R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Michele Perruggini pubblica un album coscienzioso come Stay Human che nasce dalla riflessione riguardo a un tipo di frattura tra Individuo e Sistema del tutto nuova nel nostro clima contemporaneo. Non che queste discontinuità non siano mai esistite nella Storia. Basta il ricordo della contrapposizione tra l’idea marxista e quella capitalista – antinomia non ancora esauritasi nel mondo attuale – e di come questi due sistemi politici ed economici abbiano generato, ciascuno in modi e in tempi diversi, scollamenti tra gli organi di potere e le singole persone. Ma oggi ci si trova di fronte ad un accadimento del tutto anomalo per gli esseri umani. Le democrazie in cui siamo cresciuti vengono scavalcate dalle tecnocrazie, giudicate da quest’ultime alla stregua di un intralcio allo sviluppo, così come pure le opinioni individuali che si trovano a contare come un triste due di briscola, continuamente divise ed indottrinate da una sorta di pensiero unico che mira alla più completa omologazione. Ci si mette in mezzo pure l’intelligenza artificiale con i foschi presagi sul futuro di un’umanità guidata dall’automazione di pensiero e la buia prospettiva di un livellamento globale delle coscienze. Per questo motivo Stay Human si presenta come un dispositivo concettuale strutturato in modo tale che l’idea di fondo si sovrapponga all’espressione emotiva in modo diretto e senza ridondanze tecnicistiche.

La riflessione sulla progressiva perdita di autonomia dell’individuo contemporaneo e sulle continue tensioni divisive provocate ad arte, si rende manifesta attraverso una scrittura musicale d’intensa perorazione melodica, per lo più acustica, quasi a voler rivendicare una modalità più immediata di creazione strumentale contro ogni intervento ipertecnologico. Stay Human si comporta quindi come un organismo sensibile, attraversato da sottili correnti di pensiero e da una malinconia di fondo che permette al viaggio interiore di Perruggini e del suo ensemble di prendere forma attraverso uno smaliziato impasto timbrico per sostituire, in ultima analisi, le parole non dette con la pura espressività musicale. Forse è solo una personale impressione ma quasi ogni brano mi sembra che appaia come una meditazione all’insegna d’una ansia quieta, con momenti di serenità contenuta, dove la tecnologia ed eventuali sovrastrutture cerebrali paiono dissolversi in una ricerca di senso più antica e fragile. Il tessuto sonoro si muove con naturalezza tra jazz contemporaneo, suggestioni cameristiche e aperture liriche improvvise. Ci si trova al cospetto di un lavoro certamente elegante che non rinuncia ad una propria sensualità timbrica ma in cui si avverte una leggera dolenzia di fondo, stemperata quanto si vuole ma pur sempre presente. In questo paesaggio sonoro affiorano immagini che non vogliono banalizzare il discorso, ma renderlo umano, accessibile e necessario. E infatti Stay Human non proclama, non accusa, non seduce ma semplicemente invita a fermarsi, ad ascoltare, a riconoscere il fatto che restare umani significa accettare la complessità dell’esistenza per quella che è – anche l’Uomo ha la propria, terrificante zona d’ombra – custodendo l’immaginazione come ultimo spazio di libertà. Il titolo stesso può essere letto come una dichiarazione programmatica che non si traduce in manifesto, bensì in una serie di interrogativi lasciati intenzionalmente aperti. I riferimenti alla fisica quantistica presenti nelle note stampa che accompagnano l’album, con il rimando al noto ed inquietante fenomeno dell’entanglement, sommati alla frammentazione sociale e inoltre alla crisi dei valori attuali, si dispongono lungo i meridiani d’una regione più concettuale che geografica, in cui la musica funziona come campo di osservazione e non solo come veicolo emotivo. Di Michele Peruggini e della sua batteria noi di Off Topic avevamo giusto parlato riguardo il suo precedente Disillusion (2023) – vedi qui – ma in Stay Human compare un sentimento nuovo, che fa trasparire e non a torto un velo di preoccupazione che si distende lungo quasi tutto l’album. Da quella prova di due anni fa, oggi sono ancora con l’Autore alcune nostre vecchie conoscenze come Roberto Olzer al pianoforte, Yuri Goloubev al contrabbasso, Guido Bombardieri al sax soprano e al clarinetto e la fisarmonica di Fausto Beccalossi, evocativa e sfuggente – appare infatti solo in due brani – che apre finestre di memoria, mentre alla chitarra c’è Riccardo Bertuzzi che sostituisce Pino Mazzarano. Completa la formazione Dario Tanghetti alle percussioni.

Through the Darkest Stars è il brano di apertura ed è forse uno dei pochi momenti realmente pacificati in questo contesto, con il pianoforte e la chitarra che si muovono ondulanti cercando latitudini molto armoniche. L’intervento della ritmica offre un supporto più solido inizialmente al sax soprano ma poi sarà la tastiera di Olzer a sviluppare i temi con molta dolcezza e ad organizzare un inserto melodico sul quale ritorna la sinuosità dello strumento di Bombardieri. Segue un momento di spaziosa attesa con sax e chitarra che s’affiancano per un breve tempo all’unisono, mentre Peruggini e Goloubev scandiscono i tempi con discrezione. Lost Souls ha un abbrivio sovrainciso con due chitarre – una per canale stereo – che introducono la comparsa del soprano. Per qualche momento torna l’unisono tra sax e chitarra. Poi lo spazio s’allarga, Bombardieri suona luminoso, la ritmica sale nelle dinamiche e s’arriva ad un convincente assolo di chitarra. Ancora il sax soprano a concludere, tra i colpi di batteria che s’infila in un piccolo dedalo ritmico.

Hypnosys introduce quel po’ d’inquietudine che s’avverte nell’iniziale riff di contrabbasso e nelle note iperacute di fisarmonica. Compare il clarinetto che presto viene raddoppiato in contemporanea dalla fisarmonica stessa, per dare poi spazio all’improvvisazione sempre elegantemente pulita di Olzer. Una costruzione a due tra pianoforte e fisarmonica finisce per includere anche il clarinetto. Il crescendo finale si spegne tra le braccia dello strumento di Beccalossi e del ritorno da parte del contrabbasso. Segue la title track Stay Human che tocca il nodo fondamentale dell’album. Dal misterioso puntillismo iniziale del pianoforte emerge il contrabbasso dolente di Goloubev, suonato con l’archetto. Il soprano descrive un’atmosfera diafana che sembra mutarsi in rabbia malcelata quando sale in cattedra la chitarra distorta di Bertuzzi, molto rock, che accentua la componente drammatica celata all’interno del brano. L’ultimo terzo della traccia parrebbe cercare una parentesi consolatoria nella melodia consumata all’unisono tra sax e chitarra. Chiude un passaggio al piano raffinatamente modulato. Black Waltz, come indica il titolo, s’appoggia sui ¾ innescando un sentimento di malinconica aleatorietà proposto dal pianoforte, su cui s’allunga un tema cantabile portato, come spesso accade nell’album, in contemporanea tra sax e chitarra. Bombardieri suona un magnifico assolo al soprano prima di misurarsi, a metà pezzo, con una serie di stacchi sottolineati da batteria, percussioni e pianoforte. Irrompe poi la chitarra con un effetto sustain che lascia in seguito campo aperto nel finale all’assolo di contrabbasso. Faces è all’origine un duetto esclusivo tra clarinetto e chitarra condotto in modo molto lirico ma poi avviene uno stacco ritmico, con contrabbasso, chitarra e pianoforte e il clima muta d’improvviso. Solo il clarinetto resta come ponte tra le due diverse atmosfere, due facce differenti d’una stessa medaglia. Il jazz così prodotto oscilla tra la la trasparenza dell’introduzione alla corposità del seguito. La scansione contrastiva cerca di risolverla appunto lo strumento di Bombardieri unendo i poli espressivi opposti. Le dita timide di Shy Fingers sono come quelle di Olzer quando accarezza inizialmente la tastiera o quelle di Bombardieri mentre in seguito apre e chiude le chiavi del suo clarinetto, oppure ancora quelle di Bertuzzi nel suo assolo alla chitarra. Si parlava del clarinetto come ponte nel brano precedente. Qui sono le dita, le mani, ad essere il veicolo della comunicazione più importante che ci sia, quella non verbale, inconscia, che non può mentire utilizzando la parole. Quella cioè mediata dalla pelle – la sua funzione principale non è contenitiva o protettiva ma quella di reagire e sentire il contatto con altre superfici corporee, per entrare in relazione con l’oggettualità del Mondo – veicolando il proprio da-sein nell’ambito relazionale umano e animale. La musica è fluida, piacevole, si esprime con un linguaggio asciutto e diretto prevalentemente emotivo. Perruggini si fa ascoltare, con la sua solita discrezione, in un crescendo nella parte finale del brano. Lonely pesca in un veloce errare di significanze, imbevute di velata malinconia, con le corde scivolate di contrabbasso contrappuntate dal pianoforte. Il tema fluttua nei fraseggi tranquilli della chitarra e nella sonorità brunita del clarinetto. L’ampiezza dello spettro espressivo rende tutto più facile in un brano tra i più cantabili proposti in questo album. Dreamland ci porta verso il mondo del sogno, condanna o salvezza a seconda dei casi. Il dio Hypnos ci accompagna per mano col suono mellifluo del sax soprano all’interno della nostra profondità psichica. Sarà qui che il figlio Morfeo costruirà l’architettura onirica. Ma la fisarmonica con le sue valenze più aspre e il controcanto d’accompagnamento dello stesso Beccalossi sembrano quasi avvertirci dell’ambivalenza del mondo dei sogni. Verità o illusioni? Nel tentativo di risolvere l’aporia ci si gode il tocco sapiente di Olzer, il fiato di velluto di Bombardieri e la fantasia della fisarmonica. E ci sta pure bene la seconda parte del brano, scandita da una ritmica più rock. Lith è un piacevolissimo, esitante preludio di chitarra, sovraincisa in quest’occasione. Il pensoso lirismo così suggerito si espande con l’arrivo della componente ritmica e del piano. Il sax interviene in seguito e contribuisce a tratteggiare il clima, poi allargato e cadenzato in forma regolare da Perruggini e Goloubev. Il brano resta aereo nonostante il finale quasi progressive che s’immette in un conclusivo rondò. Night si avvicina concettualmente a Dreamland in quanto è proprio la Notte la madre del citato Hypnos. Nessun strumento si adatta tanto bene all’oscurità misteriosa notturna quanto il suono del contrabbasso che procede con passo felpato. Sax soprano e pianoforte si rispondono vicendevolmente prima della comparsa della chitarra che cerca intervalli insoliti, sempre sulla scorta di una ritmica in quattro movimenti che avvicina questa composizione ad una dimensione più pop che non le precedenti. Finale con continue rispondenze tra pianoforte e chitarra. Si chiude con Ancient Song, con un preludio quasi di influenza debussyana affidato al sax soprano ad imitazione della voce umana.

Stay Human non si lascia archiviare come solo oggetto estetico, ma si comporta come una superficie riflettente, restituendo all’ascoltatore non tanto un contenuto quanto una postura cognitiva. La musica diviene così un campo di tensione tra ciò che è misurabile e ciò che eccede la misura, tra l’algoritmo e l’intuizione esclusivamente umana. Restare umani quindi, non coincide con una nostalgia identitaria né con un rifiuto del progresso, ma con la scelta – radicale e minoritaria – di abitare la complessità senza ridurla a sintesi rassicurante. Perruggini affida alla musica la difficile funzione di non spiegare l’attualità ma di incrinarne la superficie, affinché pensiero non artificiale possa ancora trovare una fessura da cui filtrare.

Tracklist:
01. Through The Darkest Stars (05:12)
02. Lost Souls (04:49)
03. Hypnosis (05:33)
04. Stay Human (04:18)
05. Black Waltz (04:53)
06. Faces (04:48)
07. Shy Fingers (04:14)
08. Lonely (04:10)
09. Dreamland (04:15)
10. Lith (04:46)
11. Night (04:14)
12. Ancient Song (03:48)

Photo 1 © Nico Quaranta, 2 © Carlo Cantini

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