R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Saranno felici i sostenitori del jazz più verace e coloro che non vedono di buon occhio le scelte ibride sempre più frequenti nell’ambito di questa musica. Tutto ciò perché il nuovo album di Luca Dell’Anna, Shōjin (精進) nonostante il titolo esotico che rimanda alla cultura Zen giapponese, s’allinea ai moduli evolutivi del post-bop, proponendo una linea espressiva in diretta filiazione dalla tradizione occidentale, pur avvalendosi comunque anche di evidenti elementi contemporanei. Nella pratica Zen, lo Shōjin è un esercizio di applicazione quotidiana, un modo disciplinato per migliorare la propria attitudine comportamentale e la crescita individuale. È un principio che Dell’Anna traduce in musica con lucidità compositiva e senso narrativo, trasformando il quarto lavoro da leader in un percorso di indubbio nitore estetico. La genesi di Shōjin è legata all’esperienza giapponese e all’incontro con il sassofonista Ryoma Mano a Tokyo, che è proseguita poi attraverso la collaborazione realizzata tra i due musicisti in questo album. Tuttavia la presenza dell’abile contraltista orientale – il cui fraseggio mi ricorda da vicino il tenorista Michael Brecker – non sposta l’equilibrio impostato da Dell’Anna, subordinato ad un impianto compositivo piuttosto vicino alla tradizione post bop sopra citata.

Il gruppo che affianca il pianoforte di Dell’Anna è completato da Alessandro Fedrigo al basso elettrico – leggi qui e qui – e da Luca Colussi alla batteria – vedi qui, qui e infine qui – con la produzione e la registrazione hi-end di Artesuono di Stefano Amerio. Le nove tracce presenti in quest’opera non si presentano tanto come episodi autonomi o molto diversi gli uni dagli altri ma come parti di una struttura più omogenea, ovviamente con le naturali sfumature di carattere a cui i singoli brani non cercano di sottrarsi, cioè arditi salti intervallari, intense pulsazioni ritmiche, fraseggi all’avanguardia e tutte quelle coordinate che sono frutto di un equilibrio pazientemente cercato e dichiarato. La scrittura pianistica rivela una sottile ingegnosità atta ad aprire interessanti corridoi sonori attraverso il dialogo con il sax e con la coppia basso elettrico-batteria. Mi sembra che il pianoforte di Dell’Anna superi così la funzione esclusiva melodico-armonica, diventando uno strumento organizzativo dello spazio sonoro, una vera e propria architettura dentro cui dare vita alle relazioni con gli altri musicisti del quartetto. La musica che ne risulta lavora, come spesso attualmente succede in molte analoghe formazioni jazz, per sovrapposizione di elementi differenti. La scrittura alterna infatti una certa densità a qualche momento più rarefatto, distribuendosi tra energia e sospensione. Non c’è alcuna fretta di arrivare al punto, questo percorso è fatto di progressioni sottili e dialoghi interni al gruppo, dove pianoforte, sax e sezione ritmica costruiscono un tessuto vivo e mobile. In questo clima prevalgono fantasie ritmiche e cambi tonali, regalando quindi l’impressione di grande movimento e dinamismo ma anche rendendo necessario un ascolto attento e ripetuto per poter seguire le fila intrecciate di questa complessa rete sonora. In alcuni momenti la musica sembra espandersi alla stregua dell’analogo e febbrile traffico presente nelle grandi città per mezzo di ritmi che si sovrappongono, linee melodiche che si inseguono e si rincorrono, mentre in altri frangenti tutto si riduce a pochi gesti essenziali. L’idea è quindi quella di una musica urbana, con tutte le tensioni e le occasionali distensioni che questa comporta e del resto il jazz non è mai stato, almeno in origine, una musica adatta a grandi spazi: bisognerà attendere i musicisti nordici e alcuni artisti mediterranei per spostare l’asse ambientale oltre i confini metropolitani. Inoltre, l’eventuale raffronto tra culture diverse, data la presenza di Mano nell’organico, in questo caso non presenta alcun particolare rilievo. Tutto si fonde in un unico flusso più occidentalizzato, con poche concessioni alla tradizione più orientale. Questo non è un jazz che cerchi l’effetto immediato, si sviluppa in effetti attraverso una scrittura raffinata e piena di colore che privilegia l’equilibrio estetico-formale rispetto all’impatto immediato. In questa prospettiva il quartetto agisce con una postura stilistica che rifiuta il compiacimento spettacolare, procedendo al contrario con disciplina e lucidità, facendo attenzione a mantenere un equilibrio interno costante per tutta la durata dell’album.
Yin-Yang è un titolo che si basa sulla concezione dinamica degli opposti presenti all’interno del Tao. Ad una sequenza di accordi dissonanti di pianoforte in solitudine, viene ben presto aggiunta la base ritmica alla quale si agganciano anche i primi, misurati fraseggi di sax contralto. Molto interessante la costruzione armonica di Dell’Anna con il suo strumento che continua a fluire tra le costanti applicazioni pulsatili di Fedrigo e Colussi. Il brano passa anche attraverso momenti più distesi, con il sax che pare allargarsi in ombre soniche più vaste, per poi recuperare frasi più strette, veloci ed angolose man mano che la musica procede. Qualche rallentamento più riflessivo nell’ultimo quarto del brano dove appare più in evidenza il pianoforte mentre il tempo viene scandito da un battito deciso, soprattutto sui piatti, operato dal batterista. This Means That gioca molto inizialmente sulla vaghezza armonica che appare fluttuante, con Dell’Anna che sembra restare volutamente in una qualche incertezza tonale. Il contralto di Mano s’insinua tra gli accordi di pianoforte proponendo il tema che per un certo periodo sembra viaggiare all’unisono con la linea melodica della tastiera. Poi l’Autore parte in assolo ad alti livelli con una invidiabile pulizia di suono e di tocco, seguito dall’improvvisazione del sax che dal punto di vista qualitativo non è certo da meno. Si ripete il tema proposto dal sax poco prima di chiudere. Sungaze si distende in una baia più tranquilla, con un approccio portato da Mano in modo meno frenetico ed un pianoforte più riflessivo. Dell’Anna esplora la tastiera dapprima con circospezione ma poi, via via che procede nell’assolo, diventa più ficcante con la base ritmica che ne incrementa le dinamiche. Compare anche il sax che si fa addirittura incendiario. A metà brano una piccola sosta, quasi un ripensamento di tutto il gruppo. Il pianoforte emerge con cautela dall’improvviso silenzio proponendo una frase in progressione discendente che si ripete per tre volte e poi si lancia in una seconda fase solistica, a cui si affianca successivamente il suono del sax. Dell’Anna ripete la progressione discendente sopra accennata e il brano si spegne lentamente. Mall Stop si apre con un beat cadenzato in un brano dal tema più orecchiabile. Quando il contralto prende la strada dell’assolo è anche interessante ascoltare quello che la ritmica organizza al di sotto, con un basso palpitante e una batteria – con percussioni aggiunte – che cerca di spezzarne la regolarità. Segue l’esposizione improvvisata del pianoforte, direi suonato magnificamente e in modo molto moderno dall’Autore che cerca di piazzare, a fine corsa, anche qualche dissonanza più libera. Il sax recupera il tema che si rifrange tra le note free del piano e lo spezzettamento ritmico.

Still Keepin’It è quasi spettrale, rimanda inizialmente all’impronta di Wayne Shorter con il diradarsi strategico degli strumenti a favore delle volute ampie tematiche del sax e degli accordi thrilling di pianoforte. Un brano notturno che non entra nel novero delle ballad, non cerca di essere compiacente ma sembra voler trovare una propria originale direzione. Il pianoforte pare sentirsi meno vincolato dalle forme e viaggia in un assolo di grande valore tecnico e comunicativo, forse più vicino a Kenny Barron che non in altri momenti, su una base ritmica che incrementa momentaneamente i tempi. La ripresa tematica chiude, come di prammatica, il senso del brano. Warning-Vitals sembra lanciare segnali morse con il Do ostinato nella terzultima ottava della tastiera di pianoforte, mentre il sax propone segnali circolari appoggiandosi ad una ritmica discontinua con diversi stacchi e pause. L’assolo di pianoforte entra in un accompagnamento misurato di basso e batteria e ancora una volta non si può fare a meno di ammirare la grande versatilità e padronanza tecnica di Dell’Anna. Analogo discorso può essere esteso commentando l’assolo di Mano coi suoi fraseggi tesi e tenaci. Invece Crackling Hue, contrariamente a Still Keepin’it, può essere con tranquillità inclusa nella vasta significanza delle ballad e lo si comprende da subito per l’ingresso delle spazzole nel contesto ritmico e per una maggior rilassatezza del sassofonista che cerca frasi più lunghe e spaziate. Anche nel procedere del brano, il sax mantiene un controllo quasi domestico, attento e misurato ai suoi interventi. Lo stesso Dell’Anna entra in questo spirito puntando maggiormente ad un assetto melodico del suo assolo. Feather Pulse ricorre ad atmosfere più brillanti prendendo l’avvio da una reiterata frase pianistica che ritorna spesso nell’ambito del brano. Entra il sax illustrando il tema in un contesto ritmico non frenetico ma dinamicamente più deciso. Grazie alla produzione accurata di Amerio, chi possiede un decoroso impianto audio è in grado di decifrare nel contesto sonoro e con una certa accuratezza, direi quasi nota per nota, gli svincoli e i passaggi del basso elettrico di Fedrigo e per contro i battiti esuberanti di Colussi. Assolo di piano dell’Autore, come sempre molto pulito e preciso, seguito dalla prova di sax in uno dei suoi grip emotivi più intensi. La ritmica fa sfoggio di sé in un serrato dialogo dove la batteria sembra voler incrementare la temperatura del brano con una serie di rullate tenute a bada dagli accordi del pianoforte. Then Thuesday It Is è un brano moderato, impostato su un accompagnamento pianistico dal lontano sapore iberico che punta ad un certo lirismo dei temi e ad una maggior leggerezza complessiva, dove sax e pianoforte tendono a stemperarsi evitando d’infiammarsi e mantenendo quindi un aplomb più distaccato. Persino verso la conclusione, dove può sembrare che le redini s’allentino, permane un equilibrato controllo raggiunto per sottrazione.
Shōjin finisce per assumere il valore di un oggetto estetico raffinato e meditato, nel quale la tensione tra tradizione occidentale e contemporaneità non viene trasformata in conflitto aperto, ma rimane piuttosto inscritta in un sistema compositivo che tende alla sintesi delle forme. Dell’Anna sembra infatti privilegiare una concezione del jazz come pratica riflessiva, nella quale l’improvvisazione non è tanto il luogo dell’istinto quanto uno spazio di verifica e di riformulazione continua dei materiali tematici. Si potrebbe ben dire, come già accennato inizialmente, che l’album agisce secondo una logica quasi architettonica per cui ogni episodio sonoro si dispone come parte di una costruzione più ampia, governata da rapporti proporzionali, da rimandi interni e da una distribuzione ponderata delle tensioni dinamiche. In questo senso, l’esperienza d’ascolto non coincide con la ricerca di un clima immediatamente riconoscibile, ma richiede piuttosto un atteggiamento di partecipazione analitica o/e contemplativa, da parte dell’ascoltatore. Il principio dello shōjin, inteso come disciplina e applicazione costante, trova così una sua traduzione musicale non tanto in un gesto spettacolare quanto in una pratica di progressivo affinamento del linguaggio. Ne deriva un lavoro che rifugge la soluzione semplicemente decorativa o epidermica e che appare come il risultato di un percorso di ricerca nel quale la dimensione estetica e quella intellettuale convergono in un equilibrio misurato.
Tracklist:
01. Yin-Yang [6:36]
02. This Means That [4:19]
03. Sungaze [6:40]
04. Mall Stop [4:41]
05. Still Keepin’ It [6:22]
06. Warning – Vitals [6:01]
07. Crackling Hue [4:25]
08. Feather Pulse [5:04]
09. Then Tuesday It Is [7:22]
Grafica e copertina di Elisa Caldana




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