R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Con Liberation Songs, il cinquantacinquenne contrabbassista parigino Stéphane Kerecki rilegge il repertorio della Liberation Music Orchestra per mezzo di quell’attenzione sentimentale che soltanto gli eroi minori del jazz, cioè quelli non meno bravi ma spesso troppo poco celebrati, sanno portare in dote. Le sue corde energicamente pizzicate non inseguono solo la nostalgia, peraltro sempre presente in un lavoro di questo tipo, ma scavano nel profondo riportando alla superficie una memoria politica che vibra ancora senza eccessi retorici né troppi compiacimenti. Del resto questo è uno di quegli album che lavora non solo sul ricordo di un periodo storico significativo ma evidentemente mette alla prova anche i fan di stretta osservanza di Charlie Haden. Tutto ciò perché Kerecki non si limita a custodire un’eredità ma cerca di ridisegnarla lontana da quell’estro anarcoide che aveva caratterizzato la LMO, spezzando l’inerzia del tributo e aprendo nuove traiettorie emotive. Ovviamente ci si sta referendo soprattutto a quell’album omonimo edito dalla Impulse nel 1969, cioè Liberation Music Orchestra che fu il primo lavoro da titolare assoluto di Haden, avendo in formazione, tra gli altri, nomi di spicco come Gato Barbieri, Dewey Redman, Don Cherry, Michael Mantler, Carla Bley, Paul Motian, Andrew Cyrille…

Kerecki presenta una specie di operazione di rifunzionalizzazione del repertorio della LMO, affrontata con rigore metodico ma anche con un intento notevolmente più melodico che analitico. L’approccio del contrabbassista non mira certamente ad alcuna pedissequa replica, dato che in questo album non c’è traccia di quel free jazz che a volte strabordava dal pentolone di idee ribollenti tenute insieme da Haden stesso. Ma si sa che quelli erano altri tempi. Kerecki tenta piuttosto di comprendere quali parti di quel linguaggio siano trasferibili nel presente e quali necessitino di essere ridefinite. Il risultato, talvolta, potrà apparire ad alcuni come poco effervescente ma l’aspetto melodico è limpido e controllato, offrendo una chiarezza formale che può sembrare distante ma che consente di valutare la struttura musicale senza interferenze emotive superflue. Potremmo affermare che Liberation Songs arriva oggi come una brezza leggera e non con quel vento impetuoso con cui irruppe sulla scena jazz lo storico album di Haden. Dato che gli ossimori mi appassionano, definirei l’opera del contrabbassista di Parigi malinconica con brio, espressione di un ricordo che non vuole appassire ma che cerca comunque di ritrovare un po’ di perlage presente ai tempi in quel vino d’annata statunitense. La sua musica, a volte, sembra procedere in modo quasi flemmatico, per poi destarsi all’improvviso, trascinata da un respiro collettivo che cresce, si espande e in seguito torna a farsi più intimo. Il contrappunto dell’Autore è sottile, ma sempre pulsante, mentre il collettivo – come nella miglior tradizione hadeniana – non è cornice ma cuore, un organismo vitale che respira musica e melodizza secondo una propria, autonoma sensibilità. Gli arrangiamenti dilatano il senso originale delle composizioni e le rilanciano nel nostro mondo lacerato, facendo di ogni brano un piccolo manifesto di libertà e anche di responsabilità. Ci sono momenti in cui il jazz si mescola arditamente con quelle melodie che nascono o vorrebbero diventare popolari nel senso più nobile del termine. Questo però non va interpretato come un facile ammiccamento ma come dimostrazione che linguaggi diversi possono convivere in un sistema coerente se opportunamente mediati. La trasformazione operata da Kerecki non è quindi mai impulsiva, è invece un’indagine formale, un tentativo di comprendere il rapporto tra memoria musicale e presente storico, tra estetica e politica. Liberation Songs diventa così uno studio sul potere della musica come dispositivo di confronto critico. La visione di Kerecki si afferma però con una potenza gentile, ricordandoci che la resistenza sociale può essere anche una questione di suono, un’alternanza di pause e vibrazioni che diventano simboli della crescita civile di una qualsivoglia comunità. La musica così ottenuta segue una direzione non solo volta al passato ma piuttosto s’indirizza ad un percorso speranzoso – utopistico? – in cui il desiderio di libertà e giustizia sociale non debba mai venir meno, soprattutto nelle generazioni future. Il gruppo che ruota attorno al contrabbasso dell’Autore è formato da Emile Parisien al sax, Thomas Savy al clarinetto, Airelle Besson alla tromba, Enzo Carniel al pianoforte, Fabrice Moreau alla batteria e Federico Casagrande alla chitarra elettrica.

In apertura, il primo brano è una famosa protest song dal sapore pacifista attribuita a Pete Seeger all’inizio degli anni ’60, We Shall Overcome (Intro). In realtà si trattava probabilmente, in origine, di un pezzo gospel dei primi del ‘900 ma noi lo riconosciamo come tale in seguito alla versione che ne diede Joan Baez nel 1963. Nell’album di Haden chiudeva la sequenza delle tracce. Qui ne esce una versione più asciutta con tromba, sax e clarino che s’intrecciano in totale, reciproca osmosi. Spiritual è una composizione di Charlie Haden che compare per la prima volta nell’album Dream Keeper (1991). Il tema in ¾ viene introdotto dal contrabbasso e dal pianoforte per poi essere replicato in un secondo tempo anche dai fiati con l’aggiunta di Moreau alla batteria. La bellezza emerge nello scambio continuo tra sax soprano, tromba e clarino che s’incrociano e si sovrappongono in una voluttà quasi dixie. Dopo l’assolo di piano, compare un ipnotico itinere di contrabbasso, dove l’Autore rinnova il proprio miracolo melodico ottemperandolo per altro in tutto il prosieguo dell’album. La Pasionaria è un’altra composizione di Haden che compare nell’album The Ballad of the Fallen (1983) con gli arrangiamenti di Carla Bley. Il brano è dedicato alla figura di Dolores Ibarruri, la celebre co-fondatrice del partito comunista spagnolo, creatrice dello slogan No Pasaran! rivolto alle frange franchiste in seguito allo scoppio della guerra civile del 1936. Questa volta il tema, molto orecchiabile concepito quasi in forma innodica da Haden, viene introdotto dal dialogo tra chitarra e contrabbasso. Casagrande mantiene accesa la sua chitarra con accordi aspri che s’insinuano nella trama musicale anche quando compaiono i fiati, accompagnati da un pianoforte che lavora su accordi molto armonici e liquidi. Si avverte il sax di Parisien prendere le redini come strumento principale, facendosi sostenere dalla ritmica durante l’intero assolo. Subentra poi la chitarra elettrica in una prova solista altrettanto valida qualitativamente così come lo sarà il pianismo fantasioso ed eclettico di Carniel. Il brano si sviluppa sempre molto emozionante e melodico mentre note doverose di merito vanno riservate alla batteria che mantiene ordinato e pulsante lo scacchiere ritmico. Song of the United Front esce dalla penna aristocratica di Bertold Brecht e dal co-autore Hanns Eisler (1934) col titolo originale tedesco Einheitsfrontlied, per diventare l’inno più famoso del movimento dei lavoratori tedesco. Figura anche come secondo brano nel pluricitato album della L.M.O di Charlie Haden. Kerecki ne offre una versione meno marziale, offrendo un inizio affidato alla naturale oscurità del clarino nelle sue note più basse. Bellissimo lo stacco frammentato, colmo di attesa tensiva che precede la seconda riproposizione del tema ad opera dello stesso clarino, questa volta timbricamente posizionato almeno due ottave sopra. Segue una fase legata all’improvvisazione in cui viene abbandonata la linea melodica principale ma senza mulinare in alcuna forma caotica. Poi è la volta del pianoforte ad uscire allo scoperto in assolo. L’ultima porzione del brano ripropone ancora il tema che verrà rivisitato dal clarino per altre due volte.

Anche Sandino, dai soprassalti latini, è opera di Haden ed appare per la prima volta in Etudes, album del 1988 con Paul Motian e Geri Allen. Ancora un duetto chitarra e contrabbasso in apertura e il tema viene introdotto soprattutto dalla robusta cavata di Kerecki. La scansione ritmica tende a dilatarsi prima di intraprendere un percorso più scandito dalle percussioni, con la tromba sfumata e assai melodica della Besson in primo piano che entra ed esce dal tema seguendo l’ispirazione improvvisata. Anche la chitarra lavora libera sugli accordi del brano con un assolo via via più stretto e angoloso, seguito dal bellissimo piano di Carniel. Del resto tutti i musicisti appaiono ispirati e calamitati dal senso melodico di questi brani e non mostrano peraltro l’intenzione di allontanarsi da questa impostazione di base. La limpidezza cromatica di tutti gli assoli si riassume nella bella chiosa finale della tromba. Silence, sempre a firma di Haden, è tratto dall’album omonimo del 1989 dove comparivano, accanto al contrabbassista americano, Chet Baker, Enrico Pieranunzi e Billy Higgins. Qualche accordo sospeso di pianoforte dall’intenso sapore drammatico sostiene, con le note basse di Kerecki, lo struggente sax soprano di Parisien. Mentre la batteria si frammenta in una miriade di poliritmi, al sax fa seguito l’educato pianoforte di Carniel, leggero come una piuma. Arriva il momento, poi, del contrabbasso dell’Autore che racconta la sua storia malinconica tra i rarefatti accordi pianistici. La traccia entra decisamente nel computo dei brani migliori dell’album, con la chiusura affidata all’accorato soprano del già a lungo citato Parisien. Song for Che è la dedica di Haden al mitico Comandante ed è compresa nell’album della LMO del ’69. Nonostante il quieto inizio di contrabbasso, questo brano è forse il più improvvisato tra tutti. Il clarino segue il tema ma attorno ad esso gli strumenti paiono parzialmente liberarsi dai vincoli formali, rimanendo comunque in ambito consonante. Contrabbasso e batteria letteralmente contrappuntano un pianoforte mai così tecnico e veloce ma sempre assolutamente e deliziosamente armonico. Molto buono l’assolo di clarino, la dialettica tra gli strumenti pare farsi cortocircuitante mentre la parte finale sembra sospendersi nel vuoto, con il contrabbasso in solitudine. Un’escursione al di fuori della tirannica presenza di Haden l’abbiamo con il brano che segue, Throughout, che porta la firma di Bill Frisell, dall’album In Line del 1983. La dolcezza originale di questa composizione viene qui mantenuta e distribuita tra i vari strumenti, primo fra tutti il contrabbasso evidentemente a suo agio nell’impostare le melodie portanti dei pezzi. La tromba rifinisce il tema mentre la chitarra di Casagrande morde il freno dietro le quinte per poi emergere con discrezione nel continuo tramestio percussivo. La Besson ritorna al centro della scena per il finale, incorniciata, oltre che dalla chitarra, dal pianoforte cristallino di Carniel. The People United Will Never be Defeated, conosciutissima anche in Italia per tramite del gruppo cileno Inti Illimani col titolo originale El Pueblo Unido Jamas Serà Vencido, è una composizione di Sergio Ortega datata 1970, che ricorda il buio periodo di quella parte dell’America Latina in quegli anni. Il clarino segna la strada maestra col tema che tutti conosciamo. Al posto dello slogan gridato c’è un’interessante improvvisazione in cui è sempre Savy a dettar legge. L’impasto strumentale prosegue ben amalgamato attorno all’assolo di pianoforte, seguito dal perentorio movimento del contrabbasso. War Orphans spariglia i giochi dell’album. Infatti è un brano di Ornette Coleman anch’esso tratto dall’iconico lavoro della L.M.O, sebbene Haden avesse già suonato questo tema con lo stesso Coleman almeno un paio d’anni prima dell’uscita dell’album di riferimento. È sempre il contrabbasso ad impostare la melodia portante accompagnata da uno splendido pianoforte, prima che ricompaia il clarino con le sue tonalità scure e vellutate. La musica pare distanziarsi da sé stessa, sciogliendosi lentamente nell’aria mediante un’improvvisazione controllata, levitando in uno spazio di lacerante bellezza dove un forte sentimento malinconico pervade il clima quasi onirico. Si chiude con una bellissima, commovente versione all together – o quasi – di We Shall Overcome dove questo pezzo dalle origini popolari si trasmuta in una traccia dall’impronta quasi classica per merito di un lirico pianoforte e della coppia di fiati tromba e sax. Partecipa all’opera anche e soprattutto il contrabbasso di Kerecki che si congeda con un’autentica scultura sonora di note basse, seguita dell’ultimo spunto di un sontuoso sax soprano.

Liberation Songs è un album che parla al presente senza smettere di dialogare con la sua storia. Si inserisce in quel territorio liminale in cui la downtown culture incontra la riflessione politica e la musica non è più giocoforza soltanto un manifesto sonoro ma diventa un’interrogazione permanente della realtà. Kerecki sembra a volte dialogare con le ombre e con il ricordo delle marce della pace degli anni ’60. Ma mantiene accesa l’attenzione come se ogni linea melodica diventasse il frammento di un discorso critico più vasto sul potere, sulla memoria, sulla possibilità stessa di rispolverare una comunità consapevole estetico-politica in un’epoca di radicale conservatorismo come la nostra. L’album finisce così per assumere la forma di una meditazione collettiva che non teme la complessità e che rivendica, con quieta ostinazione, il diritto della musica a essere spazio di pensiero, di contrasto e di libertà.

Tracklist:
0
1. We Shall Overcome Intro
02. Spiritual
03. La Pasionaria
04. Song of the United Front
05. Sandino
06. Silence
07. Song for Che
08. Throughout
09. The People United Will Never be Defeated
10. War Orphans
11. We Shall Overcome

Photo cover, photo 1 © Eric Garault
photo 2 © Olivier Degen

2 risposte a “Stéphane Kerecki – Liberation Song (Self Two Music, 2025)”

  1. […] tromba-fisarmonica, rispettivamente qui realizzata dalla trombettista Airelle Besson – leggi qui – e dal fisarmonicista Lionel Suarez, non è un motivo nuovo nell’ambito del jazz […]

  2. […] rivisitata parzialmente dal contrabbassista francese Stephane Kerecki in Liberation Songs, vedi qui. Il secondo riferimento è un pregnante progetto di Gaetano Liguori Idea Trio, pubblicato nel 2002, […]

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