R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Quando la giovinezza finisce e la vitalità tende a stemperarsi con gli anni, si attraversa un naturale processo di crisi che spesso ci porta a rivedere il giudizio su noi stessi, valutando lo scarto tra gli obiettivi immaginati e quelli effettivamente raggiunti. La ricerca del processo d’individuazione, il cammino che porta a validare i nostri scopi, coinvolge un po’ tutti e a maggior ragione gli artisti, soprattutto quelli che nella loro carriera hanno accumulato un gran numero di esperienze professionali. Tirando le opportune somme, se il fine è quello di raggiungere l’essenziale, da questo punto di vista possiamo considerare esemplare questo lavoro ECM – Strands, un live registrato nella sala-concerto della Radio Danese – dell’ottantaduenne trombettista e flicornista danese Palle Mikkelborg che, insieme a Marilyn Mazur alle percussioni e Jakob Bro alla chitarra, costituisce un trio in cerca di coerenza artistica e poetica che scandaglia il fondo dell’anima per intravedere qualcosa di più di un semplice bagliore di luce. Mikkelborg, in una carriera di oltre sessant’anni di attività, ha lavorato con due grandi orchestre come quelle di Gil Evans e George Russell, ha suonato con gente come Jan Garbarek, Terje Rypdal e Gary Peacock ed ha anche composto e firmato gli arrangiamenti di un disco di Miles Davis, Aura, pubblicato nel 1985, all’interno del quale suonava le percussioni la stessa Mazur che ora compare in questo nuovo album.

Del resto, in quanto ad esperienze musicali, proprio la Mazur non è seconda a nessuno, avendo alle spalle una carriera dove compare in oltre una ventina di dischi tra quelli pubblicati come titolare e i rimanenti che l’hanno vista come collaboratrice o co-titolare. Per quello che riguarda Jakob Bro e la sua chitarra, Off Topic se ne è già occupata più volte, in passato, e potete trovare sue notizie qui e anche qui. Per ascoltare un album come questo Strands occorre aver pazienza, bisogna proprio seguire tutti quei fili che i tre musicisti riannodano uno dopo l’altro ma è un tempo speso bene, è un rimescolio di memorie attraverso cui proviamo un idem sentire che ci accomuna ai loro stati emozionali. Il suono è rilassato, spesso si sfibra per poi ricomporsi in uno spazio vasto e dilatato di echi – “…la musica deve respirare”, dice Bro – sostenuto dal soffio celeste della tromba o del flicorno di Mikkelborg, dalla chitarra leggera – e solo qualche volta più dura – dello stesso Bro e infine con la partecipazione dell’universo percussivo della Mazur, una vera e propria serpentina eterofonica rispetto ai suoni degli altri strumenti. Mikkelborg è alle prese con la sua tromba che conserva una timbrica aperta, spontanea, priva di segreti. In un’intervista che lo stesso trombettista ha rilasciato nel giugno dello scorso anno a Marco Aruga per Contemporaryart – la trovate, se volete su YT – egli rivela come consideri il suo strumento alla stregua di un vero e proprio canto, una voce screziata da una morbida pastosità che pare sempre provenire da una dimensione onirica. L’improvvisazione del trio manda ogni tanto qualche lampo temporalesco, l’onda sonora diventa materica, cartilaginea, come se si stesse risvegliando da un sogno, ma il clima complessivo ci racconta una musica prevalentemente assorta, introvertita, talora coinvolta in una specie di malinconico trasporto. La componente improvvisativa, di grande peso in questo album, non tende mai all’iperbole, anzi, pur esprimendosi attraverso una narrazione non sempre lineare, si arricchisce di un verbo lirico dove la musica si fa spesso spettrale e nebulosa. La chitarra di Bro vive di risacche occasionali, una marea che s’alza e s’abbassa come il suono di un oceano lontano ma che si presenta fuggevolmente, transitoriamente. E forse tutta la musica espressa in questo Strands vive di una contingenza necessaria, quella elusività che occorre per superare la barriera dell’Io e avvicinarsi sempre di più al senso realmente profondo che dà ragione all’esistenza.

I brani in repertorio di questo trio, per quel che riguarda l’album di cui ci stiamo occupando, non sono originali in quanto provengono da due precedenti lavori di Bro, Gefion del 2015 e Returnings del 2018. Ed è proprio Gefion – credo si riferisca alla Gefion Fountain di Copenhagen, monumento che sta a poca distanza dalla più famosa sirenetta – il primo brano a comparire in scaletta. Il flicorno canta una melodia dai vapori densi e nebbiosi, circondato da una dance macabre di percussioni e armonici di chitarra. Probabilmente interviene qualche effetto elettronico mentre Bro innesca una delicata serie di arpeggi alternati a pennate più omogenee. La musica prende il vento, s’allarga in una vasta pianura, si nasconde nei boschi, diventa un tutt’uno con la Natura mentre Mikkelborg sembra levitare tra i suoni sospesi in aria, circondato da percussioni timpaniche e da ulteriori timbriche gravi. Si prolungano i momenti di quasi silenzio fino al loro spegnersi tra trilli di campanelli e riverberi d’ogni tipo. Ma non c’è un vero e proprio stacco con il brano che segue. Oktober emerge infatti così, tra i vapori, con qualche nota isolata e melodica di una chitarra con la sua cifra distintiva piena di leggerezza come spesso viene cercata da Bro. La tromba, questa volta, si ascolta da lontano, immersa in un’eco profonda. Comunque è la chitarra la protagonista principale, almeno fino a quando torna ad avvicinarsi Mikkelborg che sembra intonare una vaga danza al ritmo delle percussioni della Mazur. Come nel brano precedente il suono via via s’affievolisce e si perde nel silenzio.

Il passaggio col brano seguente, Returnings, avviene in una continuità esclusiva di percussioni e si comprende come ci si diriga verso i territori di libera improvvisazione. La tromba sembra caricarsi di ondivaghi momenti euforici, la chitarra si distorce, la Mazur cerca un assetto che possa dare una scansione ritmica di un certo peso. Ci si sposta in territori di confine dove la tromba si traveste da strumento (miles)davisiano, tra jazz modale alla Bitches Brew e fantasmi di gothic-rock. Si odono frammenti di forti aromi elettronici e tenebrosi rimandi percussivi. Anche in questo caso c’è una coda molto prolungata in evanescente dissolvenza e si scivola così nel brano successivo che dà il titolo all’album, cioè Strands. Il pezzo è molto melodico, venato di tentazioni nostalgiche con la chitarra di Bro che segna il tema più orecchiabile dell’intero lavoro. Poi la stessa chitarra si stabilizza in un arpeggio appena accennato, quasi un rumore di fondo che sembra invitare la tromba allo scoperto. Ma Mikkelborg è molto guardingo, pare avvertire i sentori del cambiamento. Infatti Bro esce dal suo volontario stallo con una lieve distorsione del suo strumento. La chitarra si mantiene con un elevato indice melodico, anche tra le timbriche distorte, mentre la tromba continua una tessitura ariosa e trasparente. Nella seconda parte di questo brano non ci sono avvenimenti peculiari se non minime variazioni d’intensità sonora. Come nei vecchi film di Antonioni in cui sono gli elementi ambientali a fare la storia e i personaggi vi vengono risucchiati alla stregua di comparse predestinate, qui i suoni s’allungano in una dimensione talmente scarna che gli strumenti finiscono per morire pian piano perdendosi all’orizzonte. Questa volta, però, intervengono gli applausi a stigmatizzare il transito nel pezzo che segue, cioè Youth. Introduzione eterea della tromba, echi a profusione che tuttavia non mitigano una certa sensazione di freddezza. Poi le percussioni della Mazul cominciano a riempire lo spazio sonoro e quando si retraggono compare la chitarra coi suoi arcani irrisolti, melodici cromatismi enigmatici che si scambiano, rarefacendosi progressivamente, con gli ultimi soffi di tromba. Altro slittamento, l’ultimo, verso il brano conclusivo Lyskaster (= riflettore). Mikkelborg si contrappunta con l’accompagnamento di chitarra in un dialogo che è il suggello ideale dell’album, disperdendosi e sfumando tra gli applausi finali.

Il trio Mikkelborg-Bro-Mazul si presenta con una dimensione esecutiva che più scarna non si potrebbe. Lo stile laconico, costruito su silenzi e suoni quasi in equilibrio tra loro, proietta un’immagine volontariamente sfocata e atemporale. L’indefinitezza di questa musica rispecchia però quel muoversi autocritico a cui si accennava all’inizio di questa recensione. Nell’intervista citata al giornalista Aruga, Mikkelborg confessa di non sapere per quale motivo la sua vita sia stata quella e non un’altra, quale reale stimolo l’abbia indotto sia a suonare il suo strumento che a trovarsi sulla stessa strada di Miles Davis. Un’impressione, però, traspare nelle sue risposte, e cioè quel senso di gratitudine verso la vita che l’ha portato a realizzarsi e a trovare il suo centro, il pulsar endopsichico, quella stella nera che continua a mandare segnali radio, soprattutto anche quando, invecchiando, gli stimoli esterni non bastano né soddisfano più di tanto.

Tracklist:
01. Gefion (8:34)
02. Oktober (7:26)
03. Returnings (8:36)
04. Strands (11:49)
05. Youth (7:33)
06. Lyskaster (2:57)

Una risposta a “Palle Mikkelborg, Jakob Bro, Marilyn Mazur – Strands (ECM Records, 2023)”

  1. […] spesso una nell’altra. Il cast stellare di questa registrazione, oltre a Bro – vedi qui, qui e ancora qui – comprende lo scomparso Lee Konitz, che riascoltiamo con una certa nostalgia ai […]

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