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Brian Blade

Dave Stryker – As We Are (Strykezone Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Se uno come Pat Metheny, all’interno del proprio sito web, considera attualmente Dave Stryker tra i migliori chitarristi jazz in circolazione, una ragione plausibile ci dovrà pur essere. Stiamo parlando di un musicista di sessantacinque anni, americano originario del Nebraska, con alle spalle oltre una quarantina di pubblicazioni discografiche sia come titolare che come co-autore e che vanta una serie di collaborazioni illustri con gente come Stanley Turrentine, Andy Laverne, Eliane Elias, Bob Mintzer. Il fatto che abbia molto pubblicato in carriera con l’etichetta danese SteepleChase, specializzata in jazz mainstream di alta classe, suggerisce fino ad un certo punto il contenuto di questo suo ultimo disco, As We Are. In questa uscita, infatti, Stryker si circonda di partner dai nomi risonanti come il contrabbassista John Patitucci, il batterista Brian Blade e il pianista Julian Shore. Non contento, ha anche pensato di aggiungere un quartetto d’archi con i due violini di Sara Caswell e Monica K. Davis, la viola di Benni Von Gutzeit – che viene dal Turtle Island Quartet – e dal violoncello di Marika Huges. È proprio riguardo l’intervento di questo quartetto che si gioca gran parte del progetto musicale di Stryker. Contrariamente a molti casi analoghi in cui gli archi si limitano a un sottofondo di colore – una sorta di scenografia morbida dietro la prima linea strumentale offerta dai jazzisti – in questo caso essi sono stati pienamente integrati nelle composizioni, soprattutto grazie agli arrangiamenti di Shore. Ecco perché lo stesso Stryke non ha esitato a definire questo suo ultimo album come “il disco dei suoi sogni”, avallando direttamente l’ambizione di raggiungere l’acme della sua produzione creativa, cogliendo questa opportunità d’integrare la personalità sonora degli archi con gli strumenti più tradizionalmente utilizzati da un gruppo jazz. La musica che ne consegue è molto omogenea, si sviluppa senza scosse eccessive e tratteggia l’idea progettuale di un discorso uniforme in cui non si tradisce mai una certa morbidezza ambientale, sostenuta anche dalla timbrica” montgomeriana” e vellutata della chitarra. Stryker non è un musicista che ami le iperboli, i suoi assoli sono sempre puliti, niente distorsioni in questo frangente e soprattutto nessuna nevrosi interpretativa, anzi, l’atmosfera resta immersa in un piacevole senso di distensione emotiva. La presenza contemporanea della ritmica affidata a Patitucci e Blade garantisce una ben definita provenienza semantica dalla tradizione americana più classica mentre i violini innestano nella musica il loro passo leggero, quasi immateriale.

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Ron Miles – Rainbow Sign (Blue Note Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Per approcciare Rainbow Sign, cioè l’ultimo lavoro del cornettista Ron Miles, bisogna avere l’accortezza di superare i primi novanta secondi di musica perché questi potrebbero indurci a formulare considerazioni completamente distopiche, almeno fino a quando tre o quattro delicati intermezzi di rullante e piatti non ci aprano la strada facendoci intuire la giusta direzione. Quei primissimi suoni iniziali che sembrano così rarefatti e casuali si organizzano ben presto in un insieme pieno di fascino, dopo aver richiesto al blues e a volte al rock tutti gli stimoli e i guizzi propositivi necessari per intraprendere la giusta strada. In effetti, Miles ha collaborato non solo con colleghi jazzisti ma anche con personalità provenienti dal mondo del rock, come Ginger Baker – chi non si ricorda dei Cream? – e come Joe Henry. Pulsa forte, il cuore di questo lavoro. Se ne avvertono i battiti affiorare sottopelle, se ne intuisce il flusso melodico. Si parla di momenti di grande, raffinata bellezza e di astratta rarefazione armonica.

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