R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Immaginate di essere nati in Austria e che i vostri genitori vi abbiano chiamato Wolfgang. Poi fantasticate ulteriormente e figuratevi di studiare musica per farne una professione. Forse Wolfgang Muthspiel, austriaco cinquatottenne, tra i migliori chitarristi jazz al mondo – nonché incluso nella rosa circoscritta dei miei preferiti in assoluto – era proprio un predestinato. Che lo sia stato o no, stiamo parlando di un musicista che ha inciso circa venticinque album come titolare e che ha suonato insieme ad artisti come Patricia Barber, Gary Burton, Brad Mehldau, Marc Johnson, Paul Motian, Ralph Towner, Dhafer Youssef ecc… Muthspiel passa con naturalezza dallo strumento elettrico a quello acustico e non solo, dimostrando un camaleontismo formale che lo porta, ad esempio, ad esprimersi anche in veste cantautoriale, così com’è avvenuto in passato con due potenti album dedicati a Vienna, Vienna Naked nel 2012 e Vienna, World del 2015 – se non li avete mai ascoltati è la volta buona per iniziare a farlo. Ma in questa circostanza ci occupiamo dell’ultimo suo album targato ECM – il quinto in assoluto partecipato per questa etichetta – che a causa del titolo Dance of the Elders (Danza degli Anziani) mi vede emotivamente coinvolto. Muthspiel è un chitarrista estremamente raffinato, meno intellettuale e forse meno tecnico di un Ralph Towner ma probabilmente più vicino ad uno spirito come quello dell’ungherese Ferenc Snetberger e non tanto per questioni storico-geografiche quanto per il tocco sulle corde che oltre ad una gentilezza intrinseca racchiude anche tutta la storia di una peculiare formazione classica.

Le timbriche selezionate sulla chitarra elettrica sono per lo più morbide, prive di distorsioni ed in questo disco – e non solo qui – sembrano quasi prevalere le sonorità più acustiche e soffici. Muthspiel è uno strumentista che non ha fretta, ha un approccio cauto alle corde, quasi volesse saggiarne in anticipo le potenzialità, come quei sommelier che prima di sorseggiare il vino se lo rigirano nel bicchiere per scrutarne tutte le potenziali qualità. Il suo jazz è meditato, riflessivo, l’incedere è riguardoso. Il linguaggio utilizzato è agnostico, non segue alcun credo stilistico e richiede solo un minimo di attenzione e di desiderio di ascolto, muovendosi lungo le rotte preferenziali della melodia e del… silenzio. Questo perché l’Autore austriaco tiene di buon conto le pause, quei segni sulle partiture che hanno valore numerico equivalente alla durata delle note e che molti musicisti tendono ad inglobare in flussi sonori continuativi, forse per dimostrare quanto siano veloci e tecnici sulla tastiera. Inoltre Muthspiel credo sia uno dei pochi autori che sappia scrivere un canone con cognizione di causa, così come ha fatto per il precedente Angular Blues (2020). Dal punto di vista emotivo, la musica di questo Autore è animata da un’intensa sensazione nostalgica, come fosse un correre continuo verso la coda di una cometa indefinita di ricordi. Ma…”ciò che si pensa è meno importante di quello che si ascolta” mentre si suona in gruppo, almeno così si esprime pubblicamente Muthspiel in una bella intervista raccolta da Marinella Barigazzi per Strumenti & Musica e pubblicata in rete nel 2016. Segno che l’attenzione e la concentrazione agli altri musicisti del gruppo in cui si suona, possono essere addirittura più importanti della propria voglia di esprimersi, se questo desiderio non si accompagna al rispetto, alla fiducia e considerazione dei propri compagni di viaggio. La reazione chimico-molecolare che si sviluppa tra gli elementi del trio formatosi, oltre cha da Muthspiel, dal contrabbassista Scott Colley – vedi recensioni qui – e dal batterista Brian Blade – ne parliamo anche qui e qui – sembra innescarsi autonomamente per dare luogo ad un elisir emozionale che si presta ad una somministrazione priva di effetti collaterali. L’album cresce, letteralmente lievita ascolto dopo ascolto e regala momenti di assoluto e profondo piacere.
Invocation ne è il preludio, un brano separato in due parti da una pausa silenziosa di qualche secondo. Come se fossero due pezzi autonomi, la prima sezione è un progressivo allargamento dello spazio sonoro, nel quale Muthspiel getta le sue esche saggiando le risposte dei due comprimari. All’inizio è solo chitarra elettrica con accordi gentili che si allargano come cerchi nell’acqua in mezzo alle trasparenze di campanule percussive. Poi, in modo quasi guardingo, la batteria saggia altri tipi di percussioni mentre il contrabbasso segue poco dopo con qualche nota riflettuta, cercando lentamente di prender coscienza di quello che diverrà il suo spazio espressivo. Ecco, questa prima porzione musicale di Invocation è costruzione prossemica, calcolo emozionale e ragionato di distanze, inizio di una relazione triadica destinata ad essere la vera anima dell’album. La seconda parte di questo brano inizia con una sovraincisione di due chitarre. Mentre la prima disegna una progressione discendente di accordi, la seconda esordisce con delle sonorità che sembrano, alla comparsa, quelle di uno strumento a fiato. Il contrabbasso sfrutta la continuità sonora datagli dall’archetto e contribuisce a creare un amalgama delicato, mentre l’effetto stereo sposta la prima chitarra da un canale all’altro. La batteria scandisce il respiro di questa composizione, che diventa più marcato quando il contrabbasso stesso ritorna al pizzicato. Dieci minuti di goduto abbandono, tirando le somme. Prelude to Bach nasce all’origine come improvvisazione che si avvale della chitarra classica al posto dell’elettrica, ma che progettualmente niente aveva a che vedere con Bach. Muthspiel ha cercato qualche blanda dissonanza alla chitarra mentre il contrabbasso archettato e le modalità percussive della batteria seguivano il senso tracciato dall’Autore. Dalle lievi dissonanze iniziali, passando per una serie di arpeggi, Muthspiel si accorge che dall’improvvisazione emerge spontaneamente un’introduzione ad un vero corale di Bach, “O Testa Sacra, Ora Ferita”. In realtà questa non è una composizione originale di Bach ma è una riarmonizzazione bachiana di un inno cristiano sulla Passione di origine medioevale, il cui testo primitivo è addirittura attribuito a S.Bernardo di Clairvaux. La citazione colta di Muthspiel non era quindi prevista ma è venuta inconsciamente alla luce come un recupero mnemonico di ciò che costituisce, evidentemente, il patrimonio di conoscenze musicali dello stesso Autore.

Dance of the Elders intitola l’album e si avvale ancora della chitarra classica che si esprime per mezzo di una serie di accordi dissonanti. Come in una strana danza, quasi caricaturale, i tre musicisti si muovono spesso cambiando ritmi di base, rallentando e/o incrementando i passaggi sonori. Il battito di mani verso il finale, con il supporto della batteria e insieme agli interventi chitarristici, va a pescare nella ritmica della musica tradizionale lungo un arco temporale che sembra procedere dal medioevo fino alla modernità, passando attraverso qualche suggestione di Joaquin Rodrigo. Liebeslied (= innamorato) è di Kurt Weil, scitta nel 1928 e facente parte dell’Opera da tre soldi di B. Brecht. Non è la prima volta che Muthspiel propone questo brano, in quanto era già apparso nell’album del 2010 realizzato insieme ad un altro chitarrista, Mick Goodrick, Live at Jazz Standard. Questo è il pezzo più jazzy dell’album. Dando un occhio alla partitura si ritrovano quelle belle armonizzazioni di settima con estensioni di none, undicesime e tredicesime, insomma il pane quotidiano di chi suona jazz. La traccia viene eseguita in modo molto soft, con lo stile tranquillo che spesso riconosciamo in Muthspiel. Il trio lavora molto ordinato, senza sbavatura né eccessi di sorta, rapito da una trance piena di equilibrio e di moderato swing, con intriganti armonizzazioni ed un bell’assolo di Colley al contrabbasso. La chitarra molto pulita si racconta concentrandosi sull’elaborazione della melodia e la ritmica procede unitariamente, dando l’impressione di una rarefatta densità strumentale. Folksong è dichiaratamente ispirata a Keith Jarrett e il tema utilizzato da Muthspiel ha qualche assonanza con Blossom, tratto dall’album Belonging del ’74. Si tratta comunque di una rimembranza, non è un rifacimento né una versione nuova del brano di Jarrett. C’è una sorta di continuità con Liebeslied, nel senso che il trio si mantiene nell’area più jazz, nonostante l’introduzione nei primi minuti possa far pensare ad altro. L’esposizione del tema, molto orecchiabile di per sé, viene riproposta diverse volte, prima e dopo l’improvvisazione. Si sente come Muthspiel rimanga gravitante attorno al centro tonale del brano, attratto dall’eggregora melodica alla base della struttura del pezzo che evidentemente continua ad influenzarlo durante l’esecuzione. Ed è un altro pianista, questa volta si tratta di Brad Mehldau, che influenza per stessa ammissione dell’Autore la prossima composizione. Infatti una serie di arpeggi di chitarra classica in progressione discendente conduce a Cantus Bradus, sicuramente tra i brani con il suono più contemporaneo della raccolta. Qui non ci sono temi memorizzabili ma strutture snelle e scale veloci e l’arpeggio di cui abbiamo fatto cenno rientra più volte all’interno del pezzo, quasi fosse una scansione logica, un riferimento per l’evolversi del futuro costrutto strumentale. In conclusione un brano di Joni Mitchell, Amelia, pubblicato originariamente su Heijra, album uscito nel 1976, dove alla chitarra c’era Larry Carlton e al basso Jaco Pastorius. La canzone era dedicata ad Amelia Earthart, la prima donna aviatrice a compiere, nel 1932, la traversata dell’Atlantico. Risultò dispersa cinque anni più tardi, volando sopra l’Oceano Pacifico. Il testo originario della Mitchell è molto poetico, con riferimenti alla mitologia greca. Muthspiel fa ovviamente a meno del testo ma conduce il gioco con il suo flusso di note calme, seducenti, che scivolano sulle nostre orecchie come un vento fresco di vibrazioni armoniche velatamente nostalgiche. Ma quello che colpisce di più, al di là dell’indiscussa bravura del chitarrista, è l’insieme omogeneo del gruppo, capace di una loquace improvvisazione però condotta sottovoce, ordinata, frutto di una ragionata griglia di interventi strumentali.
Non si tratta, nel caso del trio Muthspiel-Colley-Blade, di farsi irretire dall’idea di una ricerca di perfezione formale. Questa, semmai, è ciò che avanza dai piccoli miracoli di concisione operati dai tre musicisti, per cui, dopo un intenso lavoro in levare, il tutto sta in ciò che resta. Una ricognizione critica corretta non può ignorare la gentilezza espressiva di questa Dance, atta a non stordire l’ascoltatore né a irretirlo con facili melodismi né atteggiamenti oracolari, bensì a condurlo paradossalmente alle radici del silenzio. Che è il luogo elettivo da cui la Musica prende origine e lo spazio condiviso entro cui Muthspiel & C. amano muoversi.
Tracklist:
01. Invocation (10:48)
02. Prelude to Bach (4:16)
03. Dance of the Elders (5:57)
04. Liebeslied (7:40)
05. Folksong (4:57)
06. Cantus Bradus (4:52)
07. Amelia (7:02)






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