R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Diciamo subito che il basso elettrico a sei corde, così come lo suona il magrissimo sessantenne svedese Bjorn Meyer, personalmente lo equiparerei ad una bella chitarra con un’escursione timbrica ovviamente più ampia. Questo per rassicurare coloro i quali non amano troppo gli album strutturati attorno ad un solo strumento e che temono di trovarsi di fronte, in un caso come questo, ad un’esclusiva mareggiata di note basse. Ma è meglio prestar fede alle parole dello stesso Meyer quando dice che “…Una singola nota, suonata su uno strumento lasciato solo, mi ha cambiato la vita… Quella nota ha risuonato nel profondo del mio essere e mi ha aperto un universo musicale che prima avevo solo sognato. Cinque anni dopo ho terminato la laurea, mi sono preso una pausa dai computer e sono andato in tour con la mia prima band. Era il 1989 e non mi sono più voltato indietro…”. Evidentemente l’Autore è un personaggio sui generis all’interno del variegato mondo della musica contemporanea per quel tipo di atteggiamento aperto che dimostra nei confronti del basso elettrico, portando lo strumento stesso in territori abitualmente inusuali. Dopo numerose collaborazioni in carriera, tra le quali emergono quelle con il maestro di oud Anouar Brahem e con il tastierista e pianista Nick Bartsch, in occasione di questo Convergence egli firma un secondo album solista per ECM dopo Provenance (2017), puntando a tracciare pazientemente nuovi confini, margini inediti e zone d’ombra in cui la sua personale forma musicale prende lentamente coscienza di sé.

Non c’è ostentazione di bravura, né la volontà di impressionare con fraseggi torrenziali che, in altri contesti, avrebbero potuto facilmente emergere. Qui tutto è ridotto all’essenziale, fino a diventare a tratti una musica quasi evanescente, che sembra sussistere più come stato mentale che non come oggetto sonoro matericamente definito. Il basso a sei corde di Meyer canta, mormora, ipnotizza con le sue risonanze conducendo tutto l’album attraverso un esercizio di controllo formale e di consapevolezza melodico-timbrica. Tutto si svolge come in un respiro lento, un’onda che avanza senza fretta avvolgendo l’ascoltatore in un’atmosfera inquietamente rassicurante. Meyer non racconta storie nel senso tradizionale, ma suggerisce presenze, disegna spazi lasciando che il suono vi si depositi all’interno con la grazia di una piuma. Le idee colpiscono spesso per la loro originalità soprattutto se considerate singolarmente, apparendo alla stregua di frammenti luminosi che affiorano come sedimenti mobili. Però l’album nel suo insieme appare più come una sequenza di episodi attentamente circostanziati che non come un percorso narrativo compatto. È una scelta estetica precisa, che privilegia consistenza, spazio e atmosfera rispetto allo sviluppo tematico. C’è persino, nell’indubbia contemporaneità di questa incisione, un certo sapore antico dietro alle trame sospese, come se la musica si fosse introvertita quasi su sé stessa per riconoscersi ed ascoltarsi meglio. Questo succede soprattutto quando essa evoca qualche ricordo di Steve Reich, o alcuni moduli armonici che rimandano al liuto – ad esempio in On Hope – oppure ancora quando incappa in qualche brevissima e fugace impennata rock, se non addirittura nel pizzicato melodico-iberico di Nesodden. Il basso a sei corde diventa voce interiore, capace di cantare e sussurrare, di scintillare negli acuti e di affondare nelle basse frequenze con evidente naturalezza. Le melodie non cercano l’enfasi, preferendo una mutevole stravaganza fatta di piccoli scarti, di lievi disallineamenti che rendono il paesaggio sonoro vivo e cangiante. È una musica che non corre, rifiutando ogni clamore e che parrebbe costruita con effetti elettronici manovrati dal vivo, quindi probabilmente senza sovraincisioni o ritocchi decisi in fase di post produzione. La sintonia profonda con lo spazio sonoro venutasi così a creare diventa qui il vero soggetto dell’album. Vi emerge lentamente un linguaggio ancora alla scoperta della propria grammatica, articolata anche secondo i codici dell’improvvisazione e tesa verso una ricerca tutta incentrata su sé stessa. In questo senso Convergence non appare certo come un monumento celebrativo di alcunché ma anzi si evidenzia alla stregua di un gesto misurato, introverso, che sottrae anziché aggiungere, e che trova forza proprio nella moderazione. La temperanza che governa l’album non va letta quindi come una debolezza, si tratta piuttosto di una scelta poetica, quella di lavorare con l’ampiezza, la portata, l’energia e la bellezza senza forzarne i confini, anzi, facendo convergere tutte queste dinamiche come in una traversata notturna, sotto le stelle, alle prese con un mare tranquillo.

Ed è appunto la title track Convergence, il primo momento dell’album. Gli accordi iniziali vengono quasi sciolti in linee melodiche rattrappite che vanno a raccogliersi in altri accordi e in flussi sotterranei di suoni elettronici, provenienti dall’ignoto e diretti in altre dimensioni oscure. Un arpeggio relativamente serrato interrompe la contemplazione sonora, cercando di mettere un po’ d’ordine tra le fila di note allungate che infatti sembrano aver trovato così una loro guida. Hiver distribuisce una luce intensa ma omogenea e priva di sfumature. Il basso si fa chitarra melodica che pare descrivere il chiarore opalescente d’una giornata invernale. Sotto le dita di Meyer lo strumento del basso elettrico s’addolcisce in un raffinato mal d’esprit che mi ha ricordato alcuni momenti acustici di Ralph Towner. Gruppi di note melodiche se ne vanno, ogni tanto, fluttuando in aria sospinte dal loro produttore, liberate come uno sciame di farfalle. Drift s’annuncia con un tuono temporalesco e qualche lampo all’orizzonte mentre alcuni suoni delle corde sembrano raccogliersi su sé stessi ed altri perdersi tra i numerosi echi e loop. Il viaggio interiore diventa qui un’autentica catabasi omerica dove i suoni, come i volti delle anime morte, appaiono e scompaiono in rapida successione. Gravity è un delicato arpeggiato in punta di dita e qui ancora affiora il prepotente spirito chitarristico in una sorta di coerenza apollinea tutt’altro che gravitaria. Mira piuttosto all’approccio etereo, nonostante l’orientamento timbrico si esponga per forza di cose all’attrazione terrestre. Motion è una sequenza di frasi ripetitive – qui è più vicina l’influenza di Reich – che sembra una Dark Star rivissuta sessantanni dopo, in altri tempi ed in altri spazi cosmici rispetto a quelli dei Grateful Dead. L’elettronica, l’harmonizer, i deelay e quant’altro possa servire a modificare i suoni, si sovrappongono alle timbriche più usuali offrendo il brivido dello smarrimento. Meyer sovrappone anche isolati fendenti che ci riportano ai climi della chitarra elettrica ma tutto è traslato in un altro universo, estatico, trasognato, dove è bello lasciarsi andare alla deriva. On Hope è diviso a metà. La prima parte ha un andamento madrigalesco, dove il basso a sei corde sembra ibridarsi con un liuto cinquecentesco. Poi le cose mutano, riaffiorano i suoni elettronici che parrebbero voler variare le direzioni finali, salvo poi tornare a sprofondarsi nell’atmosfera cortese europea del tardo rinascimento. Rewired introduce sonorità metalliche, sfrigolii di superficie, clangori in bassa frequenza. Tra questi scricchiolii della crosta terrestre, emergono cupe vibrazioni archetipiche da cui salgono espandendosi pallidi vapori gassosi. Magnetique porta il basso nel regno percussivo della mbira, quella specie di carillon africano costruito con barrette metalliche, capace di offrire un senso melodico-ritmico ripetitivo al brano ed avvicinandolo ai concetti già espressi di musica reiterativa reichiana. Nesodden è la poetica meraviglia di chiusura. Da freddi ed inquieti spazi siderei ci si avvicina alla Terra, riaccostando le tonalità dello strumento a quelle più classiche d’una chitarra con qualche memoria andalusa impigliata tra le sue corde.

Convergence sembra collocarsi in quel punto fragile in cui la musica smette di voler dimostrare qualcosa e accetta, con una forma di malinconica lucidità, il proprio statuto e il conseguente limite di pensiero. È un album che guarda anche all’indietro non solo per citazioni, ma soprattutto per memoria. Sembra lavorare sul ricordo di un tempo in cui l’ascolto era un atto lento, quasi sacro. Meyer interroga la propria voce consapevole di come essa faccia parte di un linguaggio più antico, la cui origine si perde nella notte dei tempi o in quegli spazi lontani, da lui evocati e dai quali forse tutti noi proveniamo. Ne nasce un’opera che richiede una forma di attenzione rara, oggi purtroppo quasi inattuale. Ma per me, ad ogni modo, rappresenta la prima bella sorpresa del 2026.

Tracklist:
01. Convergence (4:39)
02. Hiver (4:02)
03. Drift (3:25)
04. Gravity (4:50)
05. Motion (5:29)
06. On Hope (3:20)
07. Rewired (2:56)
08. Magnetique (4:54)
09. Nesodden (4:21)

 

 

 


 

Rispondi

In evidenza

Scopri di più da Off Topic Magazine

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere