R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Vorrei evitare, recensendo Tivoli, ultimo album di Max Ionata Special Edition, d’incappare in quei luoghi comuni evocati ogni volta che alcuni musicisti provenienti dall’area mediterranea si trovino a collaborare con colleghi scandinavi. In questo album l’influenza della scena nordica forse non è così caratterizzante da introdurre coniugazioni specifiche, soprattutto sul piano dell’atmosfera complessiva dove non vedo, francamente, radicali differenze d’impostazione rispetto alle volte in cui Ionata ha suonato con altri gruppi. Fondamentalmente mi sembra che in Tivoli non compaiano quindi particolari contrasti legati alla differenza di latitudine né, d’altra parte, mi risulta che lo stesso Ionata voglia applicare svolte radicali o precise dichiarazioni programmatiche, preferendo abitare uno spazio più rassicurante fatto di misura, eleganza e fiducia nel proprio linguaggio. Il dato di fatto è che il suo sax tenore mantiene quel suono caldo e centrato che lo ha reso una presenza riconoscibile nella scena jazz europea e che qui sembra poggiarsi su una materia ritmica leggera e modernamente swingante.

Ionata non introduce quindi evidenti discontinuità né ridefinizioni radicali del suo lessico, ma ne verifica la tenuta in un contesto differente, appoggiandosi ad una sezione ritmica costituita da musicisti danesi la cui chimica privilegia la trasparenza timbrica, il controllo dinamico e l’uso calibrato degli spazi disponibili. Il sax dell’Autore cammina dunque tra questi mondi con passo quieto, raccontando una musica che sa essere intima senza chiudersi, brillante e spontanea ma lontana dal rischio di diventare ingenua o leziosa. Ne risulta un suono tutt’altro che fragile, direi piuttosto ottenuto da una precisa messa a fuoco della sezione strumentale che sembra garantire un interplay spontaneo, ben al di là di semplici e scontate applicazioni formulaiche. La musica che ne deriva è priva di spettri, evita zone d’ombra o tensioni irrisolte, puntando invece sulla costante linearità formale di un jazz pragmatico alla luce del sole – mediterraneo o nordico che sia. Il contesto è infatti decisivo, dato che la sezione ritmica scandinava non imprime strappi, servendosi a volte di uno swing vitale ma restando sempre adattabile alle diverse prospettive esibite da Ionata stesso. Il fraseggio del sax tenore, in effetti, si sviluppa con chiarezza quasi cantabile, mantenendo una pronuncia limpida e un fraseggio leggibile anche nei passaggi più complessi. Le melodie scorrono senza attriti, mentre attorno, insieme a contrabbasso e batteria, si muove un pianismo duttile capace di suggerire traiettorie inattese senza alterare l’equilibrio di forze complessivo. Il riferimento alla tradizione è evidente e consapevole, ma non didascalico. Il titolo dell’album fa riferimento al nome di due luoghi iconici, i Giardini di Tivoli a Copenaghen – con la loro atmosfera luminosa e quasi fiabesca – e la Tivoli italiana, stratificata di storia e bellezza – basta ricordare a questo proposito Villa Adriana e Villa d’Este, entrambe patrimonio dell’Unesco. La musica, almeno nelle intenzioni, vorrebbe riflettere entrambe le anime geografiche, ma in realtà quello che si configura all’ascolto è un album easy to love, costruito su basi sicure e comprovata sensibilità, capace di celebrare la gioia della connessione senza rinunciare a una vena poetica sottile e coerente, priva di abbandoni emotivi o eccessi retorici. Tivoli è quindi un disco di assestamento e sintesi, rispettoso della tradizione jazzistica più interessato alla solidità del discorso che alla sua spettacolarizzazione. La formazione che accompagna Max Ionata al sax – Off Topic ne ha parlato qui – è costituita da Martin Sjöstedt al pianoforte, Jesper Boldisen al contrabbasso – leggi qui – e Martin Andersen alla batteria.
Cancion Para Sara è una composizione dell’argentino Sergio Ruben Aranda, dove la ritmica e il pianoforte ne sottolineano il tema melodico, impostando una trama percussiva che ci porta giocoforza verso sponde latine d’oltre oceano. Funziona bene il collante di Boldisen al contrabbasso mentre il sax di Ionata offre il giusto spessore all’intensità della melodia con il suo timbro che in questo brano sembra rimandare a Stan Getz. Ascoltiamo nel mezzo un assolo di pianoforte condotto quasi con crepuscolare tenerezza, a cui fa seguito l’apertura del sax che innesca con tranquillità un momento d’improvvisazione condotto in modo essenziale. Ultime note di Ionata sui titoli di coda e poi si arriva a Consolation, brano firmato dal trombettista Kenny Wheeler ed apparso nell’album del 1990 Music for Large and Small Ensembles come parte VI della lunga The Sweet Time Suite. In estrema naturalezza, Ionata affronta la ballad con fiato morbidamente austero, regalando alla melodia già bella di per sé, una sfumatura di vaga sensualità all’interno di un controllo perfetto sullo strumento. Introduce il tutto il pianoforte con pochi e misurati accordi per poi lanciarsi in un colorato assolo circa a metà brano. Sembra che Ionata voglia quasi distribuire una diffusa ombreggiatura malinconica lungo tutto il percorso del brano, talmente la musica ne risulta alfine impregnata. Det Lysner, composta dal contrabbassista Boldisen, appare come un work in progress, iniziando sottovoce sulle spazzole della batteria e con poche note delicate di pianoforte. Dopo l’entrata del sax, il brano prende quota con accelerazione controllata su un ritmo che tende a farsi più stringente. Il sax fraseggia con maggior decisione fino all’assolo di contrabbasso e nella parte finale si prosegue a testa bassa cavalcando tempi più stretti.

Arriviamo alla title track Tivoli che si svolge su una ritmica ancora invaghita di latinità, sulla quale il sax dell’Autore imposta un tema intrigante, levigato e leggibile così come spesso accade in questo album. La musica diventa moderatamente nervosa, con gli assoli misurati di pianoforte, di sax e contrabbasso. Un implacabile metro di misura mantiene il clima euforico ma con moderazione. Non si percorre mai la strada della vanesia auto-celebrazione, né si può parlare di energie primordiali o particolarmente visionarie. La formula espressiva del quartetto resta declinata senza verbi irregolari all’insegna di un invidiabile equilibrio strutturale. Everything I Love è uno standard di Cole Porter del 1941 e faceva parte del musical Let’s Face It. All’insegna di un fluido swing che si spande tra gli strumenti con liquida scioltezza, questo brano finisce per diventare un omaggio dichiarato al cuore della tradizione. Le improvvisazioni di contrabbasso, di sax e di pianoforte non smarriscono una certa ellisse melodica, nonostante sia proprio Sjöstedt a spingersi un po’ più a fondo verso l’hardbop. C’è spazio anche per l’ottimo Andersen alla batteria. When We Were One è un brano firmato da Johnny Griffin, pubblicato originariamente nell’album Tough Tenors Again N Again di Eddie Davis/Johnny Griffin Quintet (1970). Ci si immerge ancora una volta nel clima della ballad in questo pezzo suggestivo dal sapore notturno, ripercorso con grande rispetto da Ionata e sodali che ne conservano l’ambientazione round midnight originale. La dimensione rilassata, distesa sui tempi un poco più dilatati, è un invito a nozze per il sax dell’Autore che qui evidenzia un’intensità quasi religiosa, potendo allungare i suoni nella naturale sobrietà espressiva che gli appartiene. Anche nel momento dell’assolo, il fraseggio al sax è condotto con grande maturità, senza eccessi, per mezzo di sonorità che sondano volontariamente lo spazio interiore. Molto bello anche l’assolo di pianoforte in stile billevansiano. Si passa a Narus Waltz, un ¾ danzante-mosso percorso da una velata eccitazione dove il sax si focalizza in fraseggi più stretti ma senza registrare affanno alcuno. Ancora tradizione, non solo per Ionata ma anche per il corposo assolo di pianoforte all’insegna di un efficace hardbop dai sapori vintage. Si chiude con Mr. GT, brano dedicato all’amico e cantante jazz Gegè Telesforo. Un neobop d’indubbia agilità dove il quartetto mette le ali ai piedi innescando un sanguigno interplay mentre Ionata si libera degli autocontrolli e parkerizza in libertà, ben coadiuvato dal pianoforte di Sjöstedt.
Nel suo insieme, Tivoli può essere letto come un esercizio di posizionamento estetico consapevole, più che come un atto di trasformazione. Max Ionata sceglie deliberatamente di non forzare il proprio linguaggio, ma di sottoporlo a una variazione di contesto che ne metta in evidenza le proprietà strutturali quali il controllo del timbro, la chiarezza sintattica del fraseggio e la gestione misurata della forma. L’interazione con questa sezione ritmica danese non produce frizioni dialettiche, bensì un campo di risonanza che amplifica le qualità già presenti. Da questo punto di vista, Tivoli si configura come un lavoro equilibrato, in cui la tradizione jazzistica non viene né problematizzata né de-costruita, ma assunta come grammatica condivisa entro cui articolare un discorso coerente e riconoscibile. L’album rinuncia programmaticamente alla retorica del rischio per privilegiare una poetica della continuità, dove la bellezza emerge dalla precisione del gesto e dalla fiducia nella forza comunicativa delle melodie. Ne risulta così un jazz che non pretende di interrogare il futuro ma che riflette con lucidità sul suo presente. Un’opera che afferma, con compostezza intellettuale, che la profondità può risiedere anche nella scelta di restare, intenzionalmente, entro i confini di una forma pienamente abitata.
Tracklist:
01. Canción para Sara
02. Consolation
03. Det lysner (The Dawning Light)
04. Tivoli
05. Everything I Love
06. When We Were One
07. Naru’s Waltz
08. Mr. GT


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