R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Non appare ancora nessuna ruga sulla musica di Joni Mitchell. Per quella che è stata forse la più importante tra le autrici statunitensi dagli anni ’60 fino ad oggi – l’artista canadese ha da poco compiuto ottant’anni – si sta costruendo un mito trasversale abbondantemente meritato. Non c’è musicista importante, a qualsiasi genere si faccia riferimento, che non annoveri la Mitchell tra le sue influenze. E in effetti, passando attraverso gli inizi acustici cantautoriali sul finire degli anni ’60, filtrando tra le maglie del sognante rock californiano dei primi ’70 e accostandosi rispettosamente al jazz in zona Hejira (1976) e poi con Mingus (1979), la Mitchell ha rafforzato il suo legame molecolare con l’essenza del patrimonio musicale americano, esprimendo il suo genio – perché di questo si deve parlare – con tutto il vitalismo e la poliedricità possibili. Tra i molti tributi che le sono stati dedicati mi è rimasto impresso l’album di Maria Pia De Vito, So Right (2005), a mio parere imprescindibile quando si tratta, nell’ambito del jazz italico, di utilizzare riferimenti certi per questo tipo di omaggi musicali. Ma se l’album della De Vito vantava una super-formazione che includeva, oltre alla cantante, le personalità indiscusse di Danilo Rea, Enzo Pietropaoli e Aldo Romano, nel lavoro di cui ci stiamo occupando, il non meno interessante Amelia di Martha J. & Chebat Quartet, ci troviamo a confronto con musicisti non conosciutissimi al di fuori dell’ambiente strettamente jazzistico. Eppure sia la cantante milanese Martha J. che Francesco Chebat, pianista e responsabile degli arrangiamenti di Amelia, hanno alle spalle una lunga gavetta di concerti e una buona produzione di album – questo è il loro sesto lavoro dopo il primo Dance Your Way to Heaven del 2010.

Insieme agli altri musicisti che compongono la formazione, Giulio Corini al contrabbasso e Maxx Furian alla batteria, il duo Martha J. e Francesco Chebat dà origine ad un’opera densa e corposa, senza inutili lambiccamenti estetizzanti. Muovendosi nell’ambito di un jazz essenziale, spesso marezzato di rock e soul sorretto dalla bravura tecnica degli elementi e dai buoni criteri compositivi dell’arrangiamento, il gruppo ruota con una propria orbita personale attorno al pianeta mitchelliano, senza farsi attrarre più del lecito dal campo gravitazionale di quest’ultimo. Se l’artista canadese funge da modello d’ispirazione, lo sviluppo musicale che ne consegue attraversa un percorso autonomo, quasi che i singoli brani diventino oggetti originali di per sé, dotati di una loro vita indipendente per merito di un’elaborazione armonica non invasiva ma capace di rileggere il contesto in una forma inedita. L’attenzione con cui è stato affrontato il vasto repertorio di riferimento ha fruttato una scelta accurata di quei brani che più si sono prestati all’elaborazione strumentale ma soprattutto alle esigenze vocali della cantante. Il periodo coperto dalla selezione di Chebat Quartet è piuttosto vasto, estendendosi per circa un quindicennio dal 1968 al 1982, sufficiente a sfiorare i vari cambi direzionali espressivi nella carriera dell’artista canadese. Tuttavia bisogna precisare che non tutti i brani scelti sono composizioni totalmente attribuibili alla Mitchell, dato che due tra questi, come tra poco segnaleremo, sono stati condivisi con Charlie Mingus. Per quello che riguarda l’aspetto vocale di Martha J. è indubbia l’ottima intonazione, non così scontata nei brani della Mitchell, soprattutto quando il fluente e affollato talking in alcune canzoni rischia di attentare alla sicurezza melodica del canto. L’escursione vocale pare molto buona, la timbrica un po’ di gola è meno rotonda rispetto a quella della De Vito – rimanendo nell’ambito dei tributi alla Mitchell – ma si tratta comunque di due modelli espressivi vocalmente diversi.
Si comincia con Moon at the Window, tratto dall’album Wild Things Run Fast del 1982, lavoro in cui comparivano, tra gli altri, gente come Larry Carlton, Vincent Colaiuta e Wayne Shorter. La versione di Martha J. punta ad accentuare lo swing già insito nell’originale, ma incrementando il senso più propriamente jazzy della composizione, con il piano che inserisce succose variabili blues. Ed è proprio questo strumento il grande protagonista in questa occasione, ben sostenuto dalla ritmica densa di contrabbasso e batteria. La cantante si muove bene, pur senza raggiungere l’intensa trasparenza della voce della Mitchell. Barangrill è estratto da For the Roses del 1972. Alla matrice folk della chitarra acustica si sostituiscono gli accordi di pianoforte mentre il brano si dondola in un clima pop-jazz di alta scuola. Francesco Chebat mantiene le vele in favore di vento, il suo pianismo è sorprendentemente fresco e fantasioso e mi ricorda, a tratti, l’improvvisazione cangiante di Bollani. Grande controllo e conseguente intesa strumentale da parte sia di Corini che di Furian, veramente un’ottima scelta ritmica. The Hissing of Summer Lawns è il brano tratto dall’omonimo album del 1975, forse tra i momenti migliori per la voce di Martha J. che si muove senza sforzo con glissati vocali molto addolciti. Una parentesi pop-soul dall’anima jazz che si fa ascoltare con molta piacevolezza, con una batteria flemmatica, giri avvolgenti di contrabbasso e Fender Rhodes sotto le dita di Chebat. Free Man in Paris viene da Court and Spark, album targato 1974. L’impostazione quasi orchestrale del brano originale, così pure la sua atmosfera più folk, vengono qui riviste e riorientate, com’era lecito aspettarsi, in un gergo jazz più sedimentato, con un sound complessivo maggiormente intricato e arricchito di coloriture velatamente romantiche. La canzone affollata di parole, com’era costume in alcuni pezzi della Mitchell, obbliga il canto ad un certo tour de force per mantenersi intonato, prova che Martha J. supera con fluida eleganza. Di assoluto valore la triangolazione strumentale. Sweet Sucker Dance è tratta da Mingus (1979). Questo brano fu scritto in stretta collaborazione con Charlie Mingus a cui si attribuisce la stesura della partitura musicale. In effetti la traccia presenta un’organizzazione melodica-armonica molto complessa, avvolta in una morbida blues ballad che nell’album della Mitchell la vedeva affiancata, tra gli altri, a Jaco Pastorius con il suo inconfondibile basso elettrico, Wayne Shorter al sax soprano, Peter Erskine alla batteria ed Herbie Hancock al piano. Il clima un po’ lunare che caratterizzava l’incipit originale, con la voce della canadese a scivolare sulle note del Rhodes, viene qui ridimensionato in un soffuso amalgama strumentale, reso particolarmente moody dal notevole tocco pianistico di Francesco Chebat.

Black Crow esce dai solchi di Hejira, album pubblicato nel 1975. L’andamento più rockeggiante del brano originale viene qui stemperato in uno swing molto groovin’. Dopo l’assolo di piano si offre la possibilità anche al contrabbasso di Corini e alla batteria di Furian di esibirsi in due rispettivi momenti di solitudine che comprovano, se mai ce ne fosse bisogno, la loro portata tecnica. La melodia della canzone viene qui abbassata di un semitono rispetto all’originale, probabilmente per consentire alla cantante un excursus vocale più agevole. Ancora dallo stesso album di cui sopra proviene Amelia che fu scritta in memoria dell’aviatrice Amelia Earhart. Come la stessa Martha J. ha rivelato, Amelia era anche il nome di sua nonna paterna ed è forse per questo che il tono del suo canto appare molto partecipato all’interno di una linea melodica più lenta e addolcita, rispetto ad un originale emotivamente severo, sorretto quasi esclusivamente dalle note metalliche d’una chitarra elettrica. Il brano è un esemplare distillato di pop-jazz song dall’aria affettuosa e disincantata, peraltro semplicemente arrangiato in una forma molto sobria. Si passa ora a The Dawntreader, presente in Song to a Seagull, album che risale al 1968. Credo che questo sia, per diversi motivi, il brano migliore della selezione. Prima di tutto notiamo la bella prova della cantante che evidenzia la sua solidità d’intonazione, seguendo uno sviluppo melodico tutt’altro che semplice. In seconda battuta, si trattava di trasformare un pezzo retto solo dalla voce e dalla chitarra acustica della Mitchell in qualcosa d’altro di più corposo e arrangiato, correndo il rischio di stravolgere radicalmente le atmosfere originali. Invece gli strumentisti hanno adattato questa esecuzione ad un brano di moderato rock-jazz, riuscendo a creare qualcosa di unico e speciale. In mezzo a tutto questo, due assoli di raro fulgore, prima con il contrabbasso di Corini e poi con il pianoforte di assoluta bellezza, estremamente armonico e tonale, dello stesso Chebat. In A Chair in the Sky, brano sempre tratto da Mingus non abbiamo dubbi, fin dalle prime note, della partecipazione alla composizione dello stesso famoso contrabbassista dell’Arizona. Una struttura melodica dall’aspetto selvatico, tutt’altro che orecchiabile con continui cambi tonali, un vero e proprio terreno minato per un cantante. Eppure Martha J. affronta questo percorso labirintico sotto forma di ballad con totale naturalezza, così come del resto fece a suo tempo la Mitchell. Per il resto il brushing di Furian, il diligente percorso di Corini e, che lo dico a fare, il perfetto assolo di pianoforte, completano questo piccolo gioiello. Cold Blue Steel and Sweet Fire proviene dall’anno di grazia 1972 e l’album in questione da cui questo pezzo è tratto è For the Roses. In pieno clima folk-rock la Mitchell fu affiancata in alcuni momenti dell’Lp da Stephen Stills e Graham Nash. Chebat Quartet realizza una traccia non poi così distante dall’originale apportando qualche fenditura jazzy, mantenendo intatte le pennellate autunnali che caratterizzavano il brano, grazie anche al pianismo billevansiano che lo arricchisce. Si chiude con The Same Situation che viene da Court and Spark (1974). In questo caso la voce di Martha J non regge però pienamente il confronto con il canto pieno di cristallini vibrati che operava la Mitchell. Qui tace la batteria, con il solo Corini a sostenere il battito ritmico del brano.
In quegli anni io ed i miei amici eravamo tutti adolescenti barricati nelle loro camerette quando la Mitchell si proponeva con le sue canzoni intimiste e sognanti. L’orecchio era incollato alla voce di Carlo Massarini che dalla radio sillabava “…miss Joni Mitchell”, presentando i suoi brani. Diventando più grandi abbiamo imparato ad apprezzare sempre di più la sua arte, anche la sua pittura spesso esibita nelle copertine dei suoi dischi. Se mai poteva esserci un musicista che poteva idealmente prestarsi ad una bella supervisione jazzistica come questo Amelia, beh, questi non poteva essere altro che l’artista canadese. Chebat Quartet possiede la grammatica perfetta che permette di riscrivere in forma nuova, rispettosa ma coraggiosa, alcune tra le più belle pagine di musica di queste ultime decadi. La relazione col passato prossimo che dimostra questa formazione e in particolar modo Martha J. è improntata alla preservazione dell’intensa capacità sognatrice della Mitchell, muovendosi sui gradini alle volte vertiginosamente stretti del suo modo di cantare, offrendone una rilettura brillante e lontana da eccessi crepuscolari.
Tracklist:
01. Moon at the window
02. Barangrill
03. The hissing of summer lawns
04 Free man in Paris
05. Sweet sucker dance
06. Black crow
07. Amelia
08. The dawntreader
09. A chair in the sky
10. Cold blue steel and sweet fire
11. The same situation


![Sonia Spinello con Sonia Candellone – Time don’t move [anteprima video + intervista]](https://offtopicmagazine.net/wp-content/uploads/2026/04/Spinello_Candellone_ETEREA-©Riccardo-Botta.jpg)



Rispondi