R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

A tratti, mentre scorre l’album Tokyo di Muthspiel, Colley e Blade, si ha la sensazione che questo trio non stia semplicemente suonando ma piuttosto inventando, attraverso un attento lavoro collettivo, un personale linguaggio di sopravvivenza musicale. Del chitarrista Wolfgang Muthspiel, del contrabbassista Scott Colley ed infine del batterista Brian Blade, Off Topic si è occupata diverse volte, e ultimamente in modo particolare del loro album del 2023 Dance of the Elders – leggi qui. I tre non sono certo ragazzini alle prime armi e per le rispettive note biografiche consiglio la digitazione dei loro nomi nell’apposito banner di ricerca all’interno della pagina principale di OT. Si va dai 55 anni di Blade ai 60 di Muthspiel fino ai 62 di Colley, avendo quindi i tre musicisti accumulato nel tempo un bel po’ di esperienze, non solo nelle incisioni in studio ma soprattutto dal vivo e in vari concerti sparsi per il mondo, tanto da crearsi per ciascuno di loro uno spesso e invidiabile curriculum professionale. Affrontando il terzo lavoro d’insieme per ECM, Muthspiel e sodali appaiono poco interessati ad esibizioni virtuosistiche, non affidandosi a quelle scelte cervellotiche di chi vorrebbe a tutti i costi dimostrare qualcosa, ma piuttosto sembrano aver stipulato una sorta di voto di appartenenza che li lega, come un unico organismo a tre teste, solido ma duttile e pieno di trasparente energia.

Il nuovo album si colloca quindi a guisa di ulteriore tappa di un processo di affinamento collettivo che il trio ha ben costruito negli anni. L’idea dichiarata di una “narrazione unica e interattiva”, come suggerisce Muthspiel stesso, si realizza qui non attraverso la mera successione di assoli, ma mediante una tessitura continua, nella quale la chitarra oscilla tra l’elettrico e l’acustico con calibrato controllo. Ciò che veramente colpisce è il modo in cui l’improvvisazione armonica, non necessariamente legata alla funzionalità tonale, si innesti talvolta sopra strutture tutt’altro che convenzionali. Questo produce un effetto di inabissamento – ad esempio nel settimo brano, Traversia – in cui il linguaggio si sposta verso territori meno definiti tanto da far sì che l’ascoltatore percepisca una tensione sospesa, quasi una ricerca di senso che non si chiude mai del tutto. In tale contesto, l’uso di materiali approssimativamente “folk” nell’accompagnamento chitarristico-acustico evidente ad esempio in Strumming si configura come vezzoso understatement, una deviazione che sembra tanto apparentemente semplice quanto strategica all’economia globale dell’album. Il suono del trio non indulge su sé stesso, la musica non ha finalità consolatorie – o almeno credo non sia stata assemblata per questo – ma suggerisce mondi in bilico tra momenti meditati ed altri più avventurosi. I tre musicisti ci appaiono come generosi sodali in quanto danno spazio l’uno all’altro, si ascoltano, si intrecciano e in questo gesto di unità collettiva tendono ad aprire ampi varchi di significanze. La memoria di influenze jarrettiane – come si ascolterà nel primo brano della raccolta, composto proprio dallo stesso Jarrett – e di alcune trame vagamente zawinuliane, fornisce una cornice culturale e storica dentro cui, però, Muthspiel lavora disegnando un personale, poligonale ritratto della forma. Niente accumuli, nessuna antologia petulante di schemi e modi standardizzati ma piuttosto un coraggioso sigillo contro la prevedibilità. L’elemento timbrico e la fantasia dell’arrangiamento ritmico, diventano cifra espressiva e fil rouge del progetto. Tokyo si presenta quindi come un lavoro coerente, dalle lune a volte misteriose, che offre una testimonianza rigorosa di come il jazz contemporaneo possa ancora rinnovare i propri paradigmi. È lecito parlare, in un caso come questo, di un’estetica della complessità? Forse sì, ma tenendo presente che il termine complesso è ben differente dall’aggettivo complicato ed allude ad una struttura composita, magari con spunte diverse, ma alla fine resa omogenea da una visione superiore, una valutazione quasi metafisica del tutto, di una globalità che ribadisce il senso di connessione tra i musicisti.

L’album comprende dieci brani, di cui otto firmati da Muthspiel, più due rifacimenti, uno di un pezzo di Keith Jarrett in apertura e l’altro, giusto in chiusura, del batterista Paul Motian. Ed è proprio Lisbon Stomp, tratto dall’Lp del 1968 Life Between the Exit Signs del pianista della Pennsylvania, la prima traccia di Tokyo. Tutt’altro che semplice nel suo sviluppo, dopo l’introduzione tematica piuttosto breve, Muthspiel si proietta in un assolo che procede con relativa calma, seguendo una serie di fraseggi di chitarra elettrica un po’ sparsi, spesso riassunti da accordi che si prolungano in una specie di scambio continuo intrecciandosi con la linea di contrabbasso, a cui è affidato anche un solido e cromatico assolo. L’improvvisazione diventa così un universo di strade intersecate dai tre strumenti, con un apporto di Blade misuratissimo ed esclusivamente fondato sulla minuta attenzione al sostegno ritmico. Pradela prende vita sotto le luci soffuse di una ballata poetica e rarefatta all’aroma galiziano con echi elettrici di flamenco, quasi tutta sostenuta dalla sola chitarra e qualche passo esplorativo di Colley, mentre le percussioni lavorano tra i fragili lembi sonori riverberati dai due cordofoni. Nella seconda metà del brano la ritmica prende più peso, la chitarra vira verso un’impronta alla Metheny e il contrabbasso dialoga in modo più serrato con Muthspiel. In Flight troviamo per la prima volta una sovraincisione di chitarre, un’acustica in chiave ritmica e d’accompagnamento con un’elettrica in fase solista. Ma quest’ultimo ruolo viene preso in carico anche dal contrabbasso che durante l’introduzione raddoppia in sincrono la melodia con la stessa chitarra elettrica. L’accompagnamento acustico e ondulato sorprende per soluzioni armoniche quasi barocco-rinascimentali, mentre il suono elettrico dello strumento più solista fa deviare il brano verso una direzione decisamente più contemporanea, con timbriche morbide e fondamenti lirici nelle strutture melodiche. Nella seconda parte del brano si ripete grossomodo la trama introduttiva dell’inizio, con l’accoppiata sincronica di contrabbasso e chitarra elettrica. Lemmi desueti per un brano tra i migliori dell’album e in un certo modo tra i più sorprendenti per quello che riguarda gli incroci Colley-Muthspiel.

Roll presenta un aspetto inizialmente modale che permette all’ascoltatore di scavarsi una nicchia percettiva dentro la quale arrivano le progressioni strumentali quasi blues secondo uno schema I-IV-I-V. Il brano è un divertissement di poco più di un paio di minuti dove abbiamo modo di constatare le capacità tecniche dei due strumenti cordofoni che si scambiano i ruoli di conduzione. Impressionanti anche i contro-tempi di Blade alla batteria. Christa’s Dream è una carezza volatile e leggera, giocata su atmosfere evanescenti, con una sovraincisione ad effetto di chitarra elettrica che riempie il brano di suggestioni elettroniche, vicine a certe esperienze alla Zawinul, soprattutto nel finale. Diminished and Augmented è un titolo che si riferisce alle matrici di accordi qui ampiamente usati di quinta aumentata e diminuita. La mescolanza tra questi callidi tranelli armonici offre una sensazione d’instabilità per cui ci sembra di sostare su un pavimento obliquo sempre in procinto di mutare asse d’inclinazione. Si tratta di uno tra i brani relativamente più sperimentali della raccolta ma è ovviamente un approccio calcolato, tanto da non risultare in alcun modo sgradevole all’orecchio ma capace di creare una situazione scivolosa simile a tanti pregressi ricordi monkiani. Con Traversia si va oltre il concetto di sperimentazione, semplicemente perché si affrontano sequenze di accordi che non seguono i canoni dell’armonia funzionale e che quindi non presentano legami di familiarità tra loro. L’approccio, per un pubblico non abituato a certe sonorità contemporanee e comunque mai urticanti, potrebbe risultare difficoltoso ma viene comunque ad essere reso più fruibile dal ruolo del contrabbasso, pizzicato o liricamente archettato, che regala profondità e maggior significanza al brano. Da considerare anche i silenzi meditativi tra i suoni. Muthspiel rivela di aver scritto questa composizione seguendo il Cammino di Santiago – ciò spiegherebbe anche il titolo del secondo brano dell’album, Pradela, città attraversata appunto dall’importante percorso di pellegrinaggio. Abbiamo in precedenza già accennato a Strumming e a quel modo ibrido in cui un accompagnamento chitarristico di sapore più popolare si lega ad un approccio jazzistico in cui il suono dell’arco sfrega le corde del contrabbasso e conduce in prima persona l’andamento melodico del brano. Anche in questo caso il continuo interloquire tra i tre musicisti e in modo particolare i reiterati rimandi tra chitarra elettrica e contrabbasso, costituiscono l’ossatura della traccia. Comunque sia questo è il pezzo che mi convince di meno, proprio per la sua struttura non ben definita e tutto sommato poco lineare. Blade chiude ad ogni modo in bellezza con energia per mezzo di un assolo decisamente più muscolare rispetto ai suoi interventi precedenti. Weill You Wait è dedicato al famoso Autore tedesco, naturalizzato americano, Kurt Weill. Si tratta di un valzer cupo, oscuro, quasi una danza macabra fatta di continui appoggi vicendevoli tra chitarra acustica e contrabbasso, con la batteria che riempie con discrezione gli intervalli lasciati ad arte dai due strumenti a corda. Il brano tenta di aprirsi maggiormente verso la metà della sua durata complessiva con un moderato incremento dinamico ed un insolito, quasi spettrale assolo di Muthspiel. Ma tutto rientra ben presto nell’oscurità. Si arriva così all’ultimo pezzo dell’album, una riproposizione di un brano di Paul Motian, Abacus, tratto dal lavoro in quintetto – con Bill Frisell e Joe Lovano –   Misterioso (1987). In Tokyo manca naturalmente il sax di Lovano ed è la chitarra di Muthspiel che ne assume il peso, irruvidendosi di vibrazioni rock-progressive, puntando ad un’improvvisazione piuttosto libera in cui la ritmica sembra divenire più autonoma rispetto allo strumento principale. Dalla metà in poi parte un assolo di contrabbasso, seguito dalle idee solitarie della chitarra, e si entra in un ambiente ancora più libero e senza scansione ritmica. Solo sul finale Muthspiel accenna al tema portante del brano prima della chiusura.

Tokyo non racconta un luogo, ma un modo di stare insieme nella musica, un viaggio che sfugge all’ovvio e consegna al jazz un album raffinato, a volte straniante ma necessario. La compostezza dei tre musicisti, anche negli episodi meno facili, racconta del clima collaborativo e sintonico che percorre tutto l’album. Questa forma prosodica crea una modalità se non nuova, almeno originale nella concezione della formazione a trio, soprattutto quando vi si trovi la chitarra al centro della relazione strumentale.

Tracklist:
01. Lisbon Stomp (5:18)
02. Pradela (6:50)
03. Flight (7:37)
04. Roll (2:30)
05. Christa’s Dream (3:50)
06. Diminished and Augmented (4:43)
07. Traversia (5:35)
08. Strumming (7:23)
09. Weill You Wait (5:47)
10. Abacus (6:27)

 

 

 


 

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