R E C E N S I O N E


Recensione di Mimmo Stolfi

A ottantun anni, Henry Threadgill continua a essere un visionario che rifiuta ogni epilogo. Da tempo ha abbandonato la centralità del proprio strumento per collocarsi altrove: al centro della forma, dentro la scrittura, nella direzione di ensemble concepiti come organismi viventi. Listen Ship porta ancora più avanti questa traiettoria, con un organico che sembra nato da un capriccio utopico: quattro chitarre acustiche (Bill Frisell, Brandon Ross, Miles Okazaki, Gregg Belisle-Chi), due bassi acustici (Jerome Harris, Stomu Takeishi), due pianoforti (Maya Keren, Rahul Carlberg). Nessun fiato, nessuna batteria, ma un’arena di corde e tastiere in cui l’architettura threadgilliana prende corpo come in una cattedrale di suoni.

Il riferimento dichiarato è l’album Song Out of My Trees del 1994, laboratorio intervallare che qui viene ripreso con una lucidità più lirica, talvolta più espressionistica. La suite si articola in sedici movimenti contrassegnati da lettere dell’alfabeto, molti dei quali brevissimi, quasi aforismi musicali: microscopiche aperture di senso, che preparano o interrompono i brani più estesi. In A e C, assoli di pianoforte, l’introversione melodica è già carica di tensione formale; in B, le chitarre si incastrano come ingranaggi in un meccanismo sospeso tra rigore e imprevedibilità. E mette i due pianisti in un dialogo serrato e cooperativo, dove i silenzi contano quanto i cluster. H introduce un impulso latinizzato, che si piega in un tango obliquo, mentre L si apre su armonici contemplativi e conduce verso un assolo di chitarra che sfida il tessuto lirico circostante. La conclusiva R, la più lunga, sembra un montaggio in cui ogni voce strumentale emerge e si ricompone, fondendo la stratificazione intervallare con un respiro orchestrale di grande ampiezza.

Il miracolo di Threadgill è sempre lo stesso, ma ogni volta diverso: costruire sistemi di regole per poi lasciarli incrinare dall’imprevisto. Le chitarre entrano e si ritirano a una a una, i bassi fungono da motore ritmico e da percussione, i pianoforti alternano funzione armonica e scavo timbrico. L’insieme procede per giustapposizioni che non sono mai casuali, contro armonie, contro ritmi, passaggi che sfiorano la dissonanza senza abitarla stabilmente. Non c’è retorica d’avanguardia, ma disciplina classica che concede libertà, un paradosso fertile che Threadgill ha perseguito per tutta la vita.

Listen Ship non è un album “tardo”, e non è nemmeno un disco “di jazz” nel senso corrente. È un atto di fede nella possibilità che la musica continui a inventare mondi, a interrogarsi su come le voci possano coesistere senza fondersi mai del tutto. In questo senso, Threadgill si colloca nella linea dei grandi costruttori di forme, da Ellington in poi, ma con una radicalità che ha pochi equivalenti. La sua eredità è già monumentale; eppure, come dimostra questo lavoro, è ancora in corso d’opera.

Tracklist:
01. A (1:11)
02. B (2:21)
03. C (1:10)
04. D (3:57)
05. E (3:34)
06. F (2:02)
07. G (1:32)
08. H (6:24)
09. IJ (1:21)
10. L (7:04)
11. M (1:56)
12. N (1:05)
13. O (0:49)
14. P (1:12)
15. Q (0:40)
16. R (7:59)

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