R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Ritrovo con piacere, dopo quasi due anni da Amelia – l’interessante lavoro dedicato a Joni Mitchell e registrato insieme a Martha J, leggi qui – un nuovo album del pianista Francesco Chebat alla testa di un trio con Riccardo Fioravanti al contrabbasso – vedi qui – e Maxx Furian alla batteria. The Wand, Chick Corea and Beyond è un lavoro che nasce da una necessità profonda, quasi biografica, di rendere omaggio a Chick Corea non come un esercizio calligrafico ma fondamentalmente come gesto di riconoscenza. A tal punto che la copertina dell’album mi ha ricordato, seppur vagamente e forse con un’associazione inconscia, la fierezza un po’ ironica dell’analoga copertina di My Spanish Heart, opera del pianista del Massachusetts datata 1976. Francesco Chebat dichiara apertamente questo suo “atto di gratitudine” e l’album mantiene questa rotta lungo tutto il suo percorso, muovendosi con assoluta coerenza e senso della misura tra memoria e presente, tributo morale e slancio personale. Questo perché effettivamente il pianismo di Corea, sia nella sua forma acustica che elettrica, è stato ed è ancora un importante riferimento per tutto il mondo del jazz. Il lavoro di Chebat e sodali si colloca quindi consapevolmente in una zona di confine, quella che separa l’omaggio in sé per sé dalla rielaborazione critica del materiale a disposizione.

Il progetto nasce assumendo come punto di partenza un’eredità a dire il vero un po’ intimidente, che richiede equilibrio e lucidità per non esserne oscurati. Chebat non si fa risucchiare da ansie tecnicistiche né da spirali hardbop senza fondo, anzi, nell’atto trasformativo di spostare le correnti più elettriche e funky in una forma completamente acustica, il pianista trentino formalizza un’opera che sembra tutt’altro rispetto ad un apocrifo di Corea. Chebat indulge spesso in climi lenti e moderati, soprattutto nei brani di sua mano, atti a compensare certi innesti più veloci e turbinosi maggiormente riferiti ai lavori di Corea stesso. Del resto, questo specifico omaggio al grande musicista americano non è mai monumentale, ma rivela un carattere intimo, vissuto, nato da un ascolto adolescenziale che ha messo radici allora e che oggi fiorisce in una voce personale. L’operazione, però, non si presenta con i caratteri della nostalgia ma con una equilibrata visione sufficientemente analitica, isolando i nuclei compositivi di Corea e rimettendoli in circolo all’interno di un linguaggio che trascorre dal jazz moderno alla fusion, senza necessariamente fissarsi in una forma assoluta. Poi c’è un importante considerazione da sottolineare. l brani firmati da Corea sono quattro su nove, dove le rimanenti tracce sono composizioni dell’Autore italiano. ll trio, allora, si trova a lavorare su un crinale in bilico da un lato verso la rilettura di brani provenienti soprattutto dal periodo elettrico di Corea, ridefinendo in parte la struttura del materiale melodico-armonico. Dall’altro lato ci sono le composizioni di Chebat che assorbono parzialmente il lessico di Corea ma conservano l’impronta personale di un pianista musicalmente maturo com’è appunto oggi l’Autore italiano. Il risultato è una musica che sfugge alle simmetrie troppo comode e rifiuta per tanto l’idea di una forma chiusa e contratta nello sforzo di confrontarsi con l’ombra del Maestro. Per questo motivo Chebat si conferma pianista e compositore eclettico, capace di alternare groove robusti a passaggi più intimi, dimostrando una notevole padronanza armonica e ritmica in un contesto triadico che agisce come organismo conforme. E in effetti il lavoro del trio è sorretto da un interplay costante, con Fioravanti e Furian che costruiscono una base elastica, palpitante, che rende spesso i brani mobili, instabili nel senso più creativo e dinamico del termine. In questo gioco enantiodromico tra rispetto delle strutture e autonomia di movimento, tra omaggio e invenzione, si avverte una tensione estetica profonda, una bellezza non completamente afferrabile. Il concetto di bello non è qui solo una pura questione edonistica soggettiva, ma diviene esperienza, giudizio, apertura mentale, attraversando l’intero album come una presenza discreta seppur costante. The Wand… non cerca di andare oltre Corea, piuttosto ci entra dentro, lo rilegge riattraversandolo, lasciando che il passato resti un terreno vivo su cui continuare a pensare e a creare.
Primo brano in sequenza è Hymn of the Seventh Galaxy, tratto dall’album omonimo con i Return to Forever del 1973. La riduzione dall’impronta elettrica del brano originale a questa versione avviene senza traumi, anzi, l’ammorbidimento acustico opera un gradevole mutamento che si configura ad hoc per la formazione a trio. Chebat preserva ovviamente il tema portante e la lunghezza del brano s’allunga in una durata quasi doppia rispetto al pezzo di Corea. Ottimo l’assolo di Fioravanti che si distende tra gli accordi armonici del pianoforte, fino alla ripresa tematica. Night Radio è uno dei brani di Chebat. Raccolto nella bomboniera del trio, il pianoforte scivola sulle note, appoggiandosi al leggero drumming agile e swingante di Furian e al sensibile, misurato assolo di contrabbasso di Fioravanti. Nella seconda parte del brano sale la dinamica, la ritmica si fa più incisiva, il pianoforte lavora tra le strutture sfaccettate di un contenuto hardbop e i diversi stacchi segnati dalla batteria. Lume è un altro brano di Chebat con un accompagnamento arpeggiato e delle note cantabili sfumate. Una traccia delicata, inizialmente sostenuta insieme al contrabbasso, poi arricchita dalla comparsa di Furian a rimarcare i vari passaggi pianistici. Il suono si mantiene volutamente trattenuto, quasi disadorno, seguendo la regola non scritta della moderazione e dell’attenzione alla purezza melodica. The Wand promuove un incremento dei tempi, dopo un breve ed elegante abbrivio di pianoforte. Il walking di contrabbasso segnala uno swing sostenuto e il trio esprime sé stesso con autorevolezza e consapevolezza, alternando momenti di maggiore calma – dove si ascolta un gradevolissimo tema che verrà ripreso in prossimità della chiusura del pezzo – ad altri decisamente più movimentati.

A Weird Storyteller è una ballad dal sapore notturno che in realtà ricorda più lo stile di Bill Evans – c’è qualche rimando a I Fall in Love Too Easily, tra le righe – e come tutte le ballate che si rispettino possiede un tappeto di spazzole che sfregano pelli e piatti, un contrabbasso che pare deambulare con passo morbido con una cavata ricca di silenzi. Da rimarcare il tocco pianistico dell’Autore, cauto e vellutato. Tone Poem proviene dall’album di Corea Paint the World (1993) pubblicato col nome di Chick Corea Elektric Band II. Il brano, in origine di forte impronta funky, viene qui addolcito dalle vibrazioni acustiche del pianoforte, utilizzato al posto del Rhodes, con una fase centrale in cui lo strumento di Chebat s’interseca alla perfezione alla componente ritmica. Nonostante la struttura di base venga sufficientemente rispettata, il brano si trova a viaggiare in territori inattesi, animato oltre che dal brioso ma controllato pianoforte, anche dagli stacchi quasi rock di batteria che compaiono in dirittura d’arrivo. Anche Duende esce dalla penna di Corea, più precisamente dall’album Touchstone (1982) e testimonia lo storico periodo d’infatuazione per la musica iberica e il flamenco del pianista. La dimensione a trio avvolge il brano in un’atmosfera che ricorda a tratti le composizioni di Satie, dovendo ovviamente rinunciare al supergruppo che accompagnava in origine lo stesso Corea e soprattutto, nel caso specifico di questo pezzo, al sax contralto di Lee Konitz. Tuttavia questa prova del trio di Chebat possiede qualcosa di magico e di arcano derivante proprio dalla sottrazione accennata, tanto da rendere la diegesi di questa traccia assolutamente personale e con in più una peculiare aggiunta di fascino evocativo. Per me si tratta del momento più riuscito ed essenziale dell’album. Underwater Blue è un’iniezione di vivacità e di contemporaneità, dove il pianismo di Chebat s’arricchisce di moderate dissonanze, conducendo un hardbop seguito dal raffinato eloquio ritmico della coppia Fioravanti-Furian. Il contrabbasso finisce per muoversi anche in ambito solistico, imitato in seguito dalla batteria e dai suoi stacchi imperiosi. Chiude l’album la riproposizione di Silver Temple, tratto da The Chick Corea Elektric Band (1986), che niente toglie o aggiunge rispetto alle considerazioni già espresse per i brani precedenti.
The Wand, Chick Corea and Beyond si sottrae alla logica del tributo celebrativo per collocarsi in una zona più complessa e fertile, dove il gesto di Chebat, Fioravanti e Furian non consiste nel riprodurre un linguaggio, bensì nel metterlo alla prova del presente, esponendolo a una trasformazione che è insieme analitica ed emotiva. La musica di Corea diventa così una matrice aperta, un campo di forze entro cui l’identità dei tre musicisti si definisce per attrito, per dialogo e per sperimentazione controllata. La scelta dell’acustico, la centralità dell’interplay e la continua oscillazione tra scrittura e improvvisazione rivelano una concezione della musica come processo in atto e non certo come oggetto statico. The Wand diviene così un atto di responsabilità artistica, perché confrontarsi con un’eredità di questo tipo significa assumersene il rischio, accettare la possibilità del fallimento, esporsi al confronto con un modello altissimo senza cercare facili scorciatoie.
Tracklist:
01. Hymn of the Seventh Galaxy
02. Night Radio
03. Lume
04. The Wand
05. A Weird Storyteller
06. Tone Poem
07. Duende
08. Underwater Blue
09. Silver Temple
Photo © Orazio Truglio


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