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Bill Frisell

Charles Lloyd & The Marvels – Tone Poem (Blue Note Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Credo che un musicista possa dirsi realizzato quando riesca a essere sempre se stesso, suonando quello che più gli piace, cambiando strada e compagni di viaggio ad ogni luna nuova, indipendentemente dagli impegni contrattuali con le etichette discografiche. In questo senso Charles Lloyd può dirsi un artista più che realizzato. Nella sua lunga carriera di sassofonista, oggi ultra ottantenne, Lloyd ha sempre mescolato le sue carte, trasvolando su generi musicali diversi senza mai perdere di dignità, anzi, arricchendo i luoghi di transito con la fantasiosa impronta dei suoi fiati, soprattutto sax tenore e flauto. Che sia un jazzista di provata fede non vi sono dubbi, tuttavia egli s’è spesso esposto alle radiazioni del rock, soprattutto in un arco temporale che copre la prima metà dei ’70, collaborando con alcune band tra le più accreditate del tempo, come ad esempio i Beach Boys, i Canned Heat e persino i Doors del breve periodo post morrisoniano. Con i Marvels, Lloyd paga il suo pegno al mondo del rock scegliendo paradossalmente di far del jazz con due chitarristi come Greg Leisz alla pedal steel guitar e Bill Frisell alla chitarra “eclettica”. Quest’ultimo è un altro spirito libero che ha incrociato la sua chitarra con artisti di numerose ed eterogenee esperienze, un po’ come Lloyd stesso, senza mai appendere il cappello al chiodo da nessuna parte. Questo Tone Poem si annuncia come il terzo disco insieme ai Marvels, con un organico che si completa assieme al bassista Reuben Rogers ed Eric Harland alla batteria, con l’assenza della voce di Lucinda Williams. In questo lavoro vi sono incise tracce composte dello stesso Lloyd ma vi sono anche versioni personali di due brani di Net Coleman, uno di Leonard Cohen, di Monk, di Gabor Szabo e del mitico pianista cubano Bola de Nieve, al secolo Villa Fernandez Ignacio Jacinto, detto anche “il pianista di Fidel”.

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Ron Miles – Rainbow Sign (Blue Note Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Per approcciare Rainbow Sign, cioè l’ultimo lavoro del cornettista Ron Miles, bisogna avere l’accortezza di superare i primi novanta secondi di musica perché questi potrebbero indurci a formulare considerazioni completamente distopiche, almeno fino a quando tre o quattro delicati intermezzi di rullante e piatti non ci aprano la strada facendoci intuire la giusta direzione. Quei primissimi suoni iniziali che sembrano così rarefatti e casuali si organizzano ben presto in un insieme pieno di fascino, dopo aver richiesto al blues e a volte al rock tutti gli stimoli e i guizzi propositivi necessari per intraprendere la giusta strada. In effetti, Miles ha collaborato non solo con colleghi jazzisti ma anche con personalità provenienti dal mondo del rock, come Ginger Baker – chi non si ricorda dei Cream? – e come Joe Henry. Pulsa forte, il cuore di questo lavoro. Se ne avvertono i battiti affiorare sottopelle, se ne intuisce il flusso melodico. Si parla di momenti di grande, raffinata bellezza e di astratta rarefazione armonica.

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