Giovanni Falzone – Una vita colorata di musica

Postato il Aggiornato il

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Intervista di James Cook

Giovanni Falzone è un musicista tra i più eclettici ed originali del panorama jazzistico italiano, un compositore prolifico il cui talento è riconosciuto a livello europeo. Ha iniziato a suonare la tromba da ragazzo nella banda musicale di Aragona, per poi proseguire il suo percorso passando dalla classica al jazz, fino a creare spesso, negli ultimi anni, un mix all’insegna della contaminazione. Lo abbiamo incontrato in Brianza, in una sera piovosa d’estate, per farci raccontare qualcosa di lui e della sua infinita passione per la musica.

So che la composizione è un’attività alla quale ti dedichi quasi giornalmente. Che sensazione da affidare le proprie emozioni alle note, piuttosto che alle più convenzionali parole?
Per uno che come me ama comporre, ovviamente è una sorta di diario musicale, un taccuino in cui annotare pensieri sonori giornalieri, quello che scrivo sul pentagramma quasi quotidianamente. Un po’ per esercizio, un po’ per studio e un po’ perché ho l’esigenza di pensare a progetti nuovi, cerco di mettere il più possibile su carta tutte le idee che ho.

La mia sensazione è che tu componi tantissimo…
Si, è una cosa che faccio regolarmente e che sento molto naturale: sia per progetti che penso io, sia per lavori commissionati da altri. Ad esempio uno dei miei ultimi progetti l’ho presentato al Rossini Opera Festival di Pesaro il 18 agosto. E’ una commissione che mi hanno fatto su Gioacchino Rossini, lasciandomi per fortuna la libertà di scelta ed io mi sono concentrato sul Barbiere di Siviglia.
Per me è veramente molto bello e stimolante comporre. Non a caso infatti da tutti questi progetti – compresi quelli che non sono mai finiti su disco – ho ricavato tantissime composizioni. Spesso le ho poi rielaborate anche per ensemble molto diversi tra loro. Amo tantissimo sperimentare e confrontarmi con la scrittura.

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Porti avanti numerosi progetti e ti esibisci in contesti anche molto diversi, ma i dischi che hai pubblicato non sono poi tanti…
A mio nome saranno 11/12 al momento. Tanti progetti non hanno visto la luce perché forse avrebbero in qualche modo intasato la mia produzione discografica. Ad alcuni ho dato “valore di esperimento”, poi sono rimasti lì, non ho sentito l’esigenza di andare oltre, documentandoli anche a livello discografico. Facendo jazz, quasi ogni mese si potrebbe far uscire un disco, perché si suonano sempre cose diverse, però è chiaro che mi piace pensare di pubblicare solo quelle produzioni che reputo super riuscite e al di fuori della routine.

Che rapporto hai con la tua tromba? – ho notato che spesso la suoni non solo nel modo canonico…
È un rapporto particolare, la paragono alla tavola dei colori di un pittore, mi piace l’idea che lo strumento possa sorprendere chi ascolta ed anche me stesso, scoprire all’interno della tromba stessa tutta una gamma di colori che, negli anni, sono riuscito a catalogare e a far diventare miei. Da quando la suono è l’oggetto con il quale ho passato più tempo in assoluto nella mia vita, mi accompagna da sempre, non c’è mai stato giorno in cui non l’ho suonata, siamo in totale simbiosi.

Nei tuoi concerti spieghi spesso in modo dettagliato quello che stai suonando, sembra che tu tenga particolarmente all’aspetto didattico del tuo lavoro…
Ho scoperto negli ultimi anni che mi piace parlare di musica. Senza nessuna presunzione, specialmente in tempi come questi in cui c’è un notevole impoverimento culturale, non mi piace dare per scontato che la musica debba parlare da sé. Fino a qualche anno fa la pensavo anche io così e mi sbagliavo. E’ sotto gli occhi di tutti il cattivo trattamento riservato alle arti nel nostro amato paese. Credo che mai come adesso ci sia il bisogno di parlare di musica e di tutto ciò che possa sollecitare le coscienze a reagire. Parlare per me vuol dire condividere, cercare di coinvolgere chi mi segue da anni e che penso sia interessato a ciò che faccio. Quindi perché non farlo?

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Qual è il tuo rapporto con il pubblico?
Lo definirei di naturalezza assoluta. Mi piace l’idea di salire sul palco come sono nella vita di tutti i giorni, non indossando una maschera. Ho scelto il jazz proprio perché è una delle musiche che mi permette di essere al massimo me stesso. Con la gente sono così, sia quando la incontro al supermercato, che sul palco. Quando suono si aggiunge solamente l’aspetto istintivo/creativo. Se sono qui oggi a parlare di musica con te è perché qualcuno negli anni ha valorizzato questo modo diretto e naturale di vivere il palcoscenico.

Suoni tanto anche fuori dall’Italia. C’è un luogo dove ti senti particolarmente a tuo agio?
Tantissimo in Francia, credo che sia artisticamente la mia patria più importante. Non a caso in Italia ho avuto dei riconoscimenti arrivati dopo che li avevo già ottenuti in Francia – seppur di poco. Il Django d’or ad esempio l’ho ricevuto nel 2004 in Francia ed alla fine dello stesso anno ho vinto il referendum dei nuovi talenti di Musica jazz in Italia. Una cosa simile mi è accaduta con l’Académie du jazz che mi aveva assegnato il secondo posto come miglior musicista europeo nel 2009. Un riconoscimento analogo è arrivato in Italia con il Top Jazz nel 2011. Al di là però di queste notizie che sono più di gossip, in Francia secondo me, a livello organizzativo e progettuale, oltre che da parte dell’ opinione pubblica, l’attenzione nei confronti dell’arte in generale è notevolmente maggiore. Il governo riconosce la musica, ma anche la pittura, la scultura, il teatro, la prosa come “valore aggiunto” del proprio popolo. In Italia invece si tende a tagliare, a discriminare, a banalizzare il concetto di cultura. Da questo punto di vista, per la notevole ricchezza che abbiamo, non dovremmo essere secondi a nessuno, ma evidentemente ci piace essere secondi, terzi, quarti…

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Spesso la musica che suoni è jazz contaminato con il rock, la classica, l’opera, i suoni africani. Il punto in cui sei ora sembra piuttosto distante dai tempi in cui suonavi con l’orchestra sinfonica. E’ questo quello che ti soddisfa di più?
Quello che faccio ora è un po’ la fotografia di questo momento. La mia formazione musicale è data dalla sintesi dei tre elementi che più mi hanno toccato durante la fase di crescita musicale, che in ordine cronologico sono: il rock, la classica e per finire il jazz. Ho svolto un’attività di musicista classico lavorando per anni in un’orchestra, questo ha fatto sì che potessi assorbire molto delle sue suggestioni, però rimango innamorato di questi tre mondi, diversi tra loro, che per me sono semplicemente musica.
Quando ero nell’orchestra non riuscivo a mettere insieme questi tre generi, non c’è un repertorio ufficiale, sdoganato che ti permetta di fare ciò, allora mi son detto: “provo a farlo io!”
Il jazz è per me il genere più importante, gli altri mi hanno formato, uno da ragazzo ed uno a livello intellettuale e accademico, ed io non li accantono. Il jazz ha una grandissima funzione di catalizzatore e mi permette di fare questa sorta di miscellanea. Gli esperimenti a volte riescono meglio a volte peggio, questo a me non interessa, mi piace approfittare in qualche modo di questa fortuna che mi è capitata, poi il giudizio non sta a me darlo.

Sei sempre in fermento: c’è spazio nella tua vita per coltivare passioni che non coinvolgano il mondo della musica?
Si certo, ci deve essere, ed è importantissimo! C’è lo spazio per gli affetti e per la pittura, una cosa che amo tantissimo. Quando riesco, negli ultimi periodi purtroppo non tanto come vorrei, ma mi sono ripromesso di cominciare con una certa cadenza e serietà. Quel “colore” di cui parlavamo prima, in pittura ovviamente è più palpabile, più materico, è lì, lo puoi toccare, mentre nella musica ovviamente si disperde nell’aria. Forse anche per questo è un po’ definita la più sublime delle arti, perché ha questo fascino di invisibilità. A me, che sono anche abbastanza carnale, piace l’idea di mettere le mani dentro una bella latta di colore: pasticciare con la tela e giocare come un bambino con quei colori, mi piace!
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Tra i tuoi numerosi progetti, uno dei più recenti ed originali è “La banda del teatrino”, dove ti proponi anche come cantante. Ci racconti com’è nata quest’idea?
E’ nata dalla volontà di provocare, di creare un progetto che potesse fotografare in qualche modo la situazione attuale di questo nostro martoriato paese.  Avevo voglia di scrivere delle canzoni di “denuncia” e di affidarle alla sonorità della mia Contemporary Orchestra.
Ho cercato di intrecciare la semplicità e l’immediatezza dei testi, con una trama musicale un pochino più complessa. Non è che io abbia velleità di cantante, non m’interessa proprio esserlo, ma mettermi in prima persona a farlo è stato un modo per rafforzare la provocazione. A tal proposito ho coniato questa piccola filastrocca: “cantare non è la cosa che meglio so fare, ma lo faccio in un paese dove tutto è consentito fare”. Una sorta di provocazione dentro la provocazione.

Ho avuto la sensazione che ci fosse un’ispirazione un po’ “Zappiana”
Certamente, dal punto di vista dell’architettura musicale, del sound e del colore. Frank Zappa è uno dei miei musicisti preferiti, un riferimento che ho sempre tenuto ben presente nella mia progettualità. Si vive in un qualche modo di influenze, il segreto è cercare di filtrarle il meglio possibile e renderle proprie. Ciascuno è influenzato da tutti e tutto. Chi ascolta la musica e ne è innamorato, ovviamente non può fare a meno che questo avvenga. E’ una conseguenza, chi riesce a crearne una sintesi personale è fortunato, chi non ce la fa vive copiando gli altri, ma va bene lo stesso, la musica è bella comunque!

Quindi possiamo dire: la musica è una cosa seria, ma va presa con leggerezza?
Appoggio in pieno questa definizione. La musica è una cosa serissima, va vissuta però con leggerezza, il che vuol dire non prendersi sul serio, esserci quando serve esserci, non raccontarsela troppo. Piuttosto che fare il personaggio, meglio stare a casa a studiare tutti i giorni e cercare di arrivare sempre sul palco preparato. Una volta che ci sei però è doveroso condividere con chi ha pagato il biglietto anche una battuta, un sorriso, non ci trovo niente di male. Io so distinguere: quando sento la qualità, se poi arriva una frase scherzosa non mi da fastidio. Se sul palco invece sento cose discutibili e in più se ne fa tutta una questione di cabaret, evidentemente ho sbagliato concerto. Per me ci sta anche di ridere, scherzare, sdrammatizzare, perché la musica è una fortuna, un privilegio grandissimo e non una maledizione o una malattia…
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Ringraziamenti a:
Cristina Crippi e Suoni Mobili by Musicamorfosi per le foto e la disponibilità.
Ellebi per il grande aiuto.

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