R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Off Topic, purtroppo, si occupa solo oggi del cinquantaseienne pianista Giovanni Mirabassi, fratello minore del clarinettista Gabriele. Questo musicista umbro ha pubblicato in carriera circa una trentina di lavori e l’ascolto di questo suo ultimo album Più Avanti!, riporta alla memoria non solo quell’Avanti! del 2001 di cui non ho disponibilità d’ascolto – non essendo questa incisione da tempo più reperibile, tanto meno in streaming – ma in parte ricorda anche il più recente ¡Adelante! del 2011, dove vengono trattati in parte temi simili. Inoltre almeno altri due lavori analoghi ma profondamente differenti nella loro struttura potrebbero essere comparati con Più Avanti!. Mi riferisco in primis al noto album di Charlie Haden, editato nel 1969 insieme alla Liberation Music Orchestra – opera recentemente rivisitata parzialmente dal contrabbassista francese Stephane Kerecki in Liberation Songs, vedi qui. Il secondo riferimento è un pregnante progetto di Gaetano Liguori Idea Trio, pubblicato nel 2002, Il Comandante. L’analogia più sfumata con Haden sta nell’aver ripreso e rielaborato alcuni brani iconici di lotta popolare ma il contrabbassista americano era accompagnato da una schiera di famosi jazzisti, molti dei quali provenienti dal mondo del free.

Il raffronto con Liguori mi pare più pertinente non tanto dal punto di vista stilistico quanto per il fatto che entrambi si sono dovuti misurare con lo stesso strumento, il pianoforte, anche se per Mirabassi tutto questo è avvenuto in perfetta solitudine. Mentre nel caso di Liguori si è trattato di pubblicare un album di proprie composizioni ispirate da avvenimenti drammatici e da temi politici, realizzate con una certa irruenza espressiva, per Mirabassi il discorso è diverso. I brani, già conosciuti perché entrati chi più chi meno nell’ambito della memoria collettiva, non sono composizioni originali del pianista perugino – tranne una, My Permanent Rebellion – ma rivisitazioni strutturate secondo un filtro melodico autoriale molto personale. Nello specifico caso di Più Avanti! non dobbiamo pensare comunque ad un album consacrato al concetto di hauntology, cioè ad una vaga nostalgia per un futuro perduto. Tra i tasti del pianoforte entra una sensibilità interiorizzata che sconfina nel vissuto personale, non necessariamente o interamente politicizzato, costituito anche da ricordi intimi, sensazioni emotive che sanno avvolgersi ai temi dei brani aggiungendovi presumibilmente profondi riverberi soggettivi. Un esempio eclatante è il brano di John Lennon, Imagine, qui riproposto in un breve ma interessante arrangiamento che ruota attorno all’ultra conosciuta melodia. Come se Mirabassi volesse aggiungere all’interno di queste musiche un sentito incedere sentimentale, facendo di queste rappresentazioni pianistiche un tutt’uno tra Storia politica e personale. È chiaro che questo album vorrebbe essere in parte il racconto di una generazione che ha visto passare sé stessa attraverso gli anni dell’Ombra, tra tutti quegli avvenimenti finiti nel tritacarne del terrorismo degli anni ’70. Uscendo poi dai confini nazionali, ci si ritrova di fronte a drammatiche situazioni che si ripetono, ancora una volta, dal Sud-America al Medio Oriente. Verrebbe da dire, parafrasando un noto romanzo di Remarque, come non ci sia niente di nuovo sul fronte – non solo – occidentale. Pur tuttavia il pianismo melodico e armonicamente ricco di Mirabassi, realizzato con un tocco che sta tra Pieranunzi e Cojaniz, ci accompagna in un viaggio della memoria superando a volo d’uccello i limiti di un’epoca dai contorni drammatici e facendoci partecipi ai fraseggi malinconici e gioiosi di una tastiera brillantemente cromatica. Saremmo quindi ingenerosi nel definire quest’opera come derivativa. Si tratta invece di un lavoro monologico di grande bellezza e convinzione, tra l’altro esercitato su uno strumento solo su cui Mirabassi non rinuncia alla costante ricerca di cantabilità, adattando la sua sensibilità a brani in parte innodici e conosciuti proposti con un piglio individuale e senza dogmatismi. Sul piano strettamente pianistico, si potrebbe evidenziare come il tocco di Mirabassi riesca a coniugare aspetto melodico e articolazione sonora con una certa economia di mezzi. L’uso del pedale è misurato, mai ridondante, e contribuisce a costruire spazi armonici trasparenti entro cui i temi riescono comunque ad essere riconoscibili con chiarezza. Anche nei momenti di maggiore densità accordale, il discorso mantiene una leggibilità esemplare, pur scivolando talora in qualche tentazione virtuosistica. La natura di questo progetto viene a collocarsi dunque in una zona liminale tra reinterpretazione e ri-significazione. L’Autore non si limita infatti a rileggere materiali preesistenti, ma li sottopone a un processo di decantazione che tende a sottrarre ogni elemento retorico o celebrativo per restituirne una dimensione quasi privata. In questo senso, il repertorio adottato – intriso di memoria collettiva e spesso connotato ideologicamente – viene come parzialmente disinnescato nella sua funzione originaria per essere ricondotto a una dimensione più fenomenica dell’ascolto, per cui ciò che conta non è tanto il messaggio storico del brano, quanto la sua capacità di risuonare nel presente attraverso una sensibilità individuale. Questo aspetto apre inoltre a una riflessione più ampia sul rapporto tra jazz europeo e tradizione politico-culturale. Se in altri ambiti il recupero di questi canti di protesta popolare è spesso legato a una dimensione comunitaria e performativa, qui invece si assiste a una interiorizzazione radicale del gesto musicale. Il pianoforte solo diventa quasi come uno strumento di autoanalisi. In tal senso, l’assenza di ensemble – che nel caso di altri progetti analoghi costituiva un elemento dialettico fondamentale – non è una sottrazione ma una scelta poetica coerente. Un ulteriore elemento su cui si dovrebbe fare attenzione è il trattamento del tempo musicale operato da Mirabassi, che tende spesso a sospendere la pulsazione originaria dei brani, dilatando le frasi e lavorando su microvariazioni agogiche atte a produrre un senso di instabilità controllata. Questo approccio contribuisce a creare un effetto di atemporalità, coerente con l’idea di memoria non lineare che attraversa l’intero album. Non si tratta di nostalgia in senso stretto, quanto piuttosto di una forma di riattivazione del passato attraverso una lente emotiva che ne altera le coordinate originarie. Dal punto di vista formale l’album può essere letto come una sorta di suite implicita, in cui i singoli brani dialogano tra loro attraverso affinità timbriche e melodiche, pur non essendo concepito esplicitamente come opera unitaria. Più Avanti! sviluppa così una coerenza interna che emerge progressivamente all’ascolto, quasi come se ogni traccia fosse un capitolo di un racconto più ampio. La scelta di non produrre nuove composizioni (salvo l’eccezione già citata) ma di lavorare su materiali condivisi suggerisce una volontà di confronto con un patrimonio comune, riletto però attraverso una prospettiva intimista. In questo senso, l’album evita tanto la retorica dell’impegno-a-tutti-i-costi quanto il rischio opposto di una estetizzazione neutrale, collocandosi in una posizione che potremmo definire responsabile.
Tra i diciassette brani proposti mi piace sottolinearne alcuni che hanno maggiormente calamitato la mia attenzione. Sicuramente il brano d’apertura, El Pueblo Unido Jamas Sera Vencido, che emerge spontaneamente ed inaspettatamente da un lungo preambolo inizialmente sommesso, quasi la costruzione di un ricordo sfaccettato e riverberato in una memoria lontana. Le prime note del tema s’identificano lentamente, non ancora liberate dal cumulo di ricordi che le sovrastano, schiarendosi via via e lasciando intravedere la sequenza melodica che appare poi nella sua interezza. E a questo punto il gioco a rimpiattino tra eventi mnemonici e filo melodico prosegue, fino a quando quest’ultimo resta musicalmente evidente nella sua forma più chiara e malinconica. Le Chant de Partisans, uno dei canti più importanti della Resistenza francese, fu conosciuta per tramite della cantante russa naturalizzata in terra d’oltralpe Anna Marly e, a differenza del brano precedente, nonostante l’inizio guardingo, il brano tende ad una certa solennità. Il finale è quasi trionfalistico ma Mirabassi è abile nel contenerne ogni eccesso e nel mantenere le fila del discorso musicale in un’ottica misurata. Le

Temps de Cerises, una canzone scritta nel 1866 in occasione della Comune di Parigi del ’71, è un ottimo brano jazz, suonato magnificamente con cadenze meditabonde dove un arpeggio ostinato della mano sinistra si contrappone ad un tema scandito dalla mano destra che nella sua spigliata brillantezza mi ha ricordato Petrucciani. E in tema di rimembranze ecco Hasta Siempre, dedicata a Che Guevara e scritta nel 1965 dal compositore e cantautore Carlos Puebla. Una versione molto bella, con la melodia arrangiata per mezzo di scale be bop ed interventi armonici accordali che si distendono sul tema. La nostalgia quasi metafisica che circonda il brano, sia nei momenti più dolci che in quelli più battenti, trasmette amore e rimpianto. Je Chant Pour Passer le Temps è tra i brani migliori dell’album – ma vi sfido a trovarne uno che non sia buono – ed è una poesia del francese Louis Aragon, medico e poeta surrealista iscritto al partito comunista, attivamente coinvolto nella Resistenza i cui versi furono musicati da Leo Ferré nell’album Les Chansons d’Aragon Chantées par Leo Ferré (1961). La traccia inizia in un tripudio d’arpeggi tra i quali affiora il tema della canzone. La scrittura pianistica prosegue per un poco in modo quasi frugale, molto controllata ed intimista, per trasformarsi poi con accentuazioni dinamiche e drammatiche ed improvvise scale multicolori. Ma il finale si contrae in un momento che diviene più dolente. El Paso del Ebro è un canto antifascista che si proponeva durante la guerra civile spagnola, sebbene sia un riadattamento derivante da un paio di brani del folklore spagnolo della prima metà dell’800. L’aspetto di questa traccia al di là del tema innodico è molto contemporaneo. Mirabassi usa non poche dissonanze e mescola passaggi hard bop mantenendo un clima armonico in piena cadenza andalusa. Asim Bonanga è una canzone del musicista sudafricano Johnny Clegg dedicata a Nelson Mandela. Proposto in forma di gospel, con accenni di romanticismo pop e ispirato da un vagabondo fraseggio di crome, è un momento più leggero ma comunque naturalmente gradevole nel contesto di un album generalmente più impegnato. Si arriva ad Addio Lugano Bella, popolare canzone anarchica scritta da Pietro Gori nel 1895, in concomitanza dell’espulsione dello stesso Gori e di un gruppo d’anarchici dalla Svizzera. Il brano, nella sua breve durata, sembra un carillon di note, con il tema a cui Mirabassi s’avvicina lentamente quasi nel timore di distruggerne la fragilità. Bella Ciao viene riproposta in questo album ma il tema, ormai troppo ascoltato, viene opportunamente frammentato e mascherato pur riuscendo ad essere riconoscibile sotto la cascata di note ornamentali rilasciate a profusione dalle mani dell’Autore. Poi tutto prende una piega più drammatica con incremento delle dinamiche di tocco. Si è già accennato ad Imagine di Lennon ma il brano, come il precedente, ha sofferto di troppa visibilità per essere veramente interessante. Tuttavia il trattamento di Mirabassi mira qui giustamente all’essenziale e gioca sul fattore dell’immediatezza melodica. L’unico brano firmato dall’Autore è My Permanent Rebellion, un titolo esplicativo che sembra sospeso in un sogno fluttuante, dove forse è proprio la fantasia ad essere la ribellione permanente all’omologazione sistemica del pensiero e dell’esistenza. Ma Plaine è un canto russo del 1934 di Lev Knipper che faceva originariamente parte del lavoro sinfonico Poema ai Giovani Soldati. L’andamento classico del tema evoca le immense pianure sotto la neve e viene rimarcato da reiterate note basse, quasi a simulare un pesante passo militaresco. Ma è la mano destra che viaggia e fraseggia sulla tastiera cercando libertà e anelando a speranze patriottiche. In coda un accenno al famoso brano di Boris Vian del 1954, Le Deserteur.
Più Avanti! si configura quindi non solo come un lavoro di grande raffinatezza musicale, ma anche come strumento di riflessione sul rapporto tra individuo, memoria e Storia. Mirabassi invita l’ascoltatore a sostare in uno spazio di risonanza, dove ricordo collettivo e percezione individuale si intrecciano senza gerarchie. In questa tensione quasi sempre risolta in un equilibrio stabile e consapevole, l’album trova la sua ragion d’essere più profonda, confermandosi come un’opera matura, necessaria e straordinariamente vitale. Concludo con una nota di ammirazione per la fluida tecnica strumentale, non poi così frequente da ascoltarsi in lavori di solo piano.
Tracklist:
01. El Pueblo Unido Jamas Sera Vencido (07:20)
02. Le Chant Des Partisans (04:02)
03. Ah ! Ca Ira (00:14)
04. Le Temps Des Cerises (05:29)
05. Hasta Siempre (04:17)
06. Je Chante Pour Passer Le Temps (07:24)
07. Sciur Padrun (03:41)
08. El Paso Del Ebro (03:48)
09. Asim Bonanga (04:47)
10. La Butte Rouge (03:57)
11. Addio Lugano Bella (02:30)
12. Jonny I Hardly Knew Ye (06:32)
13. Bella Ciao (04:48)
14. Imagine (02:19)
15. My Permanent Rebellion (04:03)
16. Plaine, Oh Ma Plaine (05:42)
17. Le Deserteur (01:55)
Photo © Jon Verleysen





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