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Riccardo Talamazzi

Sade Mangiaracina – Madiba (Tǔk Music, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Mi trovo spesso, in questi ultimi anni, a considerare la presenza di giovani musicisti sempre più preparati e creativi, soprattutto di casa nostra. Molti di loro in prima linea sul fronte dell’avanguardia, altri più vicini ad una certa forma armonica più classica e tradizionale. Tra questi ultimi anche Sade Mangiaracina, pianista trentacinquenne originaria di Castelvetrano. Vantando una solida preparazione tecnica sia classica che jazzistica la pianista siciliana si presenta con il suo secondo disco per l’etichetta Tǔk Music, casa di produzione musicale creata dal trombettista Paolo Fresu e attiva ormai da una decina d’anni. Mangiaracina, vuoi per il suo curriculum ricco di numerosi concerti in giro per il mondo e vuoi per gli svariati intrecci collaborativi, si gioca la carta di una musica fluida nei suoi fraseggi e aperta a disparate influenze. Si notano, nel suo sviluppo sonoro, abbondanti reminiscenze classiche, soprattutto in certi passaggi pianistici di impronta quasi romantica, mescolati con influenze jazzistiche a testimoniarne l’eclettismo compositivo. 

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Francesco Cafiso – Irene of Boston – Conversation avec Corto Maltese (Eflat Records, 2020)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Ho tuttora sotto gli occhi una vecchia foto in bianco e nero in cui un giovanissimo Francesco Cafiso posa con il suo sax in compagnia del pianista Franco D’Andrea. La rivista specializzata che pubblicò l’immagine commentava lo stupore di trovarsi di fronte ad un ragazzino, allora credo tredicenne, che suonava con la maturità di un adulto navigato. Non è stata certo la prima volta che un musicista poco più che bambino abbia dimostrato una dimestichezza profonda col proprio strumento e soprattutto una sorta di saggezza esecutiva che sarebbe stato maggiormente lecito aspettarsi da un professionista più anziano. Oggi Cafiso, all’età di trentadue anni, è considerato uno dei migliori sassofonisti al mondo, affiancando alla sua proverbiale perizia strumentale anche un’invidiabile capacità compositiva. Irene of Boston, attualmente il suo ultimo lavoro, racconta un’avventura così romantica che più non si può, mescolando una storia vera con la fantasia di un personaggio della letteratura a fumetti come Corto Maltese. Il marinaio solitario e pensoso creato da Hugo Pratt si lega idealmente con la vicenda di un veliero, Irene of Boston appunto, un cutter a doppio fiocco varato in Inghilterra nel 1914 e che passò di mano in mano a diversi proprietari, compiendo letteralmente il giro del mondo e finendo i suoi giorni sulla costa siciliana di Pozzallo, guardando verso Malta, dove tutt’ora resta in dignitosa vecchiaia.

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Joe Chambers – Samba de Maracatu (Blue Note Records, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

In un’ipotetica collocazione tra i jazzisti più significativi, dagli anni ’60 ad oggi, temo che Joe Chambers non verrebbe adeguatamente considerato. Il suo problema, se così possiamo chiamarlo, è stato quello di lavorare accanto a dei grandissimi nomi di artisti che scelsero lui come batterista ma che nel contempo, ovviamente non in modo consapevole, ne oscurarono giocoforza la personalità. Parliamo di pezzi da novanta come Archie Shepp, Wayne Shorter, Freddie Hubbard, Chick Corea, Charles Mingus, Miles Davis e l’elenco potrebbe tranquillamente prolungarsi per un bel po’. Negli anni ‘60 Chambers ha collaborato come sideman in una ventina di sessioni per la Blue Note, mantenendosi sempre fedele, anche con eccessiva modestia, al suo ruolo di cooperatore e nonostante le frequenti richieste posticipò di gran lunga la data del suo debutto come leader per l’etichetta newyorkese che avvenne solo nel 1998. Non così esuberante come altri batteristi all’Art Blackey né tantomeno raffinato come lo fu Paul Motian, Chambers ha comunque partecipato al successo del post-bebop forse come pochi altri prima e dopo di lui. Autore e band leader di almeno una decina e più di album egli si prodiga in questo Samba de Maracatu sia come batterista che come vibrafonista, coadiuvato dal piano di Brad Merritt, dal basso di Steve Haines, e dalle voci di Stephanie Jordan e Mc Parrain.

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Hitra – Transparence (AMP Music & Records, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Una curiosa manipolazione narrativa è alla base di questo disco in cui il gruppo in questione, Hitra, prende il nome dall’omonima isola situata nella parte centro-occidentale della Norvegia. Potremmo affermare che l’intera opera sonora – Transparenceè un’eterotopia focalizzata sulle città, non solo quelle esistenti ma anche in tutte le altre frutto di ideazioni fantastiche, utopistiche e letterarie. Si tratta di architetture nate dai racconti delle Mille e una notte come Lebtit e Labtayt o a progetti abitativi parigini come La città dei poeti (che è pure il titolo di un romanzo fantastico di Daniel Abraham). Anche quando gli agglomerati urbani sono realmente esistenti ci si riferisce a luoghi esotici, indonesiani come Sêtu o a villaggi semi-sperduti come Sandstadt, situato nella stessa Hitra. Si tratta quindi di non-luoghi, o meglio di luoghi dove il presente si riassorbe e si collega ad un’interiorità nascosta, una dimensione sacra e privilegiata in cui il Tempo abituale rallenta e si dissolve. Gli autori di tutta questa creazione musicale sono un quartetto italo-nordico in cui, accanto al nostro pianista Alessandro Sgobbio, suonano il chitarrista islandese Hilmar Jensson, il bassista Jo berger Myhre e il batterista Øyvind Skarbø, questi ultimi entrambi norvegesi.

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Richard Barbieri – Under A Spell (Kscope, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

È passato molto tempo dalla fine dell’avventura dei Japan, all’incirca una quarantina d’anni. Tutti gli elementi del gruppo, da allora, hanno avuto un’evoluzione musicale interessante, primo fra tutti l’eclettico David Sylvian. Purtroppo la morte prematura del bassista Mick Karn ha impedito a quest’ultimo di continuare la propria carriera artistica. Richard Barbieri invece, arrivato al sessantaquattresimo anno di età, è passato attraverso molteplici esperienze culminate sia come solista e sia come membro dei Porcupine Tree, una delle rock band più affascinanti e sperimentali di questi ultimi decenni. La matrice di base di Barbieri è rimasta in qualche modo legata tanto all’impronta elettronica quanto a quella particolare chimica sonora che aveva segnato l’esperienza Japan, cioè un tappeto armonico-ritmico su cui voci e strumenti solisti si connettono intimamente realizzando un amalgama rarefatto e sognante, omogeneo nella forma, senza brusche sterzate verso dissonanze inaspettate. Proprio questa uniformità d’intenti è ciò che caratterizza il quarto lavoro solista di Barbieri, Under A Spell.

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Ferenc Snétberger, Keller Quartett – Hallgató (Ecm Records, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

C’è un grande chitarrista ungherese che incide dischi da circa trent’anni ma che resta conosciuto solo da un pubblico assai ristretto. Eppure questo musicista – si tratta di Ferenc Snétberger – transita attraverso i generi musicali con estrema scioltezza, ora cimentandosi con la musica classica, ora col jazz e la musica popolare brasiliana e flamenca. C’è poi anche un quartetto d’archi – il Keller Quartett – anch’esso ungherese e con una trentina d’anni di attività nel mondo della musica classica, che ha in comune con Snétberger l’attitudine alla curiosità e al desiderio di superare certi confini stilistici. Sono sempre più numerosi quei musicisti che, provenendo da mondi differenti, avvertono l’ambizione di confrontarsi con altre geografie artistiche, ma soprattutto desiderano misurarsi con se stessi, valutandosi nei generi più disparati. Gli esempi sono molti, da Friedrich Gulda a Keith Jarrett, da Nigel Kennedy a Chick Corea (ricevo, mentre scrivo, la notizia della sua morte – n.d.r.) e tanti altri ancora. Esistono poi etichette discografiche come ECM sempre pronte ad accogliere ibridazioni d’ogni tipo, purché, evidentemente, di alta qualità compositiva ed esecutiva. La molla che spinge certi artisti ad esporsi contemporaneamente su più fronti penso sia legata alla necessità di trovare nuovi spunti emozionali, di mettersi alla prova volteggiando senza rete, rischiando spesso qualcosa di proprio

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Jean-Marie Machado – Majakka (La Buissonne, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Nato in Marocco da genitori europei, Jean-Marie Machado è un pianista che dimostra manifestamente le sue origini familiari. Di matrice classica ben avvertibile, frutto di un’educazione musicale tutta francese, Machado è compositore molto raffinato, di grande esperienza, con alle spalle più di una quindicina di uscite discografiche, in parte come titolare e parte come collaboratore. Ha suonato accanto a gente come Paul Motian, Paolo Fresu, David Liebman, ha scritto composizioni per orchestra e si è cimentato in progetti multidisciplinari che includono anche teatro e danza. In questa sua ultima prova, registrata in Provenza a Pernes-les-Fontaines nello studio La Buissonne, egli mira a sviluppare un discorso musicale già parzialmente avviato da artisti come il tunisino Anouar Brahem e il libanese Rabih Abou-Khalil. Sulla strada tracciata da questi musicisti viene, di fatto, costruita una composizione globale con un’impronta più occidentalizzata che vola su melodie e ritmiche ibride ricche di suggestioni arabo-meditarranee le quali si rapportano a forme jazzistiche ed acustiche più contemporanee. Il trio che accompagna Machado al piano, in questo Majakka, è composto dai sassofoni e dal flauto di Jean-Charles Richard, dal violoncello di Vincent Segal e dalle percussioni di Keyvan Chemirani

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Archie Shepp & Jason Moran – Let My People Go (Archieball, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Ai tempi fastosi del bebop i maestri del jazz abbondavano di note straripanti ed esplosive, spesso inventandosi frasi così complesse da rendere molto difficile per gli altri poterle copiare e riprodurre. Il bagaglio tecnico era considerato, forse allora più di oggi, un biglietto da visita essenziale se ci si voleva qualificare come musicisti jazz. Poi le cose sono cambiate, si sono evolute, si è cercato di dare un diverso peso alla musica che non fosse limitatamente identificabile solo con la velocità di esecuzione e con la funambolica capacità di combinare tra loro le diverse scale musicali. Dopo la comparsa di Kind of blue si rivoluzionò tutto il jazz a seguire. Era tracciato, in quel capolavoro assoluto di Miles Davis & C, un nuovo paradigma che sanciva una maggior attenzione ai modi, alle pause, alle sfumature, ovviamente non abdicando mai alla preparazione tecnica individuale dei singoli musicisti. Poi venne il free jazz e i modelli precedenti furono modificati a loro volta. L’armolodia di Ornette Coleman resettava addirittura tutte le regole armoniche precostituite, via tutti i legami tradizionali, via il rispetto tonale, strada aperta alla libertà esecutiva più radicale. La rabbia, la consapevolezza politica della negritudine, l’urlo di quella generazione tra gli anni ’60 e 70 premeva con urgenza verso il superamento della tradizione facendo di questa dinamica la propria Bibbia espressiva. 

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Jakob Bro, Arve Henriksen, Jorge Rossy – Uma Elmo (ECM Records, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

L’essenziale, ovvero “nulla di troppo”, come recitava un antico precetto delfico. Se metti assieme la chitarra di Jakob Bro, la tromba di Arve Henriksen e la misuratissima batteria di Jorge Rossy, otterrai la quintessenza di un delicato procedimento alchemico che sobbolle nell’alambicco creativo di questo Uma Elmo. È l’ultima uscita di Bro per ECM. Alle spalle una lunga esperienza con diversi artisti come Paul Motian, Thomasz Stanko e Lee Konitz – ai quali è dedicato un brano ciascuno di questa raccolta – Paul Bley, Bill Frisell, e molti altri. Una musica in cui l’aspetto ritmico è decisamente secondario e dove la batteria si trova a recitare la parte di uno strumento melodico e non solo percussivo. Una chitarra piena d’arpeggi che si libra in aria come una libellula e una tromba spesso sussurrata a interrogarsi sul mistero dell’esistenza. Si viaggia in territori profondi, sotto il limite della coscienza, in quella zona opaca che precede l’oscurità della psiche, là dove pochi escursionisti osano avventurarsi. Una specie di “Monte Analogo” la cui vetta è rovesciata e le nubi che la circondano lasciano solo intravedere ciò che si cerca d’immaginare. Non ci sono vere luci in questo viaggio interiore ma penombre, solo spiragli di luminescenze fugaci, fuochi fatui. 

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