R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Con I’m Nice, il batterista francese Guilhem Flouzat chiude al momento una trilogia iniziata nel 2021 con Turn the Sun to Green e proseguita nel 2023 con Bottommost, confermando uno degli aspetti creativi che lo vedono, otre che jazzista a tutti gli effetti, cimentarsi nella dimensione di autore di canzoni. Flouzat ha trascorso sette anni a New York per affinare la sua arte di drummer con maestri come John Riley ed il più giovane Mark Guiliana e inoltre, sempre in terra statunitense, ha collaborato con musicisti del calibro di Dave Liebman, Linda May Han Oh e Gilad Heckselman, tra gli altri. Uno dei dati più evidenti di questo batterista è la continuità collaborativa con i suoi musicisti, gli stessi che lo affiancano da oltre dieci anni. Ciò dimostra una scelta che ignora la stagionalità del mercato e restituisce un senso di comunità sonora rara, finalizzata ad una visione coerente e ostinatamente personale. Ed è un moto calibrato di partecipazione corale, quello che sostiene l’intero impianto dell’album, come sempre nel caso di Flouzat, autoprodotto – tecnicamente molto bene – e tra l’altro registrato in un solo giorno. Questa genesi rapida non è solo un vezzo efficentista, ma una precisa scelta metodologica per fissare un assetto più spontaneo e fiducioso nel valore del momento e dell’istinto.

I’m Nice si presenta come un oggetto sonoro compiuto, concepito dunque all’interno di una traiettoria già rodata. Non lo si può considerare come un lavoro vero e proprio di jazz, secondo almeno i canoni interpretativi più comuni. Piuttosto si tratta d’una elaborazione jazzata di brani pop tutt’altro che banali, alcuni dei quali abbastanza orecchiabili ed altri più eterei. Questo lavoro di Flouzat potrebbe essere descritto come un album errabondo, la cui scrittura si appoggia a riferimenti riconoscibili e che attraversa con noncurante eleganza molteplici idee che provengono dalla canzone d’autore anni Settanta, dalla musica soul con in più qualche condimento ritmico afro-caraibico. Ma sono presenti anche influssi di pop rock californiano, per non dimenticare il funky alla Steely Dan e persino pazzerelli accenni di rock boogie che tirano dalle parti di Nels Cline. Il tutto shakerato con qualche goccia di jazz per aromatizzare la miscela. Le influenze sopra riportate affiorano come ricordi non del tutto decifrabili, creando una percezione sospesa che si avvale spesso di groove ipnotici, quasi rituali. L’archetipico immaginario evocato rimanda ad un’estetica di equilibri, frutto di tensioni trattenute e risoluzioni non forzate. L’album così programmato dimostra una precisa intelligenza emotiva, capace di osservare clinicamente un sentimento senza farsene attraversare. Del resto Flouzat, più che un narratore vero e proprio sembra un cronista sul campo, impegnato in un intrigante reportage sulle contraddizioni dell’identità musicale – e non solo – contemporanea. Il gruppo che accompagna l’Autore è costituito dalla bravissima cantante svedese Isabel Sorling, dal pianista e tastierista Laurent Coq, dalla chitarra elettrica di Ralph Lavital e per finire da Desmond White al contrabbasso ad affiancare la batteria dell’Autore. In aggiunta vi sono altri ospiti, come i due pianisti e tastieristi Sullivan Fortner e Maxime Sanchez.

I’m Nice si apre con Il brano che offre il titolo all’album. Il testo illustra un graffiante ritratto, la maschera di una gentilezza di facciata che lentamente si incrina. La voce chiara e naturalmente limpida della cantante svedese Isabel Sorling non indulge comunque nella purezza, perché a volte può diventare più aggressiva o maggiormente ambigua, instabile, funzionale in egual misura sia alla struttura del brano che all’espressione emotiva contingente. Il pezzo è realmente acchiappante, basato su un riff commisurato tra pianoforte e chitarra che tende a ripetersi al di sopra di un sottofondo di tastiere. L’assolo di chitarra di Levital funkeggia piacevolmente e insomma, miglior biglietto da visita non avrebbe potuto essere presentato. Finale con synth che ricorda il periodo elettrico di Chick Corea. Sprinkle cambia umore e clima, scivolando verso un pop melodico dall’ottima costruzione armonica, irrobustito da una batteria che Flouzat trasforma in un conglomerato di percussioni cangianti. Influenze jazzy possiedono progressivamente il brano, cantato benissimo dalla Sorling e caratterizzato dalla trasparenza degli accordi pianistici di Coq – i veri strumenti del viraggio al jazz del pezzo – con la chitarra elettrica e il contrabbasso che partecipano degnamente alla trama di sostegno.

L’album continua così ad esprimersi ad alti livelli di qualità, mentre la selezione dei brani prosegue con I Can Parent, a mezza strada tra funky e uno stranito R&B con inserti rap. La strana ossatura vicino alla pop music viene attraversata da una corrente elettrica di stampo decisamente jazz, per opera soprattutto del pianoforte e delle tastiere che intervengono creando associazioni proporzionate tra le percussioni poliritmiche di stampo quasi latino e il substrato chitarristico-contrabbassistico. Un gran bel brano che sarebbe piaciuto a Donald Fagen, se fosse mai riuscito a riprodurlo in una forma complessa come questa. Intruder è una ballad assassina dal forte sapore soul ma dato che in questo album niente è esattamente come ci si aspetta, gli accordi introduttivi di pianoforte spostano il senso verso sonorità più evanescenti, con il cantato della Sorling, persino sfrontato nell’insistenza fonetica di alcune consonanti, e l’atmosferica chitarra che arricchisce di dettagli voluttuosi la fodera di questa musica. Ciò che ne risulta è un piccolo gioiello espressivo che sembra arrangiato in modo perfetto e bilanciato. E tutto questo, tra l’altro, con un’incisione hi-fi di grande qualità… Sometimes a Man è un’altra di quelle meraviglie jazz-pop di cui l’album è generosamente fornito e che ci permette tra l’altro di apprezzare a pieno l’innumerevole gamma di sfumature vocali della cantante. Il brano è infarcito di raffinatezze timbriche ed episodi che entrano ed escono attraversando i generi come meglio non avrebbe potuto mai fare. Qui tutti i musicisti giocano un ruolo fondamentale, a cominciare dal pianoforte che determina una direzione armonica sfuggente, seguito dalla chitarra che con pochi interventi sottolinea il pathos del brano, senza ovviamente trascurare la batteria con i suoi piatti squillanti e il mormorio ritmico del contrabbasso. Che dire? Basterà dichiarare che fino ad ora I’m Nice mi sembra molto, ma molto di più che semplicemente carino ? Cain è l’elemento meno facilmente fruibile nel contesto dell’intero album. O meglio, un eccessivo randagismo musicale interrompe l’accessibile complessità dei brani precedenti, per cui questo pezzo sguscia da tutte le parti senza farsi afferrare, mostrando per lo più una certa macchinosità armonica, rendendosi piuttosto respingente. Meglio Hate is Fun, un profluvio di suoni distorti da una chitarra elettrica che s’avventura su un improbabilissimo boogie woogie impostato dal pianoforte. Il fumigante miscuglio di suoni che ne deriva, se non altro, diverte per la sua stranezza, senza contare il canto della Sorling che qui abbandona ogni istanza di dolcezza. È però un peccato che il finale dell’album non appaia alla stessa altezza del resto, esagerando forse in eccentricità.

Ho proprio l’impressione che I’m Nice riesca a convincere proprio perché, a dispetto del testo della title track, non cerca di piacere a tutti i costi. È un album che assume il rischio della coerenza ma che accetta anche la possibilità dell’opacità pur di non semplificare eccessivamente il proprio linguaggio. La scrittura di Flouzat, sostenuta da una band di grande valore, rivela una maturità composita, lasciando che il senso di questo lavoro emerga spontaneamente senza dichiarazioni esplicite, anzi, dando l’impressione – falsa – di una certa leggerezza programmatica. Siamo di fronte comunque un’opera che diverte, ben realizzata, composta in modo molto raffinato, dove questa ultima qualità la si percepisce soprattutto prestando attenzione alle sottigliezze di un arrangiamento solido ed attento ai particolari.

Tracklist:
01. I’m Nice [4:45]
02. Sprinkle [4:20]
03. I Can Parent [4:41]
04. Intruder [4:39]
05. Sometimes a Man [5:39]
06. Caïn [4:41]
07. Hate Is Fun [4:42]

Photo: © Ismaël el Iraki

 

 

 

 


 

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