R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Colpisce l’immaginazione il titolo dell’ultimo album dell’arpista Brandee Younger, Gadabout Season. Una traduzione possibile potrebbe essere “la stagione del gaudente” ma con i foschi momenti contemporanei di guerre, deportazioni e bombardamenti pianificati, questa scelta potrebbe sembrare un po’ fuori luogo. Senonché è la stessa Younger a specificare che “…Gadabout non significa essere lì fuori per strada a fare gli stupidi, significa cercare la gioia anche nei momenti più difficili”. Diamogliela per buona. Anche perché questo lavoro, il terzo registrato per la Impulse! da solista, merita da parte nostra tutta l’attenzione possibile. Non è nuovo, al pubblico che segue Off Topic, il nome di questa artista newyorkese, dato che le sono state dedicate, in passato, le recensioni riguardo agli ultimi suoi due album, rispettivamente Somewhere Different (2021), leggi qui e Brand New Life (2023), puoi vedere qui. Non voglio ritornare sulle influenze, storiche ed evidenti, che Alice Coltrane e Dorothy Ashby hanno avuto sulla Younger ma è indubbio che l’arpa, nel jazz, non sia mai stata uno strumento di punta. Dice infatti l’arpista, a questo proposito “...La gente l’associa sempre a qualcosa di etereo, ma penso che l’arpa abbia molta più profondità e estensione di quanto si pensi”. [Fonte: New York Times, articolo di DiHank Shteamer,11/06/25].

C’è in effetti un’arte particolare nel saper cogliere l’etica del suono, e Brandee Younger, arpista e compositrice di rara sensibilità, la esercita con una grazia che pare appartenere più al regno delle fate che non al mondo tangibile. Con Gadabout Season, Younger ci consegna un’opera che si dispiega come una riflessione sul concetto stesso di musica, non più mera ed esclusiva successione di note, ma significante di un referente più vasto, un oggetto d’arte ibrido capace di incarnare il nostro rapporto con il tempo, lo spazio e la memoria. Ecco che allora la datata definizione di spiritual jazz – pur  essendo di per sé piuttosto grezza e coniata ad arte per inquadrare, ai tempi, la musica indefinibile e un po’ ai margini del jazz propriamente detto di artisti come appunto Alice Coltrane – oggi può essere riutilizzarla con un tangibile criterio logico, se non altro per rimarcare una continuità ideale tra passato e presente. La scelta di suonare proprio quell’arpa appartenuta alla Coltrane, donata dai suoi figli alla stessa Younger, non è solo la storia di un semplice passaggio di consegne ma ha anche un significato più simbolico nel voler affidare alle mani di un’arpista meritevole il peso di una specifica eredità spirituale. Anche perché la stessa Coltrane è stata un esempio di tenacia e ricerca di serenità attraverso il dolore, dato che quando il marito John morì nel 1967, lei si ritrovò sola con quattro figli da crescere. L’arpa, in questo album, non è più quindi soltanto uno strumento musicale ma diventa un mezzo pacificante di forza e continuità storica. La musica di Gadabout Season si rifà ad un jazz leggibile prevalentemente tra le righe di intime armonie modali, con i significativi apporti di un certo numero di ospiti, capaci di offrire profondità e attualità alla musica così proposta. Sembra che la stessa Younger non si preoccupi troppo d’inquadrare la propria musica in un genere specifico. Ogni elemento aggiunto pare lavorare per un bene comune, promuovendo un’armonia superiore che trascende l’individualità dell’Autrice. È un gioco di equilibri, di pesi e contrappesi, in cui il concetto stesso di “fine” e “mezzo” si dissolve in una circolarità perpetua. Le tessiture di fondo sono tranquille, a volte rarefatte e dilatate, altre volte docilmente inserite in piattaforme elettroniche celebrando, almeno in parte, una certa leggerezza dell’essere, un inno alla serenità d’animo – da qui, con giusta misura, il termine Gadabout – che tuttavia cela in sé una riflessione più profonda sulle tensioni interiori, non sempre conformi, in cui s’arrabattano una buona parte degli esseri umani. Insieme all’arpa dell’Autrice registriamo i contributi del nucleo principale di musicisti che sono Rashaan Carter al basso elettrico, che è anche produttore dell’album, e Allan Mednart alla batteria. Poi compaiono vari ospiti, alcuni già collaboranti da tempo con la Younger come Shabaka Hutchings al flauto e al clarinetto – vedi qui, qui e anche qui – Joel Ross al vibrafono – leggi qui e qui – Makaya McCraven alle percussioni – leggi qui. Inoltre è presente Niia agli interventi vocali, Courtney Bryan al pianoforte e Josh Johnson al sax.

Sembra di trovarsi sotto una rinfrescante cascata di suoni acustici ed elettronici, mentre l’arpa di Reckoning, primo brano dell’album, sgorga come una sorgente in quota quasi annunciando sé stessa con una certa sacralità. Comunque è solo un appunto rapido, un’onda che con la sua risacca ci porta, con qualche riverbero risonante, verso il seguente End Means, il primo tra i brani a mio parere più importanti dell’album. Una stranezza, se vogliamo, ma assai ben gestita, con il flauto di Shabaka che sembra imbeccare le prime note di The Rite of Spring di Stravinskij. Ma è solo un abbaglio luminoso, come del resto risplende di luce questo flauto, carico di suggestioni a mezza strada tra urban jazz e melodie orientali, mentre il basso quasi funky e i delicati battiti della batteria traspaiono attraverso la cristallinità delle corde dell’arpa. Pochi strumenti, strutture apparentemente semplici per un’improvvisazione modale trance-inducente finalizzata ad ottenere un brano di quelli che potrebbero durare all’infinito senza stancare. La title track Gadabout Season s’annuncia in punta di piedi con qualche colpetto alle corde del basso elettrico che simula un passo incerto e curioso. Vi partecipano sia Ross al vibrafono che McCraven alle percussioni e inoltre anche il discreto clarino di Shabaka. L’atmosfera è fiabesca, onirica e in questo clima sognante e giocoso il pizzicar d’arpa aiuta parecchio. Che dire? Anche questo brano mi sembra molto buono. Breakin’ Point è più inquietante per la presenza di dissonanze inaspettate ma la traccia ha un nervo ritmico di gran peso per l’intreccio efficace di basso e batteria. La Younger lavora su arpeggi spiritati, in cerca di avventure armoniche, aiutata da un sottofondo elettronico che ne amplifica i tocchi delle dita. Reflection Eternal è meditazione pura, un’ipnotica impresa di solismo da parte della Younger che assomma tra loro istanze acustiche ed elettroniche con grande naturalezza. L’invito è quello di abbandonarsi ad una gioia da ricercare principalmente dentro di noi. New Pinnacle, introdotta dai voli immaginifici degli arpeggi della Younger, è un piccolo capolavoro melodico, un vellutato soul jazz di estrema raffinatezza e tocco delicato. Una batteria studiata e quasi sussurrata regge il gioco all’arpa e il basso crea una dimensione abitabile per le melodie che potrei definire celestiali senza timore di essere smentito. Un ardito cambio di tonalità dalla metà in poi fa salire di un semitono il brano ma non ci si ferma qui. Dopo un po’ si scende di una terza maggiore e si entra in un’altra tonalità ancora. Se non sbaglio, si chiude in chiave differente dall’inizio e questa non è certo una soluzione troppo canonica in campo musicale. Surrender pare ispirarsi ad una composizione di Benjamin Britten, A Ceremony of Carols Op.28, ideata nel 1942, un corale di spirito natalizio per voci bianche ed arpa. La Younger, con basso e batteria al suo fianco, s’intreccia alle note liriche di pianoforte della Bryan, in un curioso scambio di ruoli, dove un’arpa imita il piano e viceversa. Si può trovare conforto nel totale abbandono di sé? Nella seconda parte ci si allontana un poco dal clima chiesastico per avvicinarsi maggiormente al più prosaico jazz, addirittura reso con un tocco swingante. BBL fa inizialmente quasi pensare a Steve Reich ma poi la musica si avvicina ad uno stile afro-beat molto solare, con un accompagnamento ritmico complesso, mentre i suoni dell’arpa ci arrivano come se provenissero da una caraibica tin-drum. Unswept Corners prevede l’intervento vocale di Niia, sognante ed evocativo, come del resto è tutta la struttura del brano. Nonostante l’apparente forma piuttosto libera, un pezzo come questo dimostra una ritmica ben inquadrata ed un fulcro costituito dagli arpeggi della Younger attorno a cui ruota il ridotto planetario strumentale che costituisce la struttura a trio centrale operante in tutto questo Gadabout Season. Si conclude con Discernment, un’improvvisazione moderatamente free con il sax di Johnson variamente sovrainciso.

Penso che tra gli album della Younger, questo sia sicuramente il migliore. Il più poetico, meditativo, aereo, soavemente jazzato e animato da idee nuove, con una tavolozza timbrica tra le più interessanti che abbia potuto ascoltare in questa prima parte del 2025. La Younger dimostra di essere aperta ad esperienze che superano i confini abituali della musica jazz, regalando alla propria arpa una dimensione genericamente poco inquadrabile in un solo genere, confidando nella sua prosa trasparente e adattabile a strumenti ed umori diversi.

Tracklist:
01. Reckoning (2:06)
02. End Means (4:12)
03. Gadabout Season (4:46)
04. Breaking Point (2:44)
05. Reflection Eternal (2:18)
06. New Pinnacle (4:50)
07. Surrender (5:27)
08. BBL (4:56)
09. Unswept Corners (4:34)
10. Discernment (6:51)

Photo © Erin Patrice O’Brien

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