R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Il titolo dell’ultimo lavoro di Matthieu Bordenave, The Blue Land, mi ha fatto pensare al ruolo quasi marinaresco di questo sassofonista francese appena quarantenne, che vive attualmente in Germania. Ciò per via di un curioso e ludico accostamento di parole, la nave inserita nel suo cognome, la Terra Blu su cui sbarcare, la traversata suggerita dal suo penultimo album e infine l’approdo all’ECM, inizialmente avvenuto come sideman in occasione dell’incisione dell’album For 2 Akis del batterista Shinya Fukumori (2018). Dopo un percorso discografico iniziato con l’incisione di un paio di album per l’etichetta tedesca Enja e una piccola parentesi per la Doublemoon Records di Istanbul, lo sbarco in grande stile in casa di Eicher avviene con il celebrato La Traversée del 2020 e oggi Bordenave replica con The Blue Land. La formazione dell’Autore – che in questo album possiamo ascoltare sia al sax tenore che al soprano – ha origini prevalentemente classiche e sarà comunque a Parigi che il sassofonista s’indirizzerà verso il jazz, alla ricerca di un nuovo linguaggio espressivo basato sull’improvvisazione e non concentrato solamente sulle linee esecutive, come richiesto dall’approccio più diretto di una partitura d’autore.

In questo Blue Land, Bordenave si presenta in quartetto con il pianista tedesco Florian Weber e il contrabbassista francese Patrice Moret – entrambi già presenti nel disco precedente – con l’aggiunta dell’inglese James Maddren alla batteria. Di certo, Bordenave non si muove lungo sentieri facilmente percorribili. La sua musica si frammenta in varie celle sonore dove le melodie s’intrecciano in continui cambiamenti tonali. Se questo va direttamente al merito del compositore, d’altro lato mantiene l’ascoltatore in uno stato di attenzione continua, per non perdere le numerose variabili emotive e le sfumature che si rincorrono tra le frequenti, avvertibili pause e la geografia di spazi che si vengono così a creare. Tuttavia si rimane spesso in uno stato insolito di vaghezza, davanti ad un orizzonte indefinito, un limite che si dissolve senza contorni certi e che si ricompatta solo in un paio d’episodi, dei quali successivamente parleremo. Se dovessi fare un parallelo con l’arte pittorica, penserei al cubismo europeo. Del resto, lo stesso Bordenave, in una passata intervista rilasciata ad Ayroldi per Musica Jazz nel 2020, ammette la sua ammirazione per Picasso. La scomposizione dell’immagine sotto diversi punti di vista nella medesima unità di tempo, s’avvicina probabilmente a questa visione dell’Autore che si muove, col suo sax, in un territorio tra Charles Lloyd e Wayne Shorter. Proprio con quest’ultimo trovo che vi possa essere un’analogia più prossima, per quel modo poetico di condurre il sax ad ampie e curvilinee volute sonore. In effetti, il livello tecnico di Bordenave mi sembra altissimo, dimostrando un controllo completo sul suo strumento e riuscendo ad assemblare, in termini d’improvvisazione, tutti i diversi suoni e le differenti dinamiche dei musicisti che l’accompagnano. Una conferma, invece, per il pianismo di Weber che definirei, e non per una qualsivoglia piaggeria, tra i pianisti migliori che abbia mai ascoltato, in termini di capacità di esecuzioni estemporanee e per modernità di suono. Molto buoni anche i contributi degli altri due componenti Moret e Maddren, che hanno lavorato disgregando e ricomponendo la parte ritmica a seconda delle necessità dei singoli brani, contribuendo a mantenere solida l’interazione tra sax e pianoforte. La coerenza di questa ibridazione di tempi spezzettati, pause pensose, silenzi trasognati e suoni vagamente spettrali, la si legge nel fatto che tutto l’album vive in questo clima, dimostrando evidentemente che, almeno per questo lavoro, esiste un’unità intenzionale, un progetto che ruota attorno alla continua instabilità tra dissonanze e momenti più classicamente armonici.
La Porte Entrouverte, primo brano alla nostra attenzione, ci fa intuire il tipo di musica con cui abbiamo a che fare. Il lungo passaggio introduttivo di Weber al pianoforte, un fantasioso omaggio floreale dai colori ombreggiati, è il messaggio in bottiglia che per primo raccogliamo dalla risacca. Weber suona contemporaneo, nessuna traccia in questa introduzione di schemi jazzistici facilmente assimilabili. Non è free ma un intreccio melodico complesso, armonicamente molto raffinato. Con l’intervento del sax, quell’uso di note prolungate e morbide e il discreto apporto, quasi inavvertibile del contrabbasso e della batteria, si completa l’economia rarefatta e visionaria del brano. The Blue Land emerge da una serie di battiti innescati un po’ da tutti e tre gli strumenti di accompagnamento, escluso quindi il sax che veleggia con le sue note allungate e che procede senza fretta, segmentando e diluendo il proprio fraseggio sulle creste d’urto delle percussioni. Crescono le pause, come un’imbarcazione alla deriva che si faccia condurre dal moto naturale delle onde. Astrattismo musicale alla Kandinsky, siamo effettivamente in un mondo di punti, linee e superfici di problematica interpretazione. Ma poi arriva l’unica cover di questo album, Compassion di John Coltrane, tratta da Meditations del 1966, difficilmente identificabile, almeno per me, se non in alcuni momenti con l’originale. Qui Bordenave entra un po’ nei panni del grande sassofonista statunitense, se non altro attraverso la ricerca timbrica e la condensazione del suono complessivo della band, tracciandone limiti più percepibili e rendendo meno vaghi gli orizzonti progettuali, cosi come avevo anticipato poco sopra, con uno scatto di coerenza complessiva di tutto il quartetto. Il brano perde la rabbiosa verve dell’originale ma acquista, in cambio, una calma meditativa insolita. Weber, invece, si alterna tra accordi molto melodici e le corse sulle scale sul modello di Mc CoyTyner. Devo dire che alla resa dei conti finale questa versione, più meditata e raccolta, non sfigura affatto rispetto all’originale.

Cyrus si presenta con una serie di accordi arpeggiati di piano, presto sottolineati dalle note di contrabbasso. Plana su questo arpeggio il sax leggero ed aereo di Bordenave con questo suo stile basato su fraseggi liquidi e melodici. Il brano è quasi privo di dissonanze e i passaggi armonici, talora molto belli, rifuggono dall’usualità, mentre il commento del batterista si mantiene discretamente dietro le quinte. Refraction esordisce in prima posizione col soffio in evidenza del sax tenore, molto espressivo e shorteriano, sorretto dalle note rade di piano e dagli interventi ancor più desertificanti della ritmica. La dialettica tra pianoforte e sax funziona sempre a meraviglia e i due strumenti si rispettano e s’accompagnano, quasi fossero legati da un’occulta intesa medianica. Con Distance prendono quota le percussioni innescate da Maddren in una trama che funge da preambolo prima della comparsa di Weber. Accordi distanti – come suggerisce il titolo – ampi spazi d’improvvisazione, il piano vagheggia territori vergini nel suo vagabondaggio tra i tasti aspettando l’arrivo del sax. Tornano le dissonanze ma l’impressione, questa volta, è che la direzione si sia un po’ persa tra la nebbia. Three Four è un brano diviso in due parti, una introduttiva che si gioca tra il piano – notevole, come al solito, ma stavolta anche di più – e il sax. La seconda parte vede l’intervento della ritmica, brushing e cavate di contrabbasso. Sarebbe un azzardo definire questa porzione di traccia come segnata da un tempo regolare. Qui non si batte il piede, il ritmo è una questione mentale, una componente derivativa di queste scaglie di proposte sonore che si sventagliano continuamente davanti ai nostri occhi. Timbre però, questa volta s’immerge di più nella corrente ritmica e la rosa dei venti delle influenze ruota un po’ attorno a Steve Lacy, forse per via della suggestione del sax soprano, per altro suonato magnificamente da Bordenave. Questo è uno dei momenti in cui il quartetto si fa più compatto, diventa un intenso corale di tensioni, con un piano da beatificare seduta stante. Three Peaks conclude l’album sotto il segno della massima introversione. Il mesmerico connubio tra piano e sax si distende per un po’ quasi in assetto modale sull’andamento del brano. Il frastagliato fondale del contrabbasso e della batteria è il supporto ideale per uno tra i brani più melodici, in cui Bordenave lavora ancora sui soffi e il sax gli risponde con estrema dolcezza. Tengo molto da conto i brani conclusivi degli album, più di quelli d’apertura. Ciò perché un buon brano come questo lascia la bocca fresca e la voglia di riascoltarlo.
Non ha pari il gusto di una conversazione sommessa, quando questa ha contenuti emozionalmente intelligenti. Non ci sono, in questo album, mitragliate di note. Niente hard be-bop, niente free, nessuna prova muscolare di forza. Al posto dei pieni troviamo degli spazi vuoti, invece di suoni parossistici troviamo spesso sillabe di note accennate. Bordenave ha un suono tutto suo, seppur con i normali e dovuti riferimenti storici. Non trova interessante il fraseggio insistito e, almeno per quello che concerne The Blue Land, non asseconda la vulgata che vorrebbe il sassofonista attorcigliato attorno allo strumento mentre si svuota i polmoni sull’ancia. Comunque la si veda, questo album può risultare un’impresa spinosa per via dell’ascolto non facile e dei richiami con la musica classica contemporanea, che non ha poi molto appeal presso i jazzofili. Un’opera elitaria, quindi? Forse, ma l’approccio a certi mondi esige una disponibilità superiore e un’apertura d’animo fuori dal comune.
Tracklist:
01. La porte entrouverte (5:43)
02. The Blue Land (5:22)
03. Compassion (5:32)
04. Cyrus (3:42)
05. Refraction (4:42)
06. Distance (4:03)
07. Three Four (6:05)
08. Timbre (4:41)
09. Three Peaks (4:17)






Rispondi