R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
I norvegesi Cortex – da non confondere con gli omonimi francesi né tanto meno con gli altri omografi svedesi – confermano di essere una delle realtà più incandescenti del jazz europeo contemporaneo. Trattasi di un collettivo che da oltre quindici anni lavora su galoppate sonore e tensioni dinamiche costanti, affondando esteticamente le mani nel free jazz americano degli anni Sessanta e Settanta senza mai trasformarlo in esercizio calligrafico, anzi, offrendo spunti per variabili molto più riflessive che non ideologiche. In questo Did We Really? il quintetto si muove tra tempi parossistici, improvvise aperture liriche e un senso di immediatezza che non concede tregua, sostenuto principalmente – anche se non esclusivamente – dalla tromba febbrile di Thomas Johansson e dall’ingresso perfettamente assimilato della chitarrista Hedvig Mollestad. Questi Cortex rilanciano la loro visione di jazz creativo come materia viva, fisica, in costante mutazione. Fin dall’inizio appare chiaro come i temi composti siano complessi ma privi di orpelli. Sembrano frammenti di memoria lasciati sospesi, pronti a essere attraversati da improvvisazioni che crescono in intensità, dramma e rumore, funzionando come dispositivi aperti che lasciano spazio a un’elaborazione improvvisativa densa e stratificata, affidata a un’interazione costante tra fiati e sezione ritmica.

Temi quindi pensati come rampe di lancio per sviluppi che allargandosi in accentuazioni sonore e repentine, imprevedibili accelerazioni ritmiche e fratture dinamiche, tengono l’ascoltatore in perenne stato di tensione. Did We Really? può essere dunque interpretato come un caleidoscopico lavoro di ridefinizione del linguaggio del free jazz, in cui la semplicità tematica diventa scelta strutturale. La musica che ne deriva appare come un volo radente sul confine tra struttura e libertà, un’indagine musicale sull’attrito naturale che tende a svilupparsi spontaneamente tra l’individuo e il suo mondo correlato. La prima linea — tromba/cornetta di Johansson e i sassofoni di Kristoffer Alberts — lavora su un equilibrio affilato tra precisione negli unisoni quanto nei contrappunti, garantendo libertà assoluta negli assoli e dando vita a un orgiastico continuum in cui i brani invitano non tanto a muovere il corpo ma a sfidare la mente, ricordando le interazioni incandescenti tra Ornette Coleman e Don Cherry o, in tempi più recenti, tra John Zorn e Dave Douglas, e anche certe atmosfere spettrali alla Ambrose Akinmusire. La musica che ne consegue, pur veemente e a volte fragorosa, mantiene tuttavia un controllo formale piuttosto geometrico dove i citati dialoghi tra la tromba e i sassofoni si aprono in derive libere e fluide. Si disegnano così figure precise che tendono a dissolversi in assoli volatili, creando l’effetto di una sovrapposizione bidimensionale in cui il passato resta certamente percepibile ma non come modello vincolante. Il contrabbasso di Ola Høyer e la batteria suonata da Dag Erik Knedal Andersen costruiscono un terreno mobile, nervoso, su cui la musica prende slancio senza fortunatamente mai perdere di vista il proprio obiettivo. L’ingresso della chitarrista Hedvig Mollestad non rompe questo equilibrio, al contrario, lo amplifica mantenendosi lontano dai moduli heavy o prog da cui questa musicista proviene. La Mollestad si muove dunque con misura, inserendo linee sostenute da tensioni elettriche talora taglienti altre volte più addolcite, privilegiando equilibrio e interazione e rafforzando la spontaneità improvvisativa al servizio del collettivo. Alla luce di quanto detto, possiamo affermare che Cortex suona dunque un nuovo free-jazz esplorativo, mentale, energico e talora un po’ enfatico con strumenti e forme assimilate che guardano al bop come matrice originaria ma che lo reinventano attraverso una voce europea e robusta, anche se non del tutto originale. Questi musicisti incarnano una nuova generazione scandinava capace di rinnovare il jazz preservandone il linguaggio profondo, praticando non più musiche molto melodiche, afflitte da malinconiche pregnanze classiche, ma proponendo un free con retaggio storico ben evidente e sguardo aperto in future direzioni. Al di là di un certo e provvisorio ardore iconoclasta, dunque, Cortex suona jazz antico come se fosse nuovo, e nuovo come se fosse da sempre esistito.
L’album apre con Liminal, in pieno clima John Zorn, evidenziato da una ritmica misteriosa e quasi tribale sulla quale si distende l’indugiante e mesmerica tromba di Johansson, presto raddoppiata all’unisono e come doppia voce dal tenore di Alberts. A tratti s’avvertono le linee solitarie di chitarre e di effetti ad essa legati che approfittano del clima rigorosamente modale della composizione. Dalla metà in poi la tromba sembra parzialmente svincolarsi dall’accoppiamento con il sax, salvo poi ritrovarselo a fianco con note prolungate, inframmezzate dalle corde sibilline della Mollestad. Si chiude con la ripresa del tema à deux tra sax e tromba. Il brano si tiene incollato insieme senza fatica ed è estremamente intrigante e magico. Liquid Brains s’allontana dalla fase precedente per prendere più confidenza con i territori di Don Cherry. Il brano si disegna sulle pennellate astratte dei fiati, soprattutto sull’opera del sax che nella seconda parte prende il sopravvento con fraseggi spregiudicati e più rabbiosi che s’impongono sulla natura nomade della tromba di Johansson. La chitarra legge bene l’alternanza tra i vuoti e i pieni affioranti in superficie e si propone con logica e gusto. La ritmica è molto libera, quasi anarchica, eppure garantisce il giusto collante all’insieme.

Did We Really è una composizione della Mollestad, come del resto lo era la precedente traccia. Questo ci aiuta a capire coma la chitarrista si sia perfettamente inserita nel contesto dei Cortex, facendo leva sulle sue migliori qualità di strumentista, avvicinandosi più ad artisti come il connazionale Terje Rypdal, piuttosto che restare legata, almeno in questo contesto, alle sue radici di provenienza più rock. Il brano in questione è un distillato di silenzi e di spazi aperti, con i fiati che si muovono lenti ed ampi all’unisono procedendo attraverso una musica costruita su indugi e sospensioni. La chitarra è un poco più in evidenza del solito, con suoni assennati e calibrati, mentre la ritmica procede sempre in apparente, assoluta libertà, senza comunque soverchiare gli altri strumenti. HedTex inizia come una ballad col sax baritono ad intonare la melodia portante che sembra procedere con un classico ¾ ritmico. Esaurito il tema, la tromba s’infiamma di libertà, faticando a tenersi legata al contesto, nonostante contrabbasso e batteria non abbandonino la struttura ritmica nemmeno per un momento. La chitarra va in distorsione e s’intromette tra le scintille timbriche di Johansson. Quando sembra che tutto possa disunirsi, il sax riprende il tema iniziale, molto bello ed ombroso, con la tromba che un po’ gli si accoda e un po’ continua a sbandare inseguendo i suoi desideri di autonomia. Segue Twoface, che inizia un po’ caoticamente con l’uso spregiudicato e anarcoide di suoni tuttavia non disturbanti. Si capisce come il free dei Cortex si sviluppi per altra natura rispetto ai riferimenti storici americani. Quando compare il tema, rinforzato e proposto dai fiati, la ritmica mantiene le posizioni, mentre la tromba si pronuncia in un assolo gelido e perlaceo. La chitarra risuona talora come un organo e via via che il brano si snoda da sé, Johansson astrae sempre di più il suo strumento, fino a riprendere con Alberts il tema portante. Si finisce tra uno scoppiettio di faville chitarristiche. Snap, dopo un inizio potente e robusto, va tranquillamente alla deriva nel mare intransigente del free. Gli strumenti viaggiano per un po’ ciascuno per proprio conto ma senza provocare sensazioni urticanti, solo il sax cerca la via colemaniana forse per rinverdire antichi fasti storici. Finale di scrittura e di unisoni. Elastics s’annuncia con un tema di partitura complessa ma molto affascinante, esposto come accade di frequente in questo album, in concomitanza tra i due fiati. La chitarra si appropria di uno spazio solista riempiendolo di suoni studiati e calibrati. La melodia lavora su malinconie appena accennate come una nebbia leggera, mantenendosi tra pause e i larghi respiri consentiti dallo stesso, magnifico tema che ritorna nel finale. Hymans Porch conclude in bellezza con un iniziale duetto tra sax e chitarra, un sognante melange all’insegna del free meno canagliesco. Poi il brano s’avvia verso un clima alla John Zorn, arricchendosi di fragranze etniche mantenute non solo dalle percussioni ma dal fantastico sax di Alberts che pare ibridarsi tra Sonny Rollins e Archie Shepp. Sul finire interviene anche la tromba a completare il perimetro sonoro.
Did We Really? si impone come un lavoro di sintesi consapevole, un jazz creativo che utilizza forme e strumenti storici non per nostalgia, ma come architetture funzionali a un pensiero musicale aperto e contemporaneo. La costruzione impegnativa dei temi, la centralità dell’interazione e il controllo delle dinamiche rendono l’improvvisazione non un gesto arbitrario, ma un processo condiviso, lucido, profondamente strutturato. Cortex dimostra come il free jazz possa ancora essere rigoroso senza diventare accademico, energico senza cedere eccessivamente all’enfasi, fedele alla propria eredità e al tempo stesso permeabile al presente.
Tracklist:
01. Liminal
02. Liquid Brains
03. Did We Really?
04. HedTex
05. Twoface
06. Snap
07. Elastics
08. Hymans Porch
Hedvig Mollestad Thomassen: chitarra elettrica
Thomas Johansson: tromba
Kristoffer Alberts: sassofoni
Ola Høyer: contrabbasso
Dag Erik Knedal Andersen: batteria
Photo © Julia Marie Naglestad




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