R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Blossom è un album che si muove con passo sicuro dentro una geografia emotiva profondamente europea e più precisamente francese. L’accoppiata tromba-fisarmonica, rispettivamente qui realizzata dalla trombettista Airelle Besson – leggi qui – e dal fisarmonicista Lionel Suarez, non è un motivo nuovo nell’ambito del jazz contemporaneo, anche se per la verità di riscontro poco frequente. Ne abbiamo avuto comunque alcune dimostrazioni anche in Italia, ad esempio con Fabrizio Bosso e Luciano Biondini, Andrea Sabatino e Vince Abbracciante e ancora con Paolo Fresu e Daniele di Bonaventura – vedi qui – tra i più conosciuti. Ma non posso certo omettere la parentesi estera di Guy Klucevsek e Dave Douglas, in una singola e stupenda traccia di un album da non dimenticare, The Multiple Personality Reunion Tour (2012) – tra l’altro facilmente reperibile in streaming – dello stesso fisarmonicista statunitense Klucevsek. Sul medesimo piano qualitativo ricordo anche Richard Galliano, però stavolta con un quintetto, quello di Wynton Marsalis nell’album Live in Marciac (2014).

Non c’è dubbio che la fisarmonica si trovi di per sé emotivamente a proprio agio calata in certe immagini autunnali parigine un po’ stereotipate. Ma promuovendosi accanto al suono più squillante della tromba, in Blossom essa si rivitalizza, raccogliendo solamente un po’ di polvere malinconica dalla selezione dei brani, distribuiti tra composizioni originali del duo ed alcune riproposizioni. L’album si presenta come un oggetto sonoro rigoroso, vitale, talora nostalgico, cercando di evitare deliberatamente ogni eccesso di ridondanza emotiva, pur non sapendo celare, sotto la superficie, l’evidente gioia dei due musicisti di poter suonare assieme. Una felicità espressa in un soffio di freschezza che attraversa il tempo senza fretta, portando con sé la memoria di vent’anni di ascolto reciproco. Un lungo periodo di palchi condivisi, esperienze sedimentate anche all’interno del Quarteto Gardel, con il violoncellista Vincent Segal e il batterista-percussionista Minino Garay. Blossom non è quindi il resoconto di un rapporto logoro, ma piuttosto il testimone di una costante stagione primaverile di evocazioni sentimentali. Il brano omonimo, ad esempio, primo pezzo suonato insieme, è una brezza leggera, una fioritura spontanea che dichiara subito le intenzioni dell’intero album. La coppia Besson-Suarez sceglie di ostentare un semplice garbo formale per cui tromba e fisarmonica dialogano secondo un principio di alternanza e complementarità, senza mai sovrapporsi. Quando uno strumento arretra, l’altro occupa lo spazio residuo contribuendo a mantenere un equilibrio formale e costante, garantendo un metodo che promuove efficacia espressiva ed una sorta di vitale, dinamica bellezza esecutiva. La tromba si muove nel rigore e nella grazia, disegnando linee limpide senza autoreferenzialità. Il gesto della Besson si carica così di un contronarcisismo raro, con le sue frasi che non cercano di brillare ma di servire piuttosto lo spazio sonoro condiviso. In più, la stessa Besson conserva quella chiarezza ed essenzialità che le permettono slanci solistici generosi senza indulgere nell’eccesso. La fisarmonica di Suarez, d’altro canto, scava, geme, sa commuoversi senza lacrime portando con sé echi tangheri, di bal musette, di un romanticismo terreno disperso in memorie di balere e strade solitarie. Le melodie strumentali sono comunque piuttosto concise e il repertorio include, oltre a brani originali come l’evocativa Kyoto, avvolta nella nebbia di un ricordo, anche cover rivisitate e rilette con rispetto. Ad esempio Ida Lupino di Carla Bley che ritorna come un fantasma ormai familiare – fin troppo frequentato date le numerose versioni pubblicate di questo pezzo – e altre più nuove e stimolanti, come Au Lait di Metheny/Mays che riemerge dagli anni ’80 in una rilettura realizzata con dovuta sobrietà analitica, gettando una nuova luce su di un brano forse nel tempo un po’ sottovalutato. Il risultato di tutto ciò è un lavoro eccellente che si dispiega con la naturalezza d’un battito d’ali, misurato, elegante e necessariamente elitario.

E proprio della Besson è il brano d’apertura, la title track Blossom. A mezza strada tra una svagata ballata popolare e un generico moto di inquieto risveglio emozionale, il brano è attraversato da una sensazione costante di levigato ottimismo, appena acquarellato da sfumature crepuscolari. La tromba si racconta in un canto chiaro, arioso, accompagnata dal respiro old fashioned della fisarmonica. Kyoto Dans la Brume è un piccolo capolavoro di sensibilità strumentale, un brano delicato e commovente, forse legato direttamente ad un ricordo dell’Autrice. Il tema cantabile si sorregge sull’abile contrappunto di Suarez che riesce anche a crearvi attorno un’armonizzazione a dir poco fantastica, appena segnata dall’impressione di un sapore amaro come quello dettato della lontananza. Sans Laisser d’Adresse è una composizione di Suarez, più mossa intrinsecamente rispetto alle precedenti, leggermente incalzante dove i due strumenti procedono all’unisono appoggiandosi su tempi dispari. La fisarmonica non manca mai comunque l’accompagnamento, anche se resta in secondo piano quando segue l’assolo luminoso della tromba. Quando invece la prima linea spetta a Suarez, grazie al suo strumento armonico, ciò che ne risulta è una parte solista sostenuta dal continuum del mantice.

Answer Me è in origine una canzone tedesca del 1952, Mutterlein, composta da Gerhard Winkler e Fred Rauch, alla quale verrà aggiunto l’anno dopo un testo in inglese per opera del songwriter americano Carl Sigman. La Besson dimostra tutta la sua maestria nel morbido nel suono della tromba, così distaccato eppure sempre emotivamente partecipato. Il tema, dal carattere doloroso e dalle intonazioni religiose, viene ripetuto anche dalla fisarmonica che ne sottolinea la triste essenzialità. La Course è un brano della trombettista, con una linea tematica assai frammentata e ricca di pause che interrompono volutamente la continuità del decorso. Un breve e loquace assolo d’impronta quasi barocca portato dalla Besson prosegue poi con un unisono condotto con Suarez, a cui seguirà la parte solista della fisarmonica. Finale inaspettato, quasi tronco. Ida Lupino è una scrittura della pianista Carla Bley che ha dedicato questo brano alla nota attrice e regista britannica, diventata cittadina americana nel 1948. Tratto dall’album Dinner Music pubblicato dalla Bley nel 1977, la versione della coppia Besson-Suarez deve per forza di cose resettare la complessità orchestrale della partitura originale riadattando il brano a due soli strumenti. Ma niente della bellezza un po’ latina di questa traccia viene trascurata, anzi, il tema così incisivo e memorabile sembra rinascere a nuova vita da questo dialogo quietamente eccitato, dove il sentore caldo e nostalgico del brano subisce un trattamento argentino, virando in ambiti emozionali vicino a quelli evocati da Dino Saluzzi. L’incastro tra fisarmonica e tromba è quanto di meglio si possa ascoltare in questo album per quello che riguarda la collaborazione strumentale tra i due titolari. Lontano torna sotto la prova compositiva della Besson ma sembra molto più improvvisato del resto dei pezzi della raccolta. Un po’ spezzettato, a tratti claudicante, non una prova all’altezza dell’Autrice. È invece di Suarez il momento che segue, Le Jour J à l’Heure H, che inizia con un arpeggio in progressione discendente della fisarmonica, sul quale la tromba s’irradia con la sua tonalità limpida e spaziosa. Sempre buone le armonizzazioni dello stesso Suarez, mentre le escursioni di fiato della Besson si fanno apprezzare per la loro leggibilità. Anche la fisarmonica risponde con un assolo ottimamente realizzato, fino alla parte finale in cui le due voci strumentali si sovrappongono magistralmente in una vera e propria festa timbrica. Au Lait proviene da Offramp (1982), uno tra i migliori album mai realizzati da Pat Metheny, un brano molto evocativo, con sfumature vicine all’anima latina, che meriterebbe di essere riesumato dall’oblio in cui spesso posizioniamo i buoni, vecchi (?) lavori di jazz moderno. La versione in Blossom sottolinea l’architrave armonica di questo strano e conturbante tema che sembra andare a fagiolo per le esigenze di allargamento melodico dei due strumentisti francesi. In questa fluttuante leggerezza, tromba e fisarmonica si muovono sottobraccio, sorreggendosi vicendevolmente in un continuo scambio di ammiccamenti impalpabili. De Passage è un momento solista in cui la tromba pare trovarsi al cospetto di uno spazio infinito. L’impressione cinematografica che ne scaturisce ricorda le solitudini evocate di Nino Rota, a commento di quei personaggi felliniani emarginati nei loro pensieri. Grande suggestione, in questo inaspettata immagine di nudità espressiva della Besson. Les Tuiles Bleues è scritto da Suarez che arpeggia i tasti della sua fisarmonica dando l’opportunità alla tromba di creare vorticosi momenti di ariosa libertà creativa. La stessa libertà che si concede in un lungo assolo l’Autore, offrendo una prova di alta sensibilità musicale e di corrispondente livello tecnico. Resonances è un malinconico arrivederci di questo sorprendente duo, un ennesimo piccolo miracolo di sintesi strumentale e di umore melodico.

Blossom si impone non solo come un esercizio di misura e di controllo ma anche come messaggero di pure emozioni, senza alcuna patina cerebrale né revisionismo intellettuale. L’interazione tra tromba e fisarmonica è regolata sia secondo un principio di economia formale ma anche con la giusta attenzione a non trascurare l’impulso narrativo. L’album privilegia la chiarezza, l’equilibrio, il rispetto reciproco e celebra un legame, non certo nato ieri, tra due musicisti che sembrano trovare un’intesa quasi miracolosa riguardo al loro gesto musicale.

Tracklist:
01. Blossom (3:14)
02. Kyoto dans la brume (4:02)
03. Sans laisser d’adresse (4:43)
04. Answer me (3:34)
05. La course (3:22)
06. Ida Lupino (5:36)
07. Lontano (3:05)
08. Le jour J à l’heure H (4:49)
09. Au lait (4:51)
10. De passage (1:20)
11. Les tuiles bleues (4:16)
12. Résonances (3:05)

Photo: © Mathilde Favre

 

 

 

 


 

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