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Andrew Cyrille Quartet – The News (ECM Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Non sapevo esattamente cosa aspettarmi dall’ultima fatica di Andrew Cyrille. L’anziano batterista, votato da sempre a una dimensione sperimentale, non è mai finito nella lista dei miei preferiti, nonostante l’onore raccolto sul campo dopo dieci anni di collaborazione con Cecil Taylor, una quindicina di lavori pubblicati a suo nome e una vasta serie di partecipazioni a opere di Carla Bley, Anthony Braxton, Oliver Lake e molti altri ancora. Dal 2016 scocca però la scintilla, anche se tardiva. L’uscita con ECM dello splendido Declaration of musical indipendence spariglia tutte le mie convinzioni. Quel lavoro presentato graficamente in livrea rossa accende finalmente una passione rimasta latente grazie anche all’apporto di artisti stilosi come Bill Frisell, in grado di apportare una scossa energetica e melodica al cerebralismo a volte eccessivo di Cyrille. Due anni dopo, sempre per ECM, esce anche Lebroba che si può leggere come opera in un certo senso parallela a Declaration, anche se qui c’è la tromba di W. Leo Smith a lavorare negli spazi cercando equilibri insoliti con la chitarra di Frisell. Questo nuovo lavoro The news offre buone notizie per chi, come me, ha benedetto la svolta più recente di Cyrille. Tenendo buona la formazione di Declaration con l’unica sostituzione di Richard Teitelbaum con David Virelles al piano e alle tastiere, The news vede inoltre, accanto al morbidissimo drumming di Cyrille, l’ombra benevola di Bill Frisell alla chitarra e il fidato Ben Street al contrabbasso. The news non ha l’energia ctonia di Declaration, questo è bene chiarirlo da subito. La timbrica strumentale, maggiormente per quel che riguarda la chitarra di Frisell, si è qui molto addolcita. La batteria lavora soprattutto sui piatti, con qualche raro battere sulla pelle dei tamburi mentre il piano e il contrabbasso partecipano attivamente alla creazione di una forma musicale delicatamente astratta.

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Unscientific Italians – Play The Music of Bill Frisell Vol. 1 (Hora Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Lo dico subito, così mi tolgo il pensiero: quando mi trovo davanti ad un “Omaggio a…” oppure a un “Tributo a…” divento sempre sospettoso, preoccupato e anche un po’ svogliato. Gli omaggi e i tributi sono ormai troppi. Sono spesso inutili, altri sono ripetitivi, qualche volta stucchevoli e, solitamente, tutti lasciano in me il desiderio dell’originale. Naturalmente ci sono delle eccezioni, rare, ma ci sono, come è il caso di Unscientific Italians play the music of Bill Frisell. Istruzioni per l’uso: prendete pezzi noti e meno noti del grande musicista statunitense, dateli in mano a cinque grandi musicisti italiani, trasformate “Unscientific americans” in “Unscientific italians” ed il gioco è fatto. Scherzi a parte, il disco edito dalla nuova etichetta Hora Records, uscito il 21 maggio, ha in sé qualcosa di nuovo, di fresco e un pizzico di genio e (s)regolatezza. Si tratta di una “riscrittura intelligente” se così possiamo dire, frutto di un gioco di equilibrio e calibrature sulle partiture originali di Bill Frisell che, se da un lato ne modificano combinazioni strumentali, sfumature, colorazioni, dall’altro non stravolgono il contesto musicale friselliano, lasciandone immutato il fascino e l’ambientazione. Se per omaggiare un grande musicista, spesso occorre estro e coraggio, per fare un lavoro di questo genere occorrono due doti che, sia in campo musicale che artistico in senso lato, non sono poi così frequenti: l’intuizione e l’umiltà.

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Charles Lloyd & The Marvels – Tone Poem (Blue Note Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Credo che un musicista possa dirsi realizzato quando riesca a essere sempre se stesso, suonando quello che più gli piace, cambiando strada e compagni di viaggio ad ogni luna nuova, indipendentemente dagli impegni contrattuali con le etichette discografiche. In questo senso Charles Lloyd può dirsi un artista più che realizzato. Nella sua lunga carriera di sassofonista, oggi ultra ottantenne, Lloyd ha sempre mescolato le sue carte, trasvolando su generi musicali diversi senza mai perdere di dignità, anzi, arricchendo i luoghi di transito con la fantasiosa impronta dei suoi fiati, soprattutto sax tenore e flauto. Che sia un jazzista di provata fede non vi sono dubbi, tuttavia egli s’è spesso esposto alle radiazioni del rock, soprattutto in un arco temporale che copre la prima metà dei ’70, collaborando con alcune band tra le più accreditate del tempo, come ad esempio i Beach Boys, i Canned Heat e persino i Doors del breve periodo post morrisoniano. Con i Marvels, Lloyd paga il suo pegno al mondo del rock scegliendo paradossalmente di far del jazz con due chitarristi come Greg Leisz alla pedal steel guitar e Bill Frisell alla chitarra “eclettica”. Quest’ultimo è un altro spirito libero che ha incrociato la sua chitarra con artisti di numerose ed eterogenee esperienze, un po’ come Lloyd stesso, senza mai appendere il cappello al chiodo da nessuna parte. Questo Tone Poem si annuncia come il terzo disco insieme ai Marvels, con un organico che si completa assieme al bassista Reuben Rogers ed Eric Harland alla batteria, con l’assenza della voce di Lucinda Williams. In questo lavoro vi sono incise tracce composte dello stesso Lloyd ma vi sono anche versioni personali di due brani di Net Coleman, uno di Leonard Cohen, di Monk, di Gabor Szabo e del mitico pianista cubano Bola de Nieve, al secolo Villa Fernandez Ignacio Jacinto, detto anche “il pianista di Fidel”.

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Ron Miles – Rainbow Sign (Blue Note Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Per approcciare Rainbow Sign, cioè l’ultimo lavoro del cornettista Ron Miles, bisogna avere l’accortezza di superare i primi novanta secondi di musica perché questi potrebbero indurci a formulare considerazioni completamente distopiche, almeno fino a quando tre o quattro delicati intermezzi di rullante e piatti non ci aprano la strada facendoci intuire la giusta direzione. Quei primissimi suoni iniziali che sembrano così rarefatti e casuali si organizzano ben presto in un insieme pieno di fascino, dopo aver richiesto al blues e a volte al rock tutti gli stimoli e i guizzi propositivi necessari per intraprendere la giusta strada. In effetti, Miles ha collaborato non solo con colleghi jazzisti ma anche con personalità provenienti dal mondo del rock, come Ginger Baker – chi non si ricorda dei Cream? – e come Joe Henry. Pulsa forte, il cuore di questo lavoro. Se ne avvertono i battiti affiorare sottopelle, se ne intuisce il flusso melodico. Si parla di momenti di grande, raffinata bellezza e di astratta rarefazione armonica.

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