R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

C’è sempre un sottile velo malinconico avvolto attorno alle composizioni del cinquantacinquenne batterista pugliese Michele Perruggini. Anche alcuni titoli tra i brani, valutati nel contesto globale dei suoi tre album fin qui realizzati, tendono in qualche modo a rispondersi, a ricollegarsi l’un l’altro, seguendo qualche traccia nostalgica che in questo ultimo Disillusion sembra emergere con maggior chiarezza. Come si può leggere dal concept allegato alle note stampa, quello che turba Perruggini pare essere la vulnerabilità dell’essere umano di fronte alla marea montante dell’esistenza, ciò che Freud definiva con la nota metafora dell’Io che non è padrone a casa propria. La nostra vera personalità resta infatti compressa tra due forze contrarie. Una parte emotiva, sentimentale e generosa nel suo fantasticare che in fondo costituisce in ognuno di noi il proprio personale romanzo di formazione dell’infanzia e della prima adolescenza. Poi c’è un’altra parte dominata dalla pretesa di un Mondo che sembra disattendere le speranze e i buoni propositi, esigendo un mascheramento continuo, un adattamento crudo e una rinuncia spesso brutale alla realizzazione dei nostri sogni. Da qui la disillusione, quindi il distacco dall’illusione, dall‘in-ludus dei latini, cioè dal tempo del gioco. Perché quando la Storia non insegna nulla e si ripete nei suoi errori, quando ci accorgiamo che è il Male e non il Bene il maggior responsabile di ciò che accade nella realtà, il contraccolpo può essere psicologicamente pesante. A meno che di non saper reagire, di poter trovare tra le pieghe di una vita che pure non è quella che avremmo voluto, un’ipotesi personale di salvezza, come suggeriva del resto la bellissima, simbolica copertina del precedente album di Perruggini, In Volo, del 2019.

Ma l’Autore pugliese è comunque un uomo fortunato. Prima di tutto perché è persona sensibile e consapevole di quanto sia potente la distorsione che avviene tra il principio di realtà e quello del desiderio. E poi, principalmente, perché innalza il vessillo della sua interiorità attraverso l’arte musicale che trova, in questi suo ultimo album, piena realizzazione di sé. Disillusion è un’opera di prepotente ed emozionante bellezza, come se ne ascoltano raramente nel panorama italiano ed estero di musica contemporanea. Utilizzo quest’ultimo termine perché convergono, in questo lavoro, numerose influenze stilistiche che vanno dal jazz alla musica tradizionale, dalla musica classica – piuttosto preponderante, decisamente un bene, almeno per le mie orecchie – al prog, insomma un insieme di fragranze diverse, con arrangiamenti che mi lasciano senza parole, talmente sono ben strutturati. Certo, non possiamo ignorare il gruppo di artisti che accompagnano Perruggini, tra i migliori sulla piazza, e che poi nomineremo uno per uno. Nonostante sia nota la bravura dell’Autore alla batteria, devo dire che proprio il suo strumento, nell’ambito della totalità di queste composizioni, resta sempre presente ma quasi in disparte, assorbito dalla profferta generosa delle tessiture melodiche degli altri musicisti, dalle continue sovrapposizioni delle linee esecutive che s’inseguono in maniera tonale. Ben si armonizzano le une alle altre, nel continuum che fluisce all’interno di un lirismo sospeso ed introspettivo. Non si creda però che questo lavoro si possa sfilacciare in qualche forma di sentimentalismo, tutt’altro. Semmai, anche attraverso i numerosi stacchi e le locali esplosioni di energia, comunque mai caotica ma sempre controllata con sicurezza, si ha spesso l’impressione di una musica che non si adatti a restare in un angolo ma che desideri invece espandersi, irraggiare speranze e luce tutt’attorno. Leggendo un’intervista concessa dallo stesso Perruggini a Modulazioni Temporali il 19/12/23 e firmata dalla redazione, si apprende che il batterista, come del resto molti suoi colleghi non pianisti, utilizzino proprio la tastiera del pianoforte per siglare le prime idee, per fissare su carta quelle che sono le prime note di un’ispirazione. Ma ovviamente non basta il dono divino di qualche suggestione di Euterpe per costruire musica, occorre invece un duro lavoro di revisione continua, di raffronti, sostituzioni, di prove e controprove che lo stesso autore verifica inizialmente in trio, con un pianista (vero) e un contrabbassista. Immagino che se il test funzioni ci si possa avvicinare all’ultima fase della costruzione compositiva, cioè l’arrangiamento, fino ad arrivare, certo non per magia, alla dimensione finale con dei musicisti scelti per l’occorrenza. E allora, nominiamoli questi artisti, tutti eccellenti, che lavorano così bene sia in fase di scrittura che d’improvvisazione. Accanto alla batteria di Perruggini troviamo Roberto Olzer al piano – leggi su Off Topic qui e quiYuri Goloubev al contrabbasso, Guido Bombardieri al sax soprano e clarino, Gilson Silveira alle percussioni, Fausto Beccalossi alla fisarmonica, Pino Mazzarano alla chitarra elettrica, Peo Alfonsi alla chitarra classica e infine un quartetto d’archi composto da Cesare Carretta e Silvia Maffeis ai violini, Vincenzo Starace alla viola, Nicolò Nigel Nigrelli al violoncello. Doveroso segnalare il contributo alla batteria in una traccia di Agostino Marangolo, che è stato uno dei mentori di Perruggini e inoltre anche citerei il curatore degli arrangiamenti, splendidi, degli archi, cioè Pantaleo Gadaleta

Una carezzevole sequenza di accordi pianistici quasi pop crea l’introduzione del primo brano, Running Away. Ed è subito il sax soprano di Bombardieri che sposta l’asse della composizione verso un’impronta più jazzata. Perfeziona il tutto il piano di Olzer, venendosi a creare una suggestiva trama con sax, pianoforte e archi, sorretta dalla ritmica che opera su tempi dispari, precisa e puntuale di contrabbasso e batteria. Tutto procede sulle ali di una melodia aggraziata, fino a quando anche Goloubev s’impegna in un breve assolo che rispecchia l’impostazione molto musicale della traccia. Out of Dark si anima con toni più drammatici, servendosi sempre del pianoforte, sulle cui note finisce per arrampicarsi il contrabbasso. Uno stacco emotivo ed ecco arrivare chitarra elettrica ed archi in un contesto evidentemente prog, genere già ben praticato da Perruggini. Tutto però si mantiene in ambito molto melodico con una serie di passaggi che a me hanno ricordato gruppi come i Wishbone Ash del tempo che fu. Chiude Olzer con un’intensa perorazione di accordi pianistici, a metà tra lirismo e un senso aleggiante di dubbio e di quesiti lasciati sospesi. On a Cold Night rende l’atmosfera notturna con un contrabbasso misterioso ed un clarino che sottolinea sentimenti inquieti. Poi è la volta dell’unisono tra fisarmonica e clarino, fino a quando Beccalossi si distende allungandosi in un clima vagamente sud-americano con un raddoppio di voce. Il brano, successivamente, stacca su un arpeggio insistito di piano – mentre la mano sinistra di Olzer prende accordi gravi e pieni – e la fisa sollecita note acute, come un fischio che si perda nell’ombra. Si ascolta tra le righe una nota bassa e archettata, forse quella di un violoncello, e poi riprende l’unisono tra clarino e la tastiera di Beccalossi, da cui prende forma il legno di Bombardieri per un ultimo emozionante assolo prima della chiusura. Il brano lascia dietro di sé una propria particolare bellezza, come fosse velata dalle inquietudini di un animo turbato. I Can See the Sunrise, come spesso accade in questo album, affida le note introduttive al piano scorrevole di Olzer su cui il clarino di Bombardieri improvvisa con l’abituale, intenso lirismo. L’ingresso della ritmica e le percussioni sullo sfondo di Silveira fanno da cornice all’assolo di piano, aereo come un profumo floreale. S’accoda anche il clarino, mantenendosi inizialmente più lineare e poi incrementando via via i propri fraseggi, mentre la componente ritmica aumenta le sue dinamiche.

Beside You è tra i brani che preferisco, soprattutto per la cameristica introduzione d’archi, veramente emozionante. Ricompare il sax soprano di Bombardieri in un melodico e fluttuante assolo che si innalza su un tempo intero, interrotto da una dialettica archi-piano di notevole qualità. La ricomparsa del soprano contribuisce ad offrire al pezzo una carica di calda affettività, mentre contrabbasso e batteria mantengono il tutto entro binari ritmici plausibili. Uno stacco porta ad un momento di piano solo che lavora su pochi e delicati accordi, mentre il sax riprende fiato in compagnia degli archi. Con Remembering, Olzer ci delizia con un arpeggio classicheggiante di piano – a parte una lievissima indecisione in fase iniziale – e tutto il brano sembra proiettato indietro nel tempo con il contrabbasso che si muove sotto traccia prima dell’arrivo degli archi. Ma quando sembra che la linea sia stata tracciata definitivamente, ecco arrivare un bello stacco di prog con Mazzarano che squaderna il repertorio del perfetto chitarrista progressive in un finale divertente con una punta di smaliziato romanticismo. The Call of Nature sembra una moderna Sacre du Printemps, con un dedalo di percussioni in stile afro-caraibico e il sax soprano che innesca un’attraente movenza melodica. Finalmente ascoltiamo la chitarra classica di Alfonsi, uno tra i miei chitarristi preferiti, che si lancia in un godibile fraseggio di puro jazz, presto imitato dal sax soprano che lo invita ad unirsi a lui all’unisono. La sezione ritmica tende ad una sorta di tocco flamenco, forse invogliata dalla timbrica dello strumento di Alfonsi. Truth Comes, ovvero il paradigma della disillusione. Dopo un’intro affidata al pianoforte, la tastiera, il sax e gli archi sempre ben arrangiati si esprimono in un momento raffinato e globale, modulato tra malinconia e sensazioni di rimpianto. Ma è sempre Bombardieri che tiene il timone con un bell’assolo, pulito e fluido come tutti gli altri momenti in cui s’impegna in prima fila. In Awakening My Mind riesplode la componente classica con la firma del pianismo di Olzer, impegnato in un brano che ricorda qualche momento di Satie. Poi però, dato che i cambiamenti in questo album si susseguono elegantemente ma di frequente, la traccia col clarino in evidenza mi ricorda certe atmosfere tradizionali, con la presenza di una fisarmonica quasi tanghera e l’impronta di Trovesi. Finale intriso di tristezza con l’intervento degli archi che chiudono in coda. Un brano piuttosto eterogeneo, quest’ultimo, con diversi spunti sovrapposti. Nonostante la scansione contrastiva, però, le frasi musicali interagiscono con naturalezza, segno che l’arrangiamento è ben condotto. Awareness sfata il modus introduttivo lasciando al sax soprano l’onere di mostrarsi per primo. Nelle fasi iniziali del brano si ha la sensazione di ascoltare un pezzo di pop music, seppur di alta classe, qualcosa che mi ricorda Pino Daniele. Tocca a Bombardieri e al suo sax toglierci di bocca il gusto dolciastro della musica pop e guidarci verso una dimensione più jazzata, aiutato in questo dalla presenza del piano che segue con un gagliardo assolo. Finale inaspettato, mediato dagli archi, che cambiano completamente il clima del brano. Arriva quindi la title-track Disillusion. Sempre molto forte la suggestione classico-romantica impostata dal pianoforte, anche se poi tutto viene stemperato da un’aria melodica di sapore popolaresco condotta da sax e accompagnamento d’archi. Poi il piano accelera la linea melodica, sempre intermodulato dalla presenza dei cordofoni del quartetto. Brusco cambio di marcia, circa a metà traccia. Addio al mondo classico e per un momento ci si cala in pieno jazz contemporaneo, con l’innesco di Bombardieri e la partecipazione anche della chitarra elettrica che contribuisce con uno stile notturno ed essenziale al mood del brano. Si finisce melodicamente con una buona base ritmica, per poi cadere tra le braccia più cameristiche del piano e del violoncello. Now Embrace Me, dopo uno splendido inizio affidato agli archi, si struttura in un brano con diversi cambi tonali, con Perruggini sempre presente e mai invadente alla batteria, in un valzer velocizzato in cui dominano sax e piano. Durante l’assolo di Olzer si avverte la struttura triadica di base – piano, batteria e contrabbasso – quella a cui l’Autore accennava nell’intervista sopra citata e che probabilmente costituisce il nucleo fondante delle sue composizioni. In chiusura abbiamo il tempo di ascoltare delle belle scale discendenti al soprano, quasi di sapore coltraniano. It’s Time to Go Home è l’ultimo brano in sequenza. Ritroviamo la chitarra di Alfonsi in una traccia che rimanda a tradizioni e a colori mediterranei ma che finiscono per mescolarsi parzialmente alle impronte classicheggianti che percorrono tutto l’album. Aumenta l’energia nel finale e le dinamiche strumentali e Perruggini, forse per la prima volta, si fa sentire in modo inequivocabile.

Il concept che accompagna l’album ha evidentemente suggerito a Perruggini di lavorare sulle crepe psicologiche che abbiamo descritto inizialmente. Non farsi derubare dalla Realtà è l’imperativo categorico, così come è assoluta la convinzione di rialzarsi dalle disillusioni per orientarsi verso quella Luce che lo stesso Autore suggerisce nel suo scritto. E ci riesce molto bene, infatti. Tutto funziona a meraviglia, l’album quasi si beve talmente è fluido, scorrevole e sapido. Una musica che francamente mi ha sorpreso oltre le aspettative, con un ensemble equilibrato al punto giusto in grado di offrire un clima quietamente intenso, di gran lunga superiore alla media di ciò che personalmente ascolto di questi tempi e non mi riferisco solo al territorio nazionale.

Tracklist:
01. Running Away (05:13)
02. Out Of Dark (03:21)
03. On A Cold Night (04:13)
04. I Can See The Sunrise (03:31)
05. Beside You (05:09)
06. Remembering (04:12)
07. The Call Of Nature (03:27)
08. Truth Comes (04:27)
09. Awakening MyMind (04:53)
10. Awareness (04:43)
11. Disillusion (05:47)
12. Now Embrace Me (04:09)
13. It’s Time To Go Home (04:57)

       

2 responses to “Michele Perruggini – Disillusion (Abeat Records, 2023)”

  1. […] (2023) – leggi qui – e a quello di Michele Perruggini Disillusion (2023) – leggi anche qui – ed inoltre per aver prestato la sua opera all’album Cordemar di Franca Masu – vedi […]

  2. […] noi di Off Topic avevamo giusto parlato riguardo il suo precedente Disillusion (2023) – vedi qui – ma in Stay Human compare un sentimento nuovo, che fa trasparire e non a torto un velo di […]

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