: kamancha
Aram Nikoghosyan: oud
Meri Vardanyan: kanon
Vladimir Papikyan: santur, voce
Davit Avagyan: catrame
Mesrop Khalatyan: dap, tmbuk, campane, triangolo
Astghik Snetsunts: kanon
Orestis Moustidis: tombak
Gagik Hakobyan: duduk

Tracklist:
01. Pythia (3:35)
02. No. 10 (3:18)
03. Sayyid Chant and Dance No. 41 (3:16)
04. Introduction and Funeral March (5:20)
05. Oriental Dance (1:56)
06. Kankaravor Enker (4:16)
07. Dard mi ani (3:55)
08. Thirty Gestures (1:16)
09. Prayer and Despair (4:42)
10. Sayyid Chant and Dance No. 42 (3:40)
11. Ashkharhes Me Panjara e (4:17)
12. Trembling Dervish (4:24)
13. Zartir (4:19)
14. The Great Prayer (7:11)

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