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Brandee Younger – Somewhere Different (Impulse!, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Risulta molto chiaro, secondo le opinioni espresse dalla stessa Brandee Younger che questo suo ultimo album, Somewhere Different, dovrebbe essere accettato per quello che effettivamente è, un lavoro cioè di facile fruibilità, attorno a cui può essere superfluo affannarsi nel cercare significati troppo complicati. Un diretto invito, quindi, a godere nell’immediato della policromia che la musica stessa è in grado di offrire. La Younger, arpista newyorkese trentottenne, giunge così al quinto lavoro da titolare – è necessario però tener conto come Wax & Wane del 2010 e Prelude del 2011 siano EP e che Force Majeure dello scorso anno è un lavoro a quattro mani con il contrabbassista Dezron Douglas, oggi produttore di questo ultimo disco. Comunque sia Somewhere Different è l’esordio per un’etichetta storica come la Impulse! ed in un certo qual modo tutto questo rappresenta una sorta di consacrazione ufficiale dell’artista nell’olimpo dei jazzisti “che contano”. Rifacendosi ai sempiterni spiriti guida di Dorothty Ashby, soprattutto, e secondariamente di Alice Coltrane, la Younger porta il suono della sua arpa, leggero e a tratti morbidamente pigro come un pomeriggio estivo, ad arricchirsi di numerose e diversificate esperienze che oltre al jazz, includono il rock – soprattutto nell’assetto ritmico – l’ambient music, l’hip-hop, molto soul e un raffinato tocco di musica classica. Del resto l’artista in questione ha collaborato con jazzisti sopraffini come Pharoa Sanders, Jack DeJohnette, Charlie Haden, Ravi Coltrane, Makaya McCraven ma anche con altri musicisti provenienti da mondi diversi come John Legend, il rapper Drake, il songwriter ghanese Moses Sumney ecc…

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Sons Of Kemet – Black To The Future (Impulse! Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Claudia Losini

I Sons Of Kemet sono uno dei complessi jazz britannici più acclamati negli ultimi anni, grazie anche alla presenza di Shabaka Hutchings, sassofonista e clarinettista originario delle Barbados, leader, oltre che di questo gruppo, anche dei Shabaka and the Ancestors, membro anche dei Comet is Coming, altro gruppo jazz di ispirazione 70s e basato soprattutto sull’improvvisazione delle jam session.
Ha suonato il sassofono per Sun Ra, Floating Points, Mulatu Astatke, giusto per citare alcuni nomi.
L’impronta principale dei Sons of Kemet è il folk caraibico che incontra la musica africana: il sound è tribale e tocca le corde più nascoste dello spirito in ciascuno di noi. Come dice Shabaka, ognuno interpreta i brani secondo la propria cultura, ma il messaggio finale deve essere necessariamente universale.
E anche nel loro quarto disco, Black to the future, i Sons of Kemet vogliono trasmettere un messaggio, chiaro e molto forte: affinché l’umanità progredisca, bisogna considerare cosa significa essere “Black to the future”, bisogna ridefinire e riaffermare il significato della lotta per il black power.

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Pino Palladino & Blake Mills – Notes With Attachments (New Deal / Impulse!, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Non può lasciare indifferenti un’opera come Notes with attachments, di Pino Palladino & Blake Mills. Comunque la si rigiri il sentimento che essa produce è qualcosa che solletica la nostra curiosità, che va oltre la semplice antinomia del “mi piace-non mi piace”. Si stimola l’idea, allora, di continuare l’ascolto per vedere dove si va a parare, come fossimo davanti a un film di cui sfugge il senso della trama ma che ci tiene incollati allo schermo. Del bassista italo-gallese Palladino non possiamo parlare che bene, data la sua monumentale storia di session man e di collaboratore con importanti artisti internazionali e faccio solo qualche nome: Tears for Fears, Phil Collins, The Who, (dopo la morte di John Entwistle), Pino Daniele, Eric Clapton, Elton John, Herbie Hancock… Mills,oltre ad essere musicista – suona la chitarra e le percussioni e in questo disco una ventina di strumenti diversi – è anche un affermato produttore discografico. La gestazione di questo album nasce attorno a dei frammenti musicali raccolti nel tempo da Palladino, poco più che germogli lasciati a maturare. Il tutto ha richiesto quasi due anni e mezzo di lavoro per ottenere un quadro perfettamente composito, ottenuto sommando un’eterogeneità di suoni e di umori per realizzare i giusti incastri di ogni tessera del puzzle. La modernità la si avverte a pelle, prima d’ogni analisi emotiva e intellettuale.

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Shabaka and the Ancestors – We are sent here by history (Impulse!, 2020)

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Recensione di Mario Grella

La sensazione della pienezza, qualche volta, corrisponde alla sensazione della sazietà. Non sempre la sazietà corrisponde ad uno stato di totale benessere, poiché qualche volta ci piacerebbe essere meno sazi, ma contemporaneamente la sazietà può anche essere sintomo dello stato di benessere. Non avremmo mangiato né una cosa di più, né una cosa di meno. Avremmo voluto mangiare esattamente quello e quanto abbiamo mangiato. Se, magnanimamente, decideste di passarmi il paragone un po’ pecoreccio, potrei aggiungere che è proprio una sensazione di “sazietà spirituale” quella che si prova dopo aver ascoltato We are sent here by history, secondo album di Shabaka & The Ancestors, pubblicato da Impulse!.

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