R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
L’esordio da leader del batterista Tommy Bradascio ci permette di avere tra le mani, finalmente, il suo primo lavoro come titolare. Certamente un musicista della sua vaglia non ha bisogno di dimostrare niente a nessuno. Piuttosto si chiarisce quanto, con Time to Swing (Live at Black Inside), il discorso si faccia diretto all’interno di un lavoro registrato dal vivo – in provincia di Varese – come questo. L’album, infatti, rappresenta il passaggio formale di Bradascio a una dimensione autoriale pienamente dichiarata, dove l’operazione consiste nel trasferire in un contesto live l’esperienza maturata come sideman e tradurla in un progetto coerente. C’è infatti una musica in aperta fioritura dentro Time to Swing che fa diventare questo esordio non un semplice debutto da leader, ma qualcosa che va oltre lo swing nominato nel titolo dello stesso album. In effetti è presente un’elasticità stilistica che attraversa l’hard bop, accendendosi di stimoli contemporanei e di improvvisazioni che sembrano nascere in seguito alle variabili di rispondenza col pubblico. Come tutte le registrazioni che avvengono direttamente dal vivo, cioè senza protezioni né alibi, il suono non ha il tempo di essere rifinito, è esposto come appare all’istante, eppure sembra già perfetto così come lo ascoltiamo.

Bradascio non è solo un batterista tecnicamente irreprensibile, e chi ha seguito le sue numerose pubblicazioni nel tempo in formazioni diverse lo sa bene. Ricordo solamente che tra le sue compartecipazioni ci sono presenze con Attilio Zanchi – la più recente in uno degli album più belli del 2024, Mingus Portrait (leggi qui), – con Sheila Jordan e l’Inside Jazz Quartet – accanto allo stesso Zanchi, Tino Tracanna e Massimo Colombo – e infine ancora insieme a Don Friedman, a Bruno De Filippi, Mario Rusca e Bruno Lauzi, solo per citare alcuni tra i nomi più famosi. Ci troviamo di fronte ad un musicista che ha interiorizzato la grammatica dello swing fino a piegarla nel contesto della propria narrazione personale. Il livello tecnico è elevato, come prevedibile. La sua batteria è muscolare, sì, ma anche mobile, viva, articolando il ritmo con sicurezza e con un atteggiamento stiloso che evita l’eccesso dimostrativo pur mantenendo costante la sua presenza all’interno del gruppo. Il fraseggio è definito, la tradizione è esibita con consapevolezza per mezzo di un controllo metrico rigoroso. Certamente lo swing è la radice, ma sopra si innestano diramazioni inattese, un piccolo sinecismo sonoro che tiene insieme storia e tensioni contemporanee. Nei passaggi più serrati non si avvertono incertezze e l’artista è sempre pronto a seguire la corrente collettiva del gruppo, evitando inutili momenti di protagonismo. Del resto anche l’unico assolo di batteria che si ascolta in Running Too Fast è costruito quasi dal basso, con un progressivo incremento ritmico che esplode solo nel finale ed è perfettamente compatibile con il vitalismo live dell’ensemble. La formazione, oltre che dallo stesso Bradascio, comprende il cubano Gendrickson Mena alla tromba ed al flicorno – molti lo ricorderanno per le sue collaborazioni con Vinicio Capossela, Marc Ribot, David Murray, Gonzalo Rubalcaba, Lorenzo de Finti. Troviamo inoltre Alberto Bonacasa al pianoforte e Tito Mangialajo Rantzer al contrabbasso – già con Claudio Fasoli ed Eugenia Canale, leggi qui e qui. L’energia circola, il dialogo funziona, la coesione è evidente. Manca un elemento perturbante, quel momento inaspettato che provochi sorpresa, ma Time to Swing è un album giudizioso, quasi un omaggio rivendicativo ad uno degli assetti formali che sta alla base del jazz. Del resto lo stesso Bradascio in un estratto dalle note stampa che accompagnano l’album, afferma che “…non bisogna aver paura ad usare ancora lo swing su brani moderni ed inediti, mentre il jazz si evolve sempre di più… ”. Questo non è un lavoro che cerca l’effetto ma la verità del gesto, dove si consuma la fatica e la gioia di un musicista che finalmente firma di persona il proprio tempo. Il progetto nel suo insieme resta solido, strutturato, professionalmente ineccepibile, atto a consolidare una reputazione piuttosto che ridefinirla.

Si parte con la prima composizione di Bradascio, Life in Spring, quasi un inno allo swing con il tema portato autorevolmente dallo strumento di Mena mentre si ascoltano piacevolmente il chiacchiericcio delle bacchette sui piatti e gli interventi di pianoforte tra le fluttuazioni di fraseggio della tromba. L’assolo di Bonacasa si sviluppa veloce ed espressivo e precede il ritorno del tema prima del finale. Applausi meritati. Africa Remember è un brano un po’ diverso dagli altri ed è nato da una diretta esperienza dell’Autore nello Zimbawe. Si va oltre lo swing con le percussioni, più che con l’organico della batteria in sé, mentre gli accordi pianistici pieni sostengono la tromba nelle sue escursioni screziate. Anche in quest’occasione ascoltiamo una sequenza di assoli di Mena e subito dopo di Bonacasa ma il brano sembra più esitante e meno convincente del precedente. Decisamente meglio nello standard You Stepped Out of a Dream, brano di Herb Brown e Gus Kahn datato 1940, dove sembra che la band si trovi maggiormente a proprio agio. Dopo un abbrivio di poche note ascendenti di pianoforte, la traccia viene eseguita in un mid tempo con Bradascio che imposta una ritmica latina, mentre la tromba s’impegna in un mood spiraliforme e il pianoforte trova uno dei migliori e brillanti assoli di tutto l’album. In evidenza anche Mangialajo con la sonorità girovaga del suo contrabbasso, seguito dal recupero tematico da parte di Mena. Goodbye Jim è una dedica musicale per il trombettista Jim Rotondi, scomparso nel 2024. Il brano è più lento ma non troppo, evoca una malinconia mitigata, con un bel tema svolto dalla tromba stemperato nell’incedere ritmico di uno slow gestito con senso della misura. Il sentimento nostalgico viene sottolineato anche dal pensoso lirismo del giro degli assoli, un po’ alla vecchia maniera, di pianoforte prima e della tromba poi e in ultimo del contrabbasso. Michel’s Mood è anch’esso, in qualche modo, una dedica ma non tanto e non solo alla persona di Petrucciani, quanto soprattutto alla sua musica. Condotto su una scansione ritmica complessa, il brano irradia un po’ di quel calore che l’autore francese immetteva nei suoi pezzi. Il tema, come sempre introdotto da Mena, s’allunga in un assolo suadente, forse troppo lungo ma confacente ad un live come questo. Bonacasa poi imposta una presenza pianistica tutta hard bop. In chiusura, evidentemente, torna il tema portante che porta con sé gli applausi partecipati del pubblico. Ritornerai, l’iconico brano di Bruno Lauzi, viene qui rivisitato in un’insolita forma di bossa-nova, col tema lievemente ritoccato dall’interpretazione della tromba. Questa volta, però, piuttosto di una passerella di assoli, viene impostato un autentico dialogo tra Mena e Bonacasa che si rispondono sfoderando ciascuno la propria classe, oltre che l’indubbia preparazione tecnica. Successivamente anche il contrabbasso entra in questo dialogo a distanza. Una buona reinterpretazione e nel contempo un doveroso omaggio all’amicizia personale tra Bradascio e Lauzi. Running Too Fast s’annuncia con un accompagnamento modale di pianoforte che ricorda l’uso delle armonie quartali di McCoy Tyner. La traccia è molto mossa – del resto lo stesso titolo ne suggerisce l’idea – e durante l’assolo di tromba si coglie nitidamente il lavorio ritmico della coppia Bradascio-Mangialajo, mentre la tonalità di base oscilla continuamente di un semitono. Al di là dell’ormai collaudata bravura di Mena e Bonacasa, questo brano è anche il momento dell’assolo di batteria, pirotecnico nella fase finale ma non esageratamente dimostrativo. Anzi, inizialmente, tutto parte da cellule sonore parcellari, per poi gradatamente unirsi e condensarsi quasi in un’unica massa percussiva. Si chiude con un famoso standard dall’interessante costruzione armonica di Johnny Mandel e Paul Webster scritto nel 1966, A Time for Love, maggiormente conosciuta dalla versione che ne fece Bill Evans nel 1968. Bradascio non si fa intimidire dal raffronto e conduce il brano in perfetta solitudine (al pianoforte!) suggellando elegantemente la chiusura dell’album. La traccia è stata aggiunta in studio al di fuori della performance dal vivo.
In una prospettiva più analitica, Time to Swing (Live at Black Inside) di Tommy Bradascio si configura come un’operazione di chiarificazione identitaria, una sorta di dichiarazione d’appartenenza forte e autorevole. Bradascio assume la tradizione dello swing come infrastruttura linguistica primaria e la sottopone a un processo di attualizzazione misurata, certamente non iconoclasta. La scelta del live non è soltanto una soluzione produttiva, espone il musicista al rischio dell’istante, alla verifica pubblica della propria grammatica espressiva. In questo senso, l’album diventa una prova di coerenza. L’esperienza maturata come sideman viene riorganizzata in una sintassi personale che non rinnega la funzione dialogica del jazz, anzi, la riafferma con forza. La leadership di Bradascio non si manifesta intelligentemente attraverso un accentramento del discorso sonoro, bensì mediante una regia ritmica che struttura e orienta il collettivo. Ne risulta un lavoro che privilegia la densità del gesto alla spettacolarità dell’effetto, la solidità strutturale all’azzardo sperimentale. È un album, questo, che consolida un posizionamento artistico e ne certifica la maturità. Se non ridefinisce i confini del linguaggio jazzistico, ne riafferma tuttavia la vitalità interna, dimostrando che la tradizione, quando è interiorizzata e assimilata come in questo caso, può ancora produrre senso senza bisogno di proclami.
Tracklist:
01. Life In Spring
02. Africa Remember
03. You Stepped Out of a Dream
04. Goodbye Jim
05. Michel’s Mood
06. Ritornerai
07. Running Too Fast
08. A Time for Love
Photo © Paola Tieppo, Edio Bison


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