R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Erano forse almeno vent’anni che Attilio Zanchi stava pensando di realizzare un album come questo Mingus Portrait, dedicato allo statunitense Charlie Mingus, tra i compositori più iconici del jazz del novecento. Per omaggiare un artista di tale portata occorreva appunto un musicista che gli si avvicinasse strumentalmente il più possibile, in grado poi di rileggere alcune sue partiture originali con competenza e professionalità, affiancandovi, come in questo caso, anche paio di nuovi brani creati per l’occasione. Ma dedicare un ritratto a Mingus non è così semplice come possa sembrare, perché il contrabbassista dell’Arizona – anche pianista, pubblicò tra l’altro nel 1964 un disco di piano solo per la Impulse! – per tutta la sua vita artistica condotta peraltro con una certa – e leggendaria – guasconeria, non ha dimostrato un omogeneo profilo artistico bensì un eclettismo pluridirezionale, mutevole e cangiante ma sempre estremamente lucido in fase di scrittura. Affrontare delle partiture così complesse, spesso scritte per formazioni allargate, non sarebbe stato possibile senza una profonda conoscenza di base del suo lavoro. C’è poi da notare come Mingus si sia circondato, nel tempo, di strumentisti di altissimo livello come, solo per fare un incompleto esempio, i sassofonisti Booker Ervine, John Handy, Roland Kirk, George Adams e Shafi Hadi, i pianisti Horace Parlan e Don Pullen, il batterista Dannie Richmond.

Questo senza scordarci che nella sua carriera divise il palco con gente come Miles Davis, Charlie Parker, Dizzie Gillespie, Bud Powell… Insomma, stiamo parlando non solo dell’“uomo arrabbiato del jazz” ma di uno tra i più grandi musicisti e compositori della storia musicale dell’ultimo secolo. Per costruire un album come Mingus Portrait occorreva un musicista dall’ampio spettro concertistico ed esecutivo, dalle numerose collaborazioni e pubblicazioni, tra l’altro con insegnamenti accademici in molti conservatori italiani. Ci voleva quindi un artista come il Maestro milanese che ha saputo costruirsi negli anni un solido spessore artistico e una stima incondizionata da parte non solo dei suoi colleghi musicisti ma anche e soprattutto da parte del pubblico dei jazzofili. Se diamo un’occhiata rapida ad alcuni esecutori con cui ha diviso piazze e studi di registrazione troviamo nomi come – in ordine sparso – Dave Holland, Paolo Fresu, Kenny Wheeler, John Taylor, Franco D’Andrea, GianLuigi Trovesi, Bobby Watson, Tony Scott, Massimo Urbani, Lee Konitz, Sam Rivers e potrei continuare per un bel po’. Ma, ascoltando il suo ultimo album, ci possiamo accorgere di come non ci sia proprio bisogno di testimonianze scritte per sostenerne il curriculum, basta solamente accostarsi al suo lavoro per apprezzarne la fragranza e la freschezza che nascono dall’entusiasmo suo e dei sodali che l’accompagnano, tutti musicisti ben conosciuti e rodati. La formazione, infatti, oltre al contrabbassista, è costituita da una nutrita sezione di fiati con Gianni Azzali al sax tenore e al flauto, Tino Tracanna al sax soprano, Andrea Andreoli al trombone e Daniele Nocella alla tromba. Al pianoforte troviamo un rodato compagno d’armi come Massimo Colombo e alla batteria c’è Tommy Bradascio. La musica che esce da Mingus Portrait mi piacerebbe riassumerla, senza farle torto o apparire superficiale, in un paio di termini: raffinata e divertente. E lo è anche nella misura in cui Zanchi è riuscito a convincere il suo produttore – Rocco Pandiani – della bontà del progetto dopo averlo fatto assistere al concerto live in anteprima di questo particolare ritratto musicale. Dalla sezione fiati alla ritmica, l’insieme strumentale non solo è plausibile, rispettoso e incisivo ma possiede una quadratura interna tale da non comportare alcun stravolgimento degli originali ma bensì garantendo un lavoro di sovrapposizione, una paziente cucitura tra le melodie, spesso così mingusiane – leggi a volte non facilmente assimilabili – e le armonie ricondizionate e condensate attorno ai temi enunciati. Il dinamismo di queste riproposizioni e la loro naturale effervescenza sono effettivamente lo specchio dello spirito creativo e moderno che fu proprio di Mingus.

Primo brano di questa selezione è Boogie Stop Shuffle, tratto da uno degli album più famosi di Mingus, Mingus Ah-Um del 1959. Il ritmo è leggermente meno incalzante dell’originale, ma ugualmente travolgente. Il tono irridente dei fiati viene diluito con gli assoli di Tracanna e del trombettista Nocella e con il lungo drumming di Bradascio. Insieme non fanno davvero rimpiangere i musicisti di Mingus. Boogie, be-bop, ritmi ferocemente urbani, c’è veramente di tutto in questo pezzo ed è solo un assaggio! Jelly Roll appartiene a quella categoria di brani che abbiamo sempre ascoltato ma di cui spesso non riusciamo quasi mai a ricordarne l’origine. Invece si tratta di un’altra traccia che proviene da Mingus Ah-Um, mantenendosi nella cadenza ritmica molto swingante assai vicino all’originale. Ma in questa versione, accanto alla sequenza di assoli, nell’ordine di Tracanna, Colombo, Zanchi, si termina con un curioso finale dixie un po’ jungle-oriented. La coda è spettacolare, con sequenze di fiati e stacchi di contrabbasso e batteria. Peggy’s Blue Sky – o Peggy’s Blue Skylight come suona l’originale, scritta come omaggio a Peggy Gugghenaim – proviene dall’album Oh Yeah del 1962. Nella traccia di Mingus è lo stesso autore che introduce il tutto con un assolo di piano vagamente nello stile di Monk – un altro di questi assoli pianistici verrà poi ripetuto nel contesto dello stesso pezzo – mentre l’arrangiamento di Zanchi prevede un pieno orchestrale con il tema forse meno blues ma molto swingato e con un irresistibile accorpamento di fiati. Ottimo assolo di Nocella alla tromba, seguito dal tenore di Azzali ma qui, cercare una gerarchia tra i più bravi diventa un’impresa ardua, data la qualità – posso dirlo senza tema di smentita – eccelsa di ogni strumentista. Anche Colombo ci delizia con una parte solista misurata, perfettamente calata nel clima molto swing che assume qualche tinta latina. E veniamo finalmente al primo dei brani composti da Zanchi, la title-track Mingus Portrait. Un blues dall’aria indolente e rilassata il cui tema è affidato ad un continuo contrappunto tra il sax di Azzali e il trombone di Andreoli che dona al brano una caratteristica nota di calore in più. Segue l’assolo di Colombo, dello stesso Azzali e poi di Andreoli. Le note strascicate dei fiati sono perfettamente in linea con certe atmosfere languide – non molte, per la verità – che fanno parte del repertorio politropico di Mingus.

Better Get it in Your Soul proviene sempre da Mingus Ah-Um e come nella versione originale il brano si apre con la cavernosa cavata di contrabbasso che precede un festoso tema portante. Colombo imposta un assolo che pur restando nell’angoloso clima del be-bop s’arricchisce di annotazioni dissonanti quel tanto che basta per renderlo contemporaneo al punto giusto. Tracanna ed Andreoli s’incrociano coi fiati precedendo un secondo incontro tra Azzali e la tromba di Nocella. I fiati si uniscono poi in una turbolenta ed eccitata sezione prima del chorus. Spazio per il bravissimo Bradascio in uno stacco-assolo di fantastica qualità e poi ripresa finale del tema. Un’impennata robusta e swingante come se ne ascoltano veramente di rado. L’andamento apparentemente un po’ scherzoso di Fables of Fabus – il titolo della composizione originale è in realtà Fables of Faubus – non tragga in inganno, in effetti racconta una storia dai contorni socialmente drammatici. Mingus la scrisse come protesta contro il governatore dell’Arkansas Orval Faubus che nel 1957 chiamò la Guardia Nazionale per impedire l’entrata in un liceo di nove ragazzi di colore. Nonostante l’orchestrazione brillante di Zanchi, la versione originale tratta sempre da Mingus Ah-UM, condotta con un andamento più rarefatto e se vogliamo un poco più contenuta, mi sembra ineguagliabile. Questo al netto dell’ottimo assolo di trombone e di tromba che sembrano abbarbicarsi sul passo mutevole del contrabbasso dello stesso Zanchi. Resta ovviamente intatta la bellezza e, se vogliamo, anche l’orecchiabilità del tema. In For Harry Carney, tratto dall’album Changes Two del 1975, la paternità del brano è attribuita all’arrangiatore Sy Johnson che lavorò per un decennio con lo stesso Mingus. Carney fu il sassofonista di riferimento di Ellington. Alla morte del Duca avvenuta nel ’74, lo strumentista sopravvisse solo qualche mese e si disse che morì di crepacuore, avendo perso un amico e una guida spirituale. Dopo l’introduzione del contrabbasso di Zanchi, sarà il flauto di Azzali a condurre le fila dello sviluppo, alternandosi con il sax soprano di Tracanna. Il brano viene condotto con un’ombra malinconica più accentuata rispetto all’originale, sostenuta dalle trame del piano e della ritmica, con un trombone che lavora in lontananza tra le quinte. In questo caso tale versione mi sembra addirittura migliore dell’originale e il brano è forse tra i più belli ed emotivamente più sentiti di tutto l’album. Remember Rockfeller at Attica appartiene all’album Changes One del 1974. Ancora una volta lo svolgimento della traccia, nonostante si sviluppi attorno ad una melodia orchestrale ammiccante, racconta un ennesimo fatto tragico. Si tratta della rivolta nel carcere di Attica, nello stato di New York, avvenuta nel 1971 come conseguenza dell’omicidio di George Jackson, attivista delle Black Panther, ucciso dalle guardie carcerarie dopo un tentativo di fuga dal carcere di San Quintino. L’allora governatore Rockfeller mandò un contingente armato a sedare i tumulti ad Attica e la conseguenza fu un bilancio di trentuno morti. La versione di Zanchi è molto simile, per quello che riguarda l’arrangiamento fiatistico all’originale. Assolo di sax tenore, di trombone, poi di pianoforte in perfetto stile hard-bop con ritmica incalzante e swing a profusione. Sue’s Changes è una traccia che Mingus dedicò alla moglie, anch’essa tratta dall’album Changes One, nel tentativo di descrivere i mutamenti d’umore della consorte – del resto, con un tipo, diciamo esuberante come il marito, mi sarei stupito che non ci fossero stati… Il lunghissimo brano originale – oltre diciassette minuti – viene qui concentrato e sintetizzato in molto meno tempo, senza peraltro perdere nulla del suo senso. Si presenta come un blues che man mano trapassa prima in un mid-tempo per poi trasformarsi in uno swing. Ma un assolo di Colombo riporta tutto sotto l’ombrello del blues in un momento in cui emerge il trio di base piano-contrabbasso-batteria. Anche questo momento trascolora poi nello swing orchestrale con un tema affascinante quanto coinvolgente. Si conclude con un brano di Zanchi, Sound of Love, il secondo dopo Mingus Portrait, un blues dai toni carezzevoli e rasserenanti dove l’insieme orchestrale lascia giustamente un po’ di spazio in più al contrabbasso dell’Autore che senza strafare e con il senso della misura che gli riconosciamo s’impegna in un breve e vibrante assolo. Poi il pallino passa nelle mani di Andreoli e del suo trombone e infine prosegue tra i tasti del pianoforte di Colombo. Finale stupendo, in stile un po’ retrò.

Un ritratto di questo tipo, al di là della propria bellezza, ha il merito di non dare per scontato alcuni tra i frammenti importanti della Storia del jazz. Si pensa sempre di conoscere tutto, di aver memorizzato ogni cosa. Poi quando ripassa nelle orecchie un musicista come Mingus, con il suo stile, la sua potenza espressiva, il carattere assoluto della sua musica, ci sembra di ritornare a camminare in un antico giardino delle meraviglie. Ma se tutto ciò si dimostra possibile, in questo contesto, lo dobbiamo alla cultura e alla capacità di Zanchi e dei musicisti che hanno partecipato alla stesura di questo album. Più che un omaggio, Mingus Portrait è un manifesto esplicativo di cos’è stata e cos’è la musica moderna. Chiamare tutto ciò solo jazz, a questo punto, mi sembra oltremodo limitativo.

Tracklist:
01. Boogie Stop Shuffle

02. Jelly Roll
03. Peggy’s Blue Sky
04. Mingus Portrait
05. Better Git It In Your Soul
06. Fables Of Fabus
07. For Harry Carney
08. Remember Rockefeller At Attica
09. Sue’s Changes
10. Sound Of Love

Photo © Barbara Caliari, Paola Tieppo, Giacomo Colombo (come indicato)

Una risposta a “Attilio Zanchi – Mingus Portrait (Mono Jazz, 2024)”

  1. […] Attilio Zanchi – la più recente in uno degli album più belli del 2024, Mingus Portrait (leggi qui), – con Sheila Jordan e l’Inside Jazz Quartet – accanto allo stesso Zanchi, Tino […]

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