R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Il giovane pianista francese Noé Huchard, appena ventiseienne, si conferma un outsider da manuale nella sua capacità di rileggere il trio jazz come un organismo emotivo e non solo come classica e collaudata formazione strumentale. Giunto al suo secondo album dopo il precedente Song For (2022), l’Autore introduce qualcosa di sotterraneamente inquieto in Young and Fine, un titolo che è un omaggio ad uno storico brano di Joe Zawinul. Questo lavoro si muove tra sfumature sofferte alternandosi ad improvvise aperture luminose, così come oscilla volentieri e senza condizionamenti eccessivi tra momenti di misurata avanguardia e tradizione. L’album si presenta quindi in forma anfibia, collocato in uno spazio liminale tra jazz contemporaneo, impostazioni  classiche e pratiche sonore più consuete. Forse l’Autore sta raccontando anche la sua e l’altrui giovinezza, così come sono per quasi tutti, cioè dei passaggi instabili, fatti di slanci e ripiegamenti, di nostalgie sottili e speranze ostinate.

Avanguardia e malinconia si intrecciano con grazia controllata, restituendo un ritratto sincero della gioventù, non tanto e non solo come età anagrafica, ma come stato dell’anima. La scrittura di Noé Huchard evita deliberatamente la linearità narrativa, preferendo strutture aperte e processuali e si offre all’ascolto come una wunderkammer di metri stilistici piuttosto insoliti, dove ogni traccia custodisce frammenti di memoria popular, pause sospese nel silenzio ed improvvise ferite di luce. Il pianoforte, spesso preparato, suggerisce i numerosi cambi direzionali, mentre i cori maschili che emergono come apparizioni e reminiscenze lontane, quasi ancestrali, introducono un elemento straniante, rimandando più prosaicamente a certi interventi corali presenti in qualche vecchio album di Pat Metheny. Alle volte si ha l’impressione che questi canti evochino la contemplazione di paesaggi marini di derivazione creola o addirittura alpini di matrice europea, con i loro echi e le loro lontananze panoramiche, mentre la sezione ritmica del contrabbassista Clément Daldosso e del batterista Donald Kontomanou accompagna discretamente, senza enfasi, modulando densità e dinamiche con precisione chirurgica. Il pianismo di Huchard non teme il gioco delle pause, ma nemmeno cerca di celarsi, anzi alle volte si espone con sovraeccitata esuberanza aprendo varchi di swing per cui l’ascoltatore si ritrova a passare attraverso vari stati d’animo, talora antitetici l’uno all’altro. Tutto questo avviene senza scivolare nel manierismo e per un pianista non ancora trentenne ciò è sicuramente un’indiscutibile prova di maturità. La sua tecnica acquisita tra studi classici e interessi più contemporanei è piuttosto originale e l’unico pianista a cui l’avvicinerei come riferimento mi sembra possa essere il compatriota Jacky Terrasson, proprio per quel comune senso dell’eclettismo stilistico che potrebbe accomunarli. L’acustica naturale dell’album, spesso colma di riverberi armonici, restituisce una tensione costante tra linee melodiche e climax, tra malinconia e slancio vitale. Young and Fine potrebbe essere definito come un racconto di crescita e maturazione, un diario emotivo che rifugge i cliché e preferisce esporsi al rischio dell’incertezza piuttosto che restare ancorato alla mater amabilis della consuetudine. L’esercizio di controllo e di esplorazione armonica riesce piuttosto bene, muovendosi anche tra certe, obbligate convenzioni del jazz senza però cercare una sintesi conciliatoria con la naturale inquietudine che anima Huchard stesso.

L’album si apre con Enough, dove un coro di voci maschili scivola sulle note increspate di pianoforte, spesso volutamente out of tune. Largo respiro, impressione di spazi aperti. L’arrivo prudente della ritmica accompagna questo incipit sfavillante e lirico con un’accelerazione melodica che va a chiudersi con qualche nota isolata di contrabbasso. Encore possiede una orecchiabile linea tematica circolare, una sorta di girotondo contornato da preziosismi ritmici che s’intercalano dialoganti con il pianoforte. È tutto un susseguirsi di pause, ripensamenti, ritorni e sviluppi fino ad una sorta di liberazione pianistica nell’ultimo terzo del brano, dove un breve assolo improvvisato di Huchard regala l’illusione di essere usciti dal cerchio. La sintassi formale di questo brano pare svilupparsi tra ironia e un aspetto cantilenante di poesia sonora, quasi volesse raccontare un intreccio di giochi infantili. Too Many Options si presenta inizialmente come una sorta di ballad, ricca di pause, con un tema cantabile ed una batteria sommessamente discorsiva. La band sembra scivolare sull’acqua, all’insegna di una leggerezza estatica ma l’aspetto notevole è quello dialogico. I tre strumenti paiono intenti ad una comunicazione subliminale e telepatica. Il pianoforte, ad esempio, non cerca forme d’esibizionismo ma letteralmente parla con il contrabbasso e la batteria, fino ad incontrare il canto corale che emerge verso il finale in crescendo dinamico. Those Guys ha un 2/4 ritmico carico di sentimenti affettuosi ma il suo punto forte è la relazione continua, quasi contrappuntistica tra le due mani del pianista, impegnate a discorrere tra loro, coinvolte in un assolo veramente inusuale e personale, come se ne ascoltano davvero raramente. Left Me Crying è un breve frammento di un minuto da parte di Hurchard che finisce quasi soverchiato dalla marea montante degli armonici di pianoforte, che crescono piano fino al culmine finale.

Gotta Get Away è un brano del compositore britannico Tony Hatch, estratto dall’LP Two for the Show (1973), registrato in coppia con la moglie e cantante Jackie Trent. Il brano si presenta con uno di quei cori affascinanti di cui è ricco l’album ma ben presto s’accende la ritmica ed i tempi swingano verso il tema guidato dal pianoforte. Una certa cantabilità diluisce la struttura musicale, ricordando a volte le vignette strumentali di un autore come Vince Guaraldi a commento dei cartoons coi personaggi dei Peanuts. Così compaiono inserti blues, melodie pop, frammenti pazzerelli di jazz e tutto si amalgama con la parte corale che ricompare con discontinuità dalla metà brano in poi. Whitening ha un passo laterale e misterioso, coi suoi battiti timpanici e gli accordi gravi di pianoforte. Lo stesso strumento di Huchard vibra di qualche corda preparata, come uno xilofono, mentre colpi di piatti sembrano evocare cerimonie rituali asiatiche. Evocative nuances di registri minori s’insinuano nell’attenta melodia sottolineando il tono avanguardistico del brano, mentre il piano si concede un assolo molto evoluto che devia però in piccola parte verso una forma di autocompiacimento. Sicuramente questo è il brano più ricco di stranezze dell’album. Cambia radicalmente l’atmosfera in Bright dove il pianismo dell’Autore comincia a correre cercando di raccogliere armonie inusuali fraseggiando in pieno clima bebop, compito che Huchard svolge con buona fluidità. Ritmica a colpi di swing che poi si concede anche un assolo attraverso l’apporto del contrabbasso. Si resta in orbita d’avanguardia dove più che altro risalta la ricercatezza di forme estetiche decisamente molto personali e non comuni. ¿Is El Chungo Ok? è un frammento di meno di un minuto dove s’incrociano cori ed errabonde note pianistiche e di altra tastiera. Ma Anhedonia sembra sottolineare la difficoltà di provare piacere nell’esistenza attraverso il drammatico andamento melodico del pianoforte che disegna i caratteri di uno spleen rivelatore di un sentimento appartato e meditabondo. Il mal di vivere germoglia, a volte, nel pieno della giovinezza quasi come una forma compensatoria rispetto a ciò che tutti reputano “il periodo più bello della vita”. Decisamente più leggero il clima di Scanning the Ceiling, eseguito sotto forma di reggae, dove effettivamente ci sembra di seguire i pensieri che si rincorrono senza forma compiuta quando riflettiamo. La componente pianistica si fa più corposa e dinamica fino a quando il tutto si trasforma in una specie di blues in cui cogliamo, oltre l’assolo in chiave di superamento del bebop, il nitido walking bass di Daldosso. Compare poi verso il finale qualche intervento di batteria, sistematosi come elemento discontinuo tra gli accordi di pianoforte. La voce di Margaux Huchard s’inserisce splendidamente nell’iniziale coro in Banger Nostalgie, il brano che a mio giudizio appare in assoluto il migliore dell’album. Teso tra lirismo, contemporaneità e contemplazione estatica, il pezzo viene attraversato da un personalissimo assolo dell’Autore che dimostra in questi interventi un profilo autonomo completo, sia di tocco pianistico in sé che di ricerca melodico-armonica. Young and Fine è un brano del già citato Joe Zawinul del 1978 che compare nell’album dei Weather Report Mr. Gone e che ha conosciuto nel tempo molte versioni, tra cui quelle di Art Farmer e degli Steps Ahead. Nell’attacco ricorda le primissime battute del gershwiniano I Love you Porgy ed è condotto per tre quarti in modo solitario, concludendosi in forma pan-etnica con un finale sfumato e la registrazione dei passi dell’autore che sembrano allontanarsi dal pianoforte a sessione conclusa.

L’album lavora per stratificazioni semantiche più che per temi, interrogando il concetto stesso di forma jazzistica e mettendone in crisi le gerarchie interne. Infatti melodia, ritmo e timbro non sono più funzioni ordinate, ma campi di forze in costante ridefinizione. La musica pare volutamente instabile e non facilmente risolvibile. Huchard e i suoi compagni sembrano suggerire che l’identità – musicale come umana – non si affermi attraverso la coerenza, ma attraverso la capacità di abitare la frattura, di sostare nel dubbio senza la necessità di ricomporlo. Young and Fine diventa così un esercizio di consapevolezza, dove l’album non chiede di essere compreso immediatamente, ma pensato, riascoltato e messo in discussione. Un lavoro che non ha la presunzione di indicare una meta, ma traccia percorsi interiori, segnala zone d’ombra, presenta svolte continue sulla strada di un ardente melodista come Huchard, alla costante ricerca d’una dimensione armonica totalmente personale.

Tracklist:
01. Enough (3:10)
02. Encore (5:28)
03. Too Many Options (7:35)
04. Those Guys (3:00)
05. Left me Cryin’ (1:00)
06. Gotta Get Away (4:56)
07. Whitening (6:36)
08. Bright (4:03)
09. ¿Is el Chungo Ok? (0:58)
10. Anhedonia (2:42)
11. Scanning the Ceiling (6:38)
12. Banger Nostalgie (3:39)
13. Young and Fine (5:48)

Photo: © Guillaume Saix 

 

 

 

 


 

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