R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

La sensazione della pienezza, qualche volta, corrisponde alla sensazione della sazietà. Non sempre la sazietà corrisponde ad uno stato di totale benessere, poiché qualche volta ci piacerebbe essere meno sazi, ma contemporaneamente la sazietà può anche essere sintomo dello stato di benessere. Non avremmo mangiato né una cosa di più, né una cosa di meno. Avremmo voluto mangiare esattamente quello e quanto abbiamo mangiato. Se, magnanimamente, decideste di passarmi il paragone un po’ pecoreccio, potrei aggiungere che è proprio una sensazione di “sazietà spirituale” quella che si prova dopo aver ascoltato We are sent here by history, secondo album di Shabaka & The Ancestors, pubblicato da Impulse!.

Un album di jazz “spirituale” pensato come una “meditazione sulla prossima estinzione della nostra specie come dato di fatto: è una riflessione dalle rovine fumanti” come dice lo stesso Shabaka. Ed è meglio, per una volta, fermarsi a riflettere su tutto ciò, visto anche quello che sta accadendo nel mondo. L’album, registrato lo scorso anno tra Joannesburg e Città del Capo, è di incredibile bellezza, ed è difficile trovare parole adeguate per raccontarlo. Modellato sulla tradizione del “griot”, il cantastorie molto presente nelle culture africane, Shabaka sembra percorrere l’ampio sentiero dell’afrofuturismo alla Sun Ra, con armonie che mescolano ritmi tribali ad un raffinatissimo uso del sax e del clarinetto di Mthunzi Mvubu con la batteria “occidentale” di Tumi Mogorosi, le percussioni “afro” di Gontse Makhene, con Ariel Zamonsky al contrabbasso e altri ospiti come Nduduzo Makhathini al piano Fender Rhodes, Thandi Ntuli al piano e Mandla Mlangeni alla tromba.
Cuore pulsante di tutto il lavoro sembra essere Go my heart, go to heaven, omaggio di Siyabonga Mthembu al proprio padre, dal tono profetizzante la fine dell’umanità e dove, come diceva Franco Battiato, è sempre difficile trovare un’alba dentro un imbrunire. Anche in We will work, dove Siyabonga canta una poesia in Zulu, sul tema dell’infanzia costretta alla rinuncia e al lavoro, e dove sembra che la malvagità umana abbia la meglio; eppure non è la cupezza il tratto dominante di questo magnifico lavoro, ma una vitalità che corre sotto traccia, come è inevitabile per tutta la musica di ispirazione africana. Teach me how to be vulnerable, una favolosa meditazione al sax, il cui titolo esprime tutta la visione del mondo dell’intero album e poi ancora Finally, the man cried, quasi un urlo munchiano di un rito di iniziazione del popolo Xhosa, in cui un ragazzo diventa uomo attraverso un rituale di dolore. E poi ancora Tul the freedom comes home, canto rasta che diede origine al celebre “Nkosi Sikelela” che diventerà poi l’inno sudafricano, con un accenno di nostalgia per la lotta dell’Africa nera, in un certo senso tradita dalla riconciliazione. Ma per un lavoro così denso di cromie e fitto di spiritualità, sarebbe un peccato, oltre che impossibile, commentare tutti i singoli pezzi astraendoli dal proprio contesto. Qui si tratta di ascoltare dall’inizio alla fine, senza perdere né una nota, né un ritmo o un accento. Un vero poema sonoro, zeppo di dolore, ma che sprigiona, anche, una contrapposta forza vitale e uno slancio verso la pienezza della vita rigenerata e liberata da ogni catena. Disco da ascoltare, per meditare e per sperare. Non necessariamente in questo ordine…

Tracklist:
01. They Who Must Die
02. You’ve Been Called
03. Go My Heart, Go To Heaven
04. Behold, The Deceiver
05. Run, The Darkness Will Pass
06. The Coming Of The Strange Ones
07. Beasts Too Spoke of Suffering
08. We Will Work (On Redefining Manhood)
09. ‘Til The Freedom Comes Home
10. Finally, The Man Cried
11. Teach me How To Be Vulnerable