R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
C’è qualcosa di ambiguamente attraente nell’ultimo lavoro degli XY Quartet, Lexycon. Anche se questo album sembra oltremodo distanziarsi da ciò che si ascolta abitualmente nell’ambito del jazz, lo stesso pare richiamare attenzione e curiosità per via dell’originale, sperimentale approccio melodico-armonico espresso dal gruppo. XY Quartet, giunto alla sua sesta pubblicazione dopo circa quattordici anni di attività, è composto da Alessandro Fedrigo al basso elettrico, Nicola Fazzini al sax contralto, Luca Colussi alla batteria – ne abbiamo parlato da poco nel recensire l’ultimo album di Cojaniz, vedi qui – e Saverio Tasca al vibrafono, che compare a partire dal 2014 con l’album XY, sostituendo il precedente vibrafonista Luigi Vitale. Il gruppo conferma il proprio status di esploratore instancabile del linguaggio musicale, come appunto il titolo di quest’opera suggerisce. Lexycon si allunga infatti in undici brani che oscillano tra jazz moderno e musica da camera contemporanea, alla ricerca di una sintassi espressiva che percorra strade non battute abitualmente.

Nonostante l’abbondante utilizzo di elementi dissonanti e linee melodiche tutt’altro che prevedibili, ciò che ne risulta è un lavoro intrigante, tutto da esplorare, niente affatto respingente, ma che con le sue inaspettate plissettature, brulicanti di varianti ritmiche e frastornanti balzi tonali, si troverà ad alimentare sicuramente l’interesse del jazzofilo più incline alle novità e meno disponibile ad adagiarsi sulla rassicurante abitudine della tradizione. I titoli delle tracce, come vedremo analizzandole, richiamano mondi fantastici, riverberi ipnagogici, forse anche reminiscenze science-fiction come i romanzi della serie Urania o anche come gli sconcertanti racconti paradossali alla Asimov. Il codice linguistico in continua evoluzione che XYQuartet utilizza per decifrare e ridefinire la realtà, segue un metro originale e spesso spiazzante di amalgamare le linee melodiche strumentali, ottenendo di riflesso soluzioni armoniche di carattere indagativo, certamente non usuali né mai banali. Niente aree polverose, quindi, nelle trame di Lexycon, ma non ci si aspetti violente mareggiate sonore né soluzioni corrive, perché la musica di questo quartetto, dotata di ottimo autocontrollo, si compone all’origine e sembra frutto di ideazioni ben congegniate, seppur rese apparentemente più immediate dall’approccio improvvisativo. Le parti strumentali sono sicuramente piuttosto insolite ma non eccentriche, anzi, fanno pensare ad una forma complessiva di apporti strutturati e ben studiati, tutt’altro che irrazionali. Una prova visionaria fino ad un certo punto, quindi, supportata da una sensibilità intellettuale e votata a soluzioni quasi futuribili. Il filo rosso che attraversa Lexycon lo si può interpretare come una sorta di gioco vissuto seriamente – mi viene in mente la citazione di Alan Watts “…la vita è un gioco la cui prima regola è far finta che non lo sia...” – e quindi inteso non solo come atto creativo ma come scoperta anticipatrice di una possibile musica prossima ventura. Si invita l’ascoltatore – anche se non molti ne seguiranno la sollecitazione, dato l’approccio non semplice – a utilizzare l’album per esplorare nuovi orizzonti sonori, non omologati, capaci di unire in un’unica sintesi profondità concettuale e godibilità artistica.
Il primo brano dell’album è Elgotar Bengotar il cui tema melodico risulta dall’accostamento intervallare che sax e vibrafono impostano in sincrono, con basso e batteria effervescenti a seguire compatti. In un secondo tempo Fazzini e Tasca sviluppano una fioritura improvvisata dove il sax è maggiormente in evidenza e il vibrafono sembra stendere una campitura cangiante di colore. Poi i ruoli quasi s’invertono e la linea d’improvvisazione principale viene presa in carico proprio da Tasca, con Fazzini che segue dietro le quinte. Si espone anche Fedrigo al basso, prima del ritorno tematico e della conclusione subitanea. Eresimento inizia con il fare guardingo del vibrafono e l’intervento lancinante del sax, con continui cambi tonali e la ritmica impegnata in un persistente borbottio, mentre sul finale la tensione sembra placarsi su un unico centro armonico. Improverso, introdotto da un riff di basso e un delicato contrappunto di vibrafono, si delinea seguendo un’ostinata serie di intervalli di quinta giusta operato dal sax. Fazzini e Tasca inseguono poi uno schema circolare e reiterato ed anche i fraseggi del contralto tendono poi ad inseguire percorsi che ripetono questi schemi ridondanti. Il ritmo, sempre giocato tra la distribuzione dei ruoli di basso e batteria, si muove su linee funkeggianti.

Ooni Anden è l’espressione più smascherata della ricerca sintattica degli XY. La prima metà del brano è un incrocio di suoni probabilmente elettronici e di termini verbali fantasiosi, atti a simulare un linguaggio nuovo, in linea con le direttive di ricerca seguite dal gruppo. La seconda metà è più musicale con il sax decisamente libero di saltare da una nota all’altra, inseguendo un gioco insolito di intervalli melodici, spesso oggetto espressivo di ripetuta scelta da parte del quartetto. Il vibrafono riempie i – pochi – vuoti lasciati dal contralto, disegnando un accompagnamento melodico che è quasi una sorta di insistito contrappunto. Leggo dalle note stampa che il seguente brano Knom è costruito come un contrafact sulla partitura di un pezzo di Thelonious Monk, Evidence. Quindi, partendo dallo schema degli accordi originali, si presenta un’introduzione di solo sax che secondariamente si prolunga in una fase dove si affiancano anche gli altri strumentisti. Questa traccia è realmente la più interessante e stimolante dell’intero album, vuoi per il substrato armonico che ripete i segreti dis-equilibri monkiani, vuoi per una sulfurea ebbrezza esposta dalle pulite linee melodiche di Fazzini. Anche il vibrafono si libera in un assolo molto avvolgente, seguito da una serie di stratificazioni ritmiche operate dalla batteria e dal basso che sembra correre sulle montagne russe. Ottima traccia, esemplificativa dello stigma di alta scuola di un gruppo come questo. Nedna Inoo è il titolo scritto a rovescio del precedente Ooni Anden e, approfittando della lettura delle adeguate note stampa, sembra avere strette relazioni melodiche con lo stesso. In realtà, al di là della stranezza con cui viene annunciato, ciò che appare è un brano rarefatto, quasi disgregato con molte pause, momenti di assenza e irrorazioni di percussioni, soprattutto nella seconda parte quando il sax si dedica ad un’improvvisazione molto free e il basso cerca di mantenere i contatti tra tutti gli elementi sonori. “Bizzarro”, se dovessi definire il tutto con un unico termine. Proseguendo nella serie di titoli stravaganti, tocca ora ad Altro Antro. Anche questo brano pare sfruttare la sequenza accordale del noto Anthropology di Charlie Parker e Dizzie Gillespie che a sua volta era anch’esso un contrafact del classico I Got Rhythm di G. Gershwin. L’XY Quartet si cala nel contesto di un be-bop futuribile dalla pulsazione rimica scivolosa e da qualche svolta blues, ottimamente eseguito sia dal contralto che dal vibrafono. Oh è una traccia in cui si evidenzia inizialmente in modo particolare il colloquio discorsivo tra il basso di Fedrigo e il vibrafono. La scansione poliritmica sembra offrire al brano una sorta di equilibrio paradossalmente instabile, ma si resta tuttavia in un clima di fluidità, dove poi agisce in aggiunta e in primo piano il sax di Fazzini. L’andamento è quasi in mid tempo, creando un clima di sospensione e di attesa. Flang Plang mi sembra parzialmente in continuità climatica col brano precedente. Il sax si lancia in una serie di trilli iniziali e di intervalli attorno a cui si cimenta la trama avviluppante del vibrafono. L’improvvisazione la fa da padrona e attorno alla metà brano il pezzo si sfilaccia un po’, con l’impressione che i musicisti si siano un po’ persi per strada. Tra i brani meno convincenti dell’album. Malcom è una rivisitazione di un pezzo di Fazzini, Malcom Carpenter, già pubblicato in Orbite (2017) ma l’originale è stato messo sottosopra e funge da spunto creativo per qualcosa di diverso. Una certa rarefazione formale e l’attenzione ai vuoti, nello sviluppo musicale, preservano il brano dal rischio di una voracità occupazionista da parte di un singolo strumento. Il percorso è in linea con la contemporaneità, i fraseggi di sax hanno un atteggiamento che potrei definire iper-cool mentre le basi ritmiche restano sempre piuttosto complesse. Frentin S chiude l’album restando in linea sia con l’oscurità dei titoli e sia con la tendenza a costruire i brani partendo da intervalli sovrapposti, con melodie che comunque non perdono quasi mai il senso direzionale.
In questo album insidioso per chi ha certezze consolidate nell’ascolto, si consuma un pezzo di futuro in ambito jazzistico. Non che queste note siano una sorpresa, tracciate da un gruppo come questo quartetto da sempre impegnato a cercare una strada non battuta dalla consuetudine. Lexycon è un lavoro di ricerca di nuovi spazi espressivi, non ci sono connessioni a melodie facili o armonie prevedibili ma occorre anche specificare che questi musicisti non si lasciano andare in ambiti inudibili e mantengono sempre un appiglio utile per far sì che chi si approcci all’ascolto non si perda. Inventiva, un certo spirito febbrile nel mescolare inaspettatamente le loro carte e una proposta complessiva d’avanguardia rendono comunque questo album non facile e al contempo poco raccomandato agli spiriti più romantici.
Tracklist:
01. Elgotar Bengotar
02. Eresimento
03. Improverso
04. Ooni Aanden
05. Knom
06. Nednaa Inoo
07. Antro Altro
08. Oh
09. Flang Plang
10. Malcolm
11. Frentin S
Photo 1 © Vincenzo Ciccarello


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