R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Concordo pienamente con Thierry De Clemensat che dalle pagine di Paris Move si sofferma sulla grafica dell’album The Last Question, secondo lavoro della band Nugara, pubblicato da GleAM Records. L’immagine che si apre allo sguardo rievoca in parte le copertine di vecchie riviste della gloriosa serie Urania e anche, parzialmente, le vignette di molti fumetti di fantascienza che ci hanno fatto sognare, nel tempo, un ipotetico ed inquietante mondo futuribile. Una fantasia che nella maggior parte dei casi appariva inesorabilmente viziata da un incorreggibile errore metacronico, per cui si era portati ad immaginare un futuro utilizzando però una modalità di pensiero riferita giocoforza alle conoscenze scientifiche e tecnologiche di allora. Questa considerazione, come vedremo, non vale però appieno per il racconto del preveggente scrittore Isaac Asimov a cui i tre componenti del giovane trio Nugara – l’età varia in un range compreso dai trentasette ai venticinque anni – si sono oggi ispirati. Il gruppo vede la presenza del contrabbassista bulgaro Viden Spassov, del pianista genovese Francesco Negri – già segnalato in precedenza da Off Topic, leggi qui – e del batterista Francesco Parsi, attualmente residente in Olanda. Con l’ospitata aggiuntiva dell’esperto e navigato trombettista Giovanni Falzone, vecchia conoscenza di Off Topic – di lui ci siamo occupati, oltre alle numerose recensioni, anche di intervistarlo tempo fa proprio qui – il trio firma un album che si colloca con naturalezza nella tradizione del jazz contemporaneo europeo, senza peraltro adagiarsi su formule stereotipate.

Questo lavoro è ispirato all’omonimo racconto di Isaac Asimov, non tanto e non solo per trarne un’ipotetica linea narrativa, ma per assorbirne la complessa logica speculativa, dai concetti entropici al coinvolgimento di una visione trascendentale pseudo religiosa, dall’intelligenza artificiale alle fluttuanti probabilità delle misteriose categorie spazio-temporali. Il tutto diventa un modo parallelo per avvicinarsi al fragile equilibrio delle emozioni. L’ultima domanda è infatti un lavoro letterario di science-fiction del 1956 (!!), dove l’angosciata e transgenerazionale richiesta ad un computer riguardo la possibilità di ricerca di una qualche via d’uscita al secondo principio della termodinamica, quello dell’entropia, ottiene sempre risposte negative. Questo fino a quando, davanti all’effettiva ed ineluttabile morte dell’Universo, il computer decide di… ricrearne uno nuovo. Questo tema del destino ultimo del cosmo viene sviluppato servendosi di una scrittura musicale che coniuga una solida perizia strumentale con una visione compositiva sorprendentemente aperta, mobile e velatamente apprensiva. Ritrovo qualcosa di familiare in The Last Question, come se questa musica provenisse non solo da una certa idea contemporanea di jazz ma anche, allo stesso tempo, da una serie di ricordi legati a frammenti di colonne sonore documentaristiche, estratti new age, momenti swinganti, spunti legati alla musica cameristica del primo novecento. Insomma, si tratta di idee che sembrano riemergere da un tempo imprecisato, portando comunque con sé un profumo vagamente riconoscibile. Il trio – pianoforte, contrabbasso e batteria – lavora su un equilibrio costante tra struttura e deviazione, tra forma consolidata e rischio dovuto all’improvvisazione. L’ingresso di Giovanni Falzone alla tromba in quattro tracce si presenta come un’estensione naturale del pensiero musicale degli stessi Nugara. La qualità siderale degli interventi del trombettista amplia effettivamente il campo percettivo e completa il percorso musicale del gruppo, affiliandosi ai loro temi con molta naturalezza. La sua tromba appare a volte come una luce abbagliante, un segnale che attraversa il vuoto e spinge sul sottile crinale tra ordine e caos, talora imponendo qualche evidente mutamento direzionale. Ma nella maggior parte dei casi Falzone introduce un elemento di coesione verticale, così che il suo suono autorevole agisca con precisione quasi chirurgica nel contribuire al controllo delle dinamiche e all’articolazione delle strutture formali del gruppo. Le composizioni dei Nugara sono dense, stratificate, spesso costruite su equilibri instabili che appoggiano su un’elasticità ritmica non decorativa ma funzionale a un discorso che procede per accumulo e momenti sottrattivi, con una buona produzione che valorizza ogni dettaglio timbrico senza indulgere in eccessi. Le melodie sono fluide, memorizzabili, capaci di alternare passaggi di forte intensità emotiva a zone di sospensione quasi contemplativa. La musica si espande, poi si ritrae, come se venisse a volte riassorbita in un ipotetico blackhole, senza apparentemente lasciare tracce visibili, salvo poi abbandonare l’orizzonte degli eventi per riaffiorare in un’altra dimensione spaziale. C’è qualcosa di profondamente umano in questa musica, nonostante l’impianto concettuale e le suggestioni fantascientifiche. Non è un jazz meramente illustrativo, né un esercizio intellettuale fine a se stesso ma è piuttosto un viaggio che conduce, a tratti, a un autentico momento estatico, non tanto sensuale, ma cognitivo, legato cioè all’insight di un disegno più ampio di quello che appare, dove l’idea di tempo sembra sospendersi e il suono diventare pura esperienza. The Last Question è un album del mattino – come direbbe Andy Partridge – di quelli che non chiedono attenzione immediata ma si insinuano lentamente, via via che la giornata prende forma.

L’album si apre in modo quasi classico con la breve traccia di Echoes Before the Dawn, dove il pianoforte di Negri e l’archetto di Spassov sembrano accennare ad un inserto sinfonico in odore raveliano. Il brano seguente, Three Laws, si concede una corsa sull’arpeggio pianistico in primo piano, accompagnato dalla densità ritmica di contrabbasso e batteria. Pieni e vuoti s’alternano, come seguendo un felice disegno polistilistico, molto melodico e consonante che prende forma in un vagabondaggio tra un bebop appena accennato ed un’ispirazione decisamente più classica. Il tema fa vibrare un’aria luminosa, dove al suo interno c’è spazio per un breve assolo di Spassov. Gran respiro collettivo, il pianoforte di Negri dimostra spessore e profilo tecnico in abbondanza.

String Theory è il primo brano in cui assistiamo alla presenza di Falzone che detta le linee tematiche, in un interessante contesto ritmico costruito su una serie di progressioni accordali discendenti di pianoforte. Negri si propone in un altro dei suoi assoli in cui melodia e consonanza di rimando classico vanno ad incrociarsi con brevi fraseggi bebop, costruiti quasi con parsimonia, senza eccedere in virtuosismi. Il senso della misura di questo pianista è evidentemente, mi vien da pensare, non solo una qualità innata ma anche il risultato di una rigorosa educazione musicale di primo livello. L’irruzione – di questo si tratta – dello strumento di Falzone, quasi un barrito volto a scompaginare l’ordine precedente, si estende sulle dinamiche ritmiche del trio che viaggiano ora in tempi regolarmente scanditi in quattro. L’energia sulfurea apportata dalla tromba determina un riallineamento degli equilibri e trascina il senso del brano verso territori avanguardistici, fino alla ripresa della scansione ritmica originaria, in cui la riproposizione del tema finale viene suggerita solo dal piano, mentre la tromba conclude un po’ più lateralmente. Flame of Discovery inizia con maggior lentezza, mentre Falzone introduce una melodia lenta e più riflessiva su un assetto ritmico di ¾. L’assolo esplorativo di contrabbasso si allunga tra accordi di pianoforte che lo incorniciano elegantemente, fino al momento in cui Negri si mette in gioco, misurandosi nota per nota, perfettamente a proprio agio all’interno di questo valzer. La tromba pone dei virgolettati sempre un po’ stimolanti e questa volta, prima di un radicale cambio di marcia del brano, si nota l’accompagnamento archettato di Spassov. In questa trasformazione in corsa del pezzo, non si può non apprezzare l’assolo energico di Falzone che incrementa lo stato di tensione generale. Qualche perplessità sulla evidente e voluta discontinuità, forse eccessiva, di una traccia oltremodo stuzzicante. Here we Are è una ballad che cade con delicatezza tra pianoforte e tromba, ponendo entrambi gli strumenti in intimo colloquio. La ritmica s’acquieta sull’intenso assolo di Falzone evidenziando qui un altro aspetto, più meditativo, dell’eclettismo tipico di questo musicista, che dimostra di possedere, tra le altre doti, anche l’arte del raconteur. Segue il momento del pianoforte, prima della ripresa del tema ad opera della tromba e quella conclusione insolita, con un soffio a vuoto, sembra quasi rimarcare una sensazione di profonda malinconia, quando vengono meno le parole agli esseri umani e i suoni agli strumenti. Nebula è un delizioso brano basato su un tema allegro e saltellante – mi ha ricordato l’estro stilistico di un altro pianista come Ethan Iverson – che vola ed atterra continuamente tra le maglie del trio, introdotto da una strana atmosfera vibrante dei piatti e da accordi pianistici di modello impressionista. Ma occorre dire che, al di là dell’accattivante motivo tematico e della già segnalata bravura di Negri, gran merito della riuscita del brano sta nel continuo adattamento della ritmica alle misurate follie del pianoforte. Un pezzo come questo dimostra la flessibilità del trio, la sua capacità di amalgama e di adattamento. A mio parere, tra le cose migliori ascoltate in questo album. Eyes do More Than See è una sibillina affermazione della duttile consistenza dei Nugara. L’approccio delicato di pianoforte e il sincrono con il contrabbasso ad enunciare il tema, s’allungano in un clima tranquillo ed espanso fino alla rarefazione sonora. L’assolo di contrabbasso con l’archetto sembra contenere un misto quasi celiniano di tenerezza e rancore. I musicisti paiono via via maturi per una voluta deriva, una navigazione senza vento, errando in un mare di possibilità improvvisative. Dalla metà brano in poi la bussola riprende a funzionare, la ritmica torna a pulsare con regolarità e il pianoforte s’avventura in uno dei suoi affascinanti assoli al limite tra avanguardia e memorie classiche. Nonostante la molta carne al fuoco, i Nugara trovano anche il tempo di timbrare il cartellino per la tradizione, ovviamente sempre a modo loro, con The Time Traveller. Qualche sfumatura blues, un piglio più leggero e una serie di temi accattivante che tendono allo swing. Cioè, un raffinato modo di prendere in mano la tradizione, senza tradire il proprio stigma operativo. Chiude Let There Be Light (= sia fatta la luce!), le parole conclusive del già a lungo citato racconto di Asimov, dove il computer dà l’abbrivio all’Universo, in un territorio tangente alla trascendenza ed alla tecnologia. Gli arpeggi pianistici e le note ad incrementarsi del contrabbasso sembrano quasi simulare l’accensione delle stelle in un cosmo via via sempre meno buio. La tromba manda fredde sciabolate sonore che attraversano lo Spazio ed un fischio finale umano – od elettronico – pare un piccolo commento di fronte all’infinito.

The Last Question riflette sul tempo e sulla conoscenza senza mai tradurli in enunciati, affidandosi invece alla forma musicale come luogo di verifica. La scrittura dei Nugara dimostra come il jazz possa ancora essere uno strumento critico, capace di tenere insieme un certo, acquisito e disciplinato rigore formale con un’apertura progettuale al rischio e alla sperimentazione. Ciononostante, sotto questa architettura lucida, affiora qualcosa di più fragile e umanamente condivisibile, dove la musica offerta dal trio non cerca di dominare le proprie – e le nostre – domande, ma le lascia altresì risuonare, come segnali dispersi nello spazio. E in questo equilibrio tra racconto letterario e sviluppo musicale l’album sembra suggerire che la risposta all’ultima, fondamentale domanda, sia nient’altro che la capacità di restare in dialogo con il mistero.

Tracklist:
01. Echoes Before The Dawn (01.50)
02. Three Laws (05.35)
03. String Theory (07.01)
04. Flame Of Discovery (08.22)
05. Here We Are (07.08)
06. Nebula (05.22)
07. Eyes Do More Than See (06.45)
08. The Time Traveller (05.59)
09. Let There Be Light… (04.28)

Photo: © Federico Caponi

 

 

 

 


 

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