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Riccardo Talamazzi

Nduduzo Makhathini – In The Spirit Of Ntu (Blue Note Africa, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Un’interpretazione anticonvenzionale del jazz passa per l’inquieta wanderlust che coglie ogni appassionato viaggiatore – anche solo con l’immaginazione –  attraverso tutte quelle regioni del mondo in cui si fa musica utilizzando linguaggi inusuali. Da parecchi anni il Sudafrica offre lo stimolo alle sue variegate voci, dai tematismi caldi di denuncia civile – Miriam Makeba – alla poesia intimista di artisti seminali – Abdullah Ibrahim – alle nuove leve emergenti – Malcom Jiyane – e questi sono solo alcuni dei primi nomi che vengono in mente. Spulciando le note stampa di accompagnamento del pianista Nduduzo Makhathini scopro accanto ai prevedibili titoli professionali – musicista, compositore, improvvisatore –  anche un curioso attributo, quello di “guaritore”. A meno che il termine inglese “ healer ” non abbia altri significati che purtroppo non conosco, devo dire che questo sostantivo mi ha sorpreso. Che la musica, dai tempi di Orfeo, abbia possibilità lenitive è un fatto ormai assodato e la musicoterapia ne è un esempio eclatante. Il termine “guaritore”, però, di fronte all’homo saecularis contemporaneo, potrebbe assumere delle caratteristiche un po’ ambigue. Non ho però alcun dubbio, almeno dopo aver ascoltato questo disco, che il potere terapeutico di Makhathini sia effettivamente una realtà, tale è la magia che si sprigiona dai questo album In The Spirit of Ntu. Il concetto di Ntu è legato a quello dell’Essere e soprattutto ad un’idea più estesa di “Unità dell’Essere”, in cui ogni individuo è in stretta comunione con la Natura e quindi compartecipato alla realtà cosmica in un unico, sotterraneo legame. Una strana, negromantica attrattiva, come un effluvio di vapori stordenti, si libera dal jazz di Makhathini che è un insieme di mistica contemporaneità, religiose tradizioni ancestrali, insinuanti cantilene ed appaganti esperienze emotive. Una musica di primissima scelta, originale nella sua arcana bellezza, eseguita da musicisti- sciamani che arrivano diretti al sodo, cioè allo scopo di raggiungere il nostro mondo psichico laddove si celi l’origine dell’esistenza stessa, il chaos primigenio delle più antiche cosmogonie. Questo In the Spirit of Ntu  è un lavoro da maneggiare con attenzione che non ha solo il fine di comunicare forti stati emotivi ma bensì quello più nobile di trasmettere conoscenza, quel sapere di noi stessi che costituisce il processo d’individuazione, faticosissimo ma necessario percorso per avvicinarci al senso della nostra vita. Con un pianismo per certi versi più vicino all’approccio di McCoy Tyner ma che non s’allontana dalla religiosa attenzione di Ibrahim per l’anima africana, Makhathini imbastisce un discorso musicale organico, potente ed esperienziale, con l’apporto di una serie di validi musicisti. Troviamo allora Linda Sikhakhane al sassofono, Robin Fassie Kock alla tromba, Dylan Tabisher al vibrafono, Stephen De Souza al basso, Gontse Makchene alle percussioni, Dane Parigi alla batteria, Anna Widauer e Omagugu alle voci e un prezioso ospite come il sassofonista contralto americano Jaleel Shaw.

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Flora Purim – If You Will (Strut Records, 2022)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Dubito esista un’altra musica che come quella moderna brasiliana abbia influenzato così platealmente il jazz statunitense. Del resto la cultura sudamericana, a sua volta, ha colto nel jazz un’interessante possibilità di arricchimento evitando di arroccarsi su posizioni  stereotipate. Fin dai tempi di Jazz Samba del 1962, firmato da Stan Getz e Charlie Bird e poi con il riferimento più famoso Getz/Gilberto pubblicato due anni dopo, i ritmi iconici del samba e della bossa-nova hanno aperto innumerevoli nuove strade espressive nel jazz attraverso i nomi di Joao Gilberto, Gilberto Gil, Jobim, De Morales, Barque de Hollanda, diventati via via sempre più familiari al grande pubblico nordamericano ed europeo. Ma tra tutti questi c’è una figura leggendaria che ha compartecipato attivamente sia alla musica del succitato Getz che ad altre stelle del jazz USA, come ad esempio Gil Evans, Chick Corea, Dizzie Gillespie, George Duke fino ad affacciarsi al mondo del rock con le collaborazioni ai dischi dei Santana – Welcome (1973) e Borboletta (1974) – e con alcuni membri dei Grateful Dead – Rhytm Devils, The Apocalipse Now Sessions (1980). Si sta parlando di Flora Purim, una cantante che ha saputo accompagnare l’originale ardore ritmico-melodico popolare con i suoni più “aristocratici” dei colleghi statunitensi, sapendo fondere le proprie inclinazioni naturali insieme alle esigenze vocali più sincopate del jazz. La Purim, che torna con un disco da titolare dopo quindici anni di assenza, ha un cantato estremamente duttile, che quasi non dimostra l’avanzare degli anni. La sua voce è capace di adattarsi ad ogni occasione, caratterizzata da un’intonazione a dir poco perfetta che sappiamo assolutamente necessaria per seguire i continui cambi di tonalità e gli ampi salti intervallari così come accade frequentemente, appunto, nel jazz. Questo If You Will celebra gli ottant’anni di questa cantante di Rio de Janeiro che ha pensato di raccogliere intorno a sé, oltre all’altrettanto famoso marito batterista Airto Moreira, anche le altre percussioni – che nella musica d’influenza brasiliana non sono mai troppe – di Celso Alberti e la chitarra di Josè Neto. Compare inoltre la figlia Diana a dar manforte alla voce ma le note stampa, purtroppo, non specificano i nomi degli ulteriori collaboratori a questo album.

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Erik Friedlander – A Queens’ Firefly (Skiptone Records, 2022)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Lucciola, fiammifero, lampadario, scintillio, aurora, splendore, fuoco. Mettendo in fila questi termini che hanno a che fare, chi più chi meno, coi titoli di A Queens’ Firefly, l’ultimo album di Erik Friedlander, ci accorgiamo che il comune denominatore di tutte queste voci è la luce. Confortati, oltre che dalla copertina del disco che ricorda alcune suggestioni shakespeariane e anche dal racconto specifico che ne fa lo stesso Friedlander, ci rendiamo conto come una storia personale che ha la “luce” come protagonista, in questo caso un ricordo sentimentale, possa innescare la giusta ispirazione d’una creazione musicale come questa. La visone sempre magica del volo delle lucciole nel quartiere newyorkese del Queen, innesca un intreccio di emozioni che collegano le memorie del violoncellista Friedlander ad una citazione di Virginia Woolf sul senso dell’esistenza che non è mai, secondo la scrittrice, una rivelazione potentemente drammatica. Il sacro Graal della comprensione della vita è invece un intreccio di intuizioni, di piccoli miracoli spesso inaspettati, frammenti emotivi e subitanee illuminazioni come luci di fiammelle che s’accendono all’improvviso nel buio. Per arrivare a trasformare queste impressioni in linguaggio musicale, Friedlander si serve di alcuni illustri colleghi che contribuiscono alla struttura di A Queens’ Firefly come il pianista Uri Caine, forse il più conosciuto al grande pubblico, il batterista Ches Smith e il contrabbassista Mark Helias. E naturalmente il leader di questa formazione, nota come The Throw, è appunto Erik Friedlander. Quest’ultimo ha pubblicato oltre una ventina di dischi a suo nome ed è intervenuto in almeno cinquanta o più collaborazioni, tra cui ricordiamo il lungo “tête-à-tête” con John Zorn, oltre alle partecipazioni con Laurie Anderson, Nels Cline, Dave Douglas, Benny Golson, Wadada Leo Smith ed altri ancora. La caratura di “The Throw” è tale da indurci a pensare che i brani proposti in questo album siano tutt’altro che veloci schizzi impressionisti. Si avverte la complessità della scrittura e dell’esecuzione, talora poco trasparente, che spazia da assetti melodici ben decifrabili a strutture instabili e stratificate da ascoltare con attenzione per non smarrire il filo della composizione. Se da un lato si avverte quindi una straordinaria sintonia tra i membri della band, dall’altro si coglie una sotterranea tensione che aborrisce la banalità e le soluzioni semplicistiche. Una musica che sa osare senza esporsi troppo, disegnata con competenza tecnica distendendosi tra momenti di dolcezza e riflessione intellettuale, evitando romantiche crepuscolarità, come forse copertina e presentazione dell’album potrebbero indurre a credere.

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Kjetil Mulelid Trio – Who Do You Love the Most? (Rune Grammofon, 2022)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Il jazz scandinavo sta attraversando un momento evolutivo che passa, oggi, anche tra le architetture originali del pianista Kjetil Mulelid, trentunenne musicista norvegese, qui con il batterista Andreas Winther e il contrabbassista Bjorn Marius Hegge in questo ultimo lavoro Who Do You Love the Most. Uscendo dalla facile retorica del carattere “nordico” di questa musica, cioè da tutto quel bagaglio estetico di malinconiche introversioni e aristocratici spleen che ci si possa aspettare, Mulelid non tradisce evidentemente la mancata appartenenza ad una certa impronta meditativa, ormai sigillo abituale di questo jazz. Ma le sue strutture armoniche tendono a rifuggire da semplicismi d’effetto, da certe esasperate rarefazioni sonore che abbiamo spesso avvertito in gruppi organizzati come questo trio. Al contrario, le linee melodiche s’intrecciano a volte evocando linee di blues, altre volte sovrapponendosi con trame complesse che risentono, com’è costume dei musicisti scandinavi, di influenze folk, classicismi, elementi gospel – come in questo caso – e suggestioni pop. Una bella calligrafia stilistica, soprattutto molto matura, e una ritmica che s’adatta come un guanto alla costruzione di Mulelid, sono i suggelli di questa prova molto buona, seppur senza picchi particolarmente intensi. Pervade l’intero album una sensazione di grande equilibrio, con molte ballate lente e riflessive ed una sensibilità narrativa di rilievo. Una certa stabilità emotiva è il termometro che misura la qualità complessiva di questo album che non si avventura mai in territori troppo rischiosi, non amando espressioni di virulenza energetica né per contro senza annaspare in paludosi languori autunnali. Mulelid, insieme al suo trio, è giunto alla terza uscita discografica per Rune Grammofon, ma non dobbiamo dimenticare né la prova solista in Piano del 2021, né le partecipazioni ad un altro gruppo, Wako, discograficamente attivo dal 2015.

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Satoyama – Sinking Islands (Auand Records, 2022)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Il nome adottato da questa band, Satoyama, non è frutto di una scelta stravagante. Se Wikipedia ci azzecca, il termine si riferisce ad una sorta di gestione ecologica del territorio giapponese, tradizionalmente attuata dai contadini attraverso l’esperienza di secoli. Queste modalità di controllo delle campagne, fondate sul riutilizzo di materiali con metodi secondo logica e tradizione, sono servite a lungo per evitare gli sprechi e per risparmiare risorse ed energia, evitando di pesare sull’ecosistema naturale. Proprio il problema ecologico e il futuro della Terra sembrano essere ciò che sta a cuore dei Satoyama, da sempre impegnati attivamente sul fronte della lotta al degrado ambientale e climatico. I loro live concert servono per finanziare progetti ecosostenibili e la loro musica ruota da sempre – sono giunti al quarto disco – intorno alle tematiche di preservazione dell’habitat dentro cui dovremmo poter vivere, se non ci distruggeremo prima, anche in futuro. Attività encomiabili, anche se i propositi di energia pulita stanno per andare alla malora, trascinati da una guerra scriteriata che non fa altro che aggravare la polluzione e il riscaldamento globale. Comunque è di musica che parliamo ed è proprio l’operato artistico dei Satoyama che qui ci interessa maggiormente. La band piemontese è formata da Luca Benedetto (tromba e tastiere), Christian Russano alle chitarre, Marco Bellafiore al contrabbasso, Gabriele Luttino alla batteria e glockenspiel. Vi sono anche degli interventi elettronici ad opera più o meno di tutti i componenti. I Satoyama, prestando fede al loro dichiarato impegno, hanno dedicato Sinking Islands a nove siti sparsi quasi totalmente nel Pacifico a rischio di sparizione per effetto della risalita dei livelli marini dovuto all’innalzamento della temperatura planetaria.

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Vincent Peirani – Jokers (Act Records, 2022)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Vincent Peirani, ovvero l’eclettico. Il costruttore di reticoli melodici inaspettati, lo sperimentatore “gentile” a cui piace pescare idee in territori sempre diversi, anche lontani dalla sua mentalità di navigato jazzista. Alla ancor fresca età di 42 anni Peirani si butta a capofitto in una costruzione “a trois” come quella che edita questo nuovo disco, Jokers. Ma in questa circostanza, con la sua fisarmonica, imbastisce una formazione anomala, insieme al chitarrista italiano Federico Casagrande – lo ricordiamo, oltre che per i suoi lavori da titolare, anche per le numerose collaborazioni, ad esempio con Francesco Bearzatti ed Enrico Pieranunzi tra gli altri – ed al batterista israeliano Ziv Ravitz, nome poco conosciuto ma che ha all’attivo diverse partecipazioni con gente come Joe Lovano, Lee Konitz, Avishai Cohen. Fisarmonica dunque, insieme a chitarra e batteria. Ma che tipo di jazz si può suonare con una formazione non canonica come questa? In Jokers ci sono molte influenze rock, pop, tradizionali e tre “omaggi” dichiarati a Marilyn Manson (!!), all’autrice britannica Bishop Briggs ed ai Nine Inch Nails. L’impressione è che la conformazione jazz, più che in prima linea, sia rimasta tra le quinte, come un regista teatrale che controlli seminascosto lo svolgimento della sua opera. Anzi, il sospetto che l’improvvisazione sia minoritaria, in questo lavoro, si fa strada proprio perché la struttura musicale sembra molto studiata, più affidata alle partiture che non all’estro estemporaneo dei musicisti. Questo però non toglie nulla al valore complessivo dell’album, eccitante e divertente, per molti versi spiazzante ma che dimostra il volitivo desiderio di Peirani di mantenere ferma la direzione della sua strada, aperta a millanta influenze, senza farsi condizionare da stereotipi o peggio ancora dall’abitudine. Un percorso quasi visionario, comunque assai ricco di spunti fantastici e sottintese simbologie.

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Oded Tzur – Isabela (ECM Records, 2022)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Le note stampa che accompagnano questo Isabel, seconda uscita ECM per il tenorsassofonista Oded Tzur (e quarto disco finora pubblicato a suo nome), insistono molto sul concetto di “raga”, cioè quella struttura melodica della tradizione classica indiana basata su note ulteriori rispetto a quelle presenti in una usuale scala cromatica. Se in Occidente l’intervallo minimo tra due note è un semitono, il raga introduce il senso del “microtono”, cioè un intervallo musicale ancora più piccolo da cui originano quelle note che come diceva il compositore americano Charles Ives, stanno ”tra le fessure dei tasti del pianoforte”. Va da sé che intonare una scala che comprenda anche i microtoni diventa un’impresa piuttosto complessa. Ascoltando il suono del sitar o i melismi del canto tradizionale indiano, si ascoltano questi “scivolamenti” tra una nota e l’altra, come fosse un ondeggiare continuo dello strumento o della voce che dir si voglia. Per la verità anche in Occidente si è lavorato coi microtoni, seppur in modo meno eclatante. Riferendoci ad esempi semplici possiamo pensare al “bending” usato dai chitarristi, o ai suoni elettronici di un oscillatore Moog o ancora di un Theremin. Ma quello che per noi occidentali è poco più che una scelta occasionale, nella musica indiana è la norma. Lo sa bene Oded Tzur, nato a Tel Aviv ma residente a New York che imparò i segreti microtonali a Rotterdam, direttamente dal maestro indiano Hariprasad Chaurasia, virtuoso del bansuri, il flauto traverso della tradizione orientale suonato dalle divinità Krishna e Ganesh. Un esempio di queste “strane” note intermedie – quarti ed ottavi di tono – Tzur lo offre soprattutto nel breve pezzo in apertura di questo album, Invocation, dove il sax tenore sembra talora perdere le sue caratteristiche sonore per assumere quasi quelle di uno stesso bansuri. In realtà Tzur non abusa affatto di questi microtoni e nel contesto generale dell’album tende ad esprimersi come un musicista di jazz-blues che danzi tra le note, mescolandosi alla costruzione melodica del raga così come a certi riferimenti più classicheggianti di stampo occidentale. Si realizza, quindi, una soddisfacente sintesi tra due modelli culturali, senza che uno prevalga sull’altro e bisogna sicuramente affermare come tale operazione realizzata in Isabel sia molto ben riuscita, tanto che mi sento di posizionare questo disco tra le migliori uscite discografiche dei primi cinque mesi dell’anno. Non ci sono istanze intellettualistiche, non ci sono forzature. La musica scorre piacevole, ben fruibile in una suggestiva, magica foschia contestualizzata a questa trama musicale dai toni bruno-dorati. Tzur suona il suo strumento con grazia, le sue scale appaiono circonfuse di velate malinconie ma anche ricche di tranquille passioni, come se Isabel fosse l’oggetto di una continua, sentimentale dedica amorosa.

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Avishai Cohen – Shifting Sands (Naïve Records, 2022)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Ci vuole coraggio per chiamare Shifting Sands (sabbie mobili) l’ultimo disco di Avishai Cohen – il contrabbassista, non il trombettista omonimo che abbiamo da poco recensito qui su Off Topic. Se il titolo pare suggerire una perdita di stabilità e un’eventuale involuzione immobilista, la musica per fortuna s’indirizza verso tutt’altra direzione. Il costante desiderio di non insabbiarsi, tanto per restare in tema, è reso evidente dal profondo cambiamento avvenuto, nel tempo, nella struttura dell’Avishai Cohen Trio. La partecipazione di Shai Maestro al pianoforte, avvenuta dal 2008 al 2011, è ormai un ricordo, così come il passaggio di Mark Guiliana alla batteria, nel lasso di tempo che va dal 2003 al 2008. Al loro posto, attualmente, un pianista dell’Azerbaigian, il quarantenne Elchin Shirinov già notato in Arvoles, album del 2019 e presente in Two Roses del 2021. Una minuta ragazza israeliana appena ventunenne, Roni Kaspi, compare invece alla batteria. Ci troviamo di fronte ad un tipo di mutazione fenotipica non da poco che è servita da forte stimolo per Cohen, come lui stesso racconta. I due nuovi musicisti, infatti, sono praticamente cresciuti ascoltando la musica del contrabbassista e in una sorta di latente tensione edipica si sono messi professionalmente in positiva competizione con il loro riferimento, innescando un’eccitante trazione psicologica che ha evidentemente giovato all’economia musicale del gruppo. In effetti colpisce molto la maestria, colma d’influssi classicheggianti, del nuovo pianismo di Shirinov e l’alternanza tra delicatezza percussiva e spinta propulsiva della batterista. I due musicisti entrano nelle maglie della struttura composta da Cohen in modo estremamente naturale, tanto che si ha persino l’impressione di una collaborazione molto più rodata di quanto non sia avvenuto in realtà. Avishai Cohen ha nella sua storia personale un importante tirocinio a fianco di Chick Corea iniziato verso la seconda metà degli anni ’90 ed una serie di collaborazioni, ad esempio con Danilo Perez, Roy Hargrove, Herbie Hancock, Bobby Mc Ferrin ed altri ancora. Il suo modo di suonare è alieno da ogni convulsione sincopata e si mantiene vicino ad un limpido modello di purismo melodico. Anche negli assoli è possibile percepire le singole note che scorrono veloci senz’accavallamenti, scandendo tempi e spazi con rigorosa chiarezza. Ho sempre pensato che Cohen fosse un contrabbassista in possesso di un certo dinamismo e la presenza di Shirinov e Kaspi offre al sound complessivo una rotondità ed una dolcezza, almeno su disco, come forse non si era mai avvertita prima. È palese che il contrabbassista abbia nella formazione a trio la sua stella polare e che questa sia, in un certo qual modo, il punto di riferimento stabilizzante, dopo tutte le sue esperienze aliene, perfino con grandi orchestre come in Two Roses. In effetti si ha proprio la sensazione che la formazione à trois resti, per Cohen, il suo mondo ideale, il palcoscenico migliore per esprimere ed affinare la propria comunicativa.

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Jeremy Pelt – Soundtrack (HighNote Records, 2022)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Il jazz suonato dal californiano Jeremy Pelt si è ormai, nel tempo, ben consolidato. Dopo oltre una ventina di pubblicazioni discografiche a proprio nome e più di una cinquantina di altrettante collaborazioni, il quarantaseienne trombettista di Los Angeles ha modo ora di divertirsi e far divertire il suo pubblico attraverso il brillante nuovo album Soundtrack. Questo lavoro, specifica lo stesso Pelt a proposito del titolo un po’ fuorviante, non è stato progettato come una vera e propria colonna sonora ma piuttosto come una linea musicale d’accompagnamento al desiderio di suonare e alla semplice gioia che ne può derivare. Nonostante in questo caso specifico non si cerchi di oltrepassare alcuna frontiera, non si può certo accusare Pelt di misoneismo. Anzi, i colori, d’ogni gamma e sfumatura che vengono impiegati in questo disco, con l’esaustiva partecipazione dei musicisti che accompagnano il leader, vibrano di una emozionante combinazione sempre cangiante ed attuale, in una musica fresca ed ammiccante. La tromba di Pelt sembra raccogliere l’eredità di Freddie Hubbard o anche di Lee Morgan, sebbene nei momenti in cui utilizza la sordina non si può fare a meno d’incrociare le sue suggestioni con quelle velature un po’ ombrose alla MIles Davis, soprattutto del periodo precedente a Bitches Brew. Nelle punteggiature ritmiche, negli interventi al Fender Rhodes e nel vibrafono che ascoltiamo in diversi momenti dell’album, si riscontrano sonorità molto moderne in una seduttiva combinazione ludica e rilassante, attenta a non inciampare in qualsivoglia cliché. Non si può dire che in Soundtrack si lavori sull’essenziale, tanto è ricca ed eterogenea la compagine sonora. Si tratta comunque di un sapiente gioco di montaggio tra tinteggiature strumentali che si incrociano, si accavallano e si rimandano l’un l’altra, seguendo la linea tracciante della tromba. Un’ardimentosa prova collagistica che suona, almeno alle mie orecchie, come una prelibata, piacevole narrazione omogenea. La formazione che accompagna Pelt si arricchisce del sorprendente apporto al vibrafono di Chien Chien Lu, l’avvenente musicista originaria di Taiwan che ha già lasciato dietro sé un’importante traccia con il suo album Path, uscito nel 2020. E che dire di Victor Gould, concittadino di Pelt, al piano e al Rhodes, che ha nella sua sporta già quattro album, compreso l’emozionante In Our Time pubblicato lo scorso anno. La parte ritmica è responsabilità di Vicente Archer, al contrabbasso ed al basso elettrico, e di Allan Mednard alla batteria. Ci sono anche due validi ospiti come la flautista Anne Drummond, di Seattle, che possiede un ampio bagaglio di esperienze che vanno dal jazz, alla musica classica, brasiliana e rock, e inoltre compare la newyorkese Brittany Anjou che interviene occasionalmente al moog ed al mellotron.

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