R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Non è la prima volta che Off Topic si occupa del pianista Vittorio Solimene, napoletano ma romano d’adozione. Nonostante ci sia colpevolmente sfuggito il suo primo lavoro da titolare, quell’Alexithymia pubblicato nel 2023, abbiamo comunque avuto l’opportunità di approcciare indirettamente questo giovane musicista, non ancora trentenne, attraverso le sue collaborazioni sia con il contrabbassista Dario Piccioni – leggi qui – sia con il batterista Federico Chiarofonte – vedi qui – ed inoltre col trombettista Iacopo Teolis – leggi anche qui. In questo suo ultimo album, Letter To… ci si rende conto di essere di fronte ad un’opera che reagisce come un organismo vitale, in continua mutazione dove convivono senza conflitto diversi aspetti del linguaggio jazz contemporaneo. Il quartetto guidato da Vittorio Solimene costruisce un lavoro eterogeneo, a volte fatto di elementi direi piuttosto astratti, come in una sorta di linguaggio postbop dove il sax contralto di Lorenzo Simoni sembra essere talora l’unico importante interlocutore del pianismo dell’Autore. In altre occasioni gli interventi delicati della cantante Ava Alami, una dei due ospiti presenti in questo album, spostano l’attenzione verso momenti più introvertiti, con pause eloquenti e melodie che sembrano affiorare dal fondo della memoria. Ma ancora in altri frangenti la partecipazione della tromba del secondo ospite, il musicista Cosimo Boni, arricchisce la sezione dei fiati imponendo all’album deviazioni più decise verso la contemporaneità.

Il tutto finisce per configurarsi come un esercizio consapevole di scrittura di jazz moderno, dove non si dimentica comunque la tradizione. Le melodie hanno spesso un che di nostalgico e sembrano galleggiare su strutture solide ma invisibili, come ponti sospesi tra emozione e forma, rimanendo quindi in equilibrio instabile tra processo creativo in fieri e raggiungimento di una struttura completamente definita. L’album procede secondo un ritmo concitato, non tanto sul piano metrico, quanto su quello concettuale, articolando una ricca aneddotica musicale che si sviluppa per accumulo di eventi sonori diversi tra loro. Le composizioni di Vittorio Solimene sembrano, come suggerisce il titolo, lettere spedite come frammenti emotivi indirizzati a persone reali o immaginarie, ricordi sospesi, stati d’animo resi espliciti. La scrittura rivela una vena poetica marcata dove comunque le strutture restano solide, non didascaliche, a sorreggere melodie evocative che non cercano mai facili seduzioni. La musica che ne consegue alterna lampi di eccitazione a momenti di basso voltaggio che sembrano prediligere l’intimità alla dichiarazione manifesta. L’idea di un epistolario, compiuto o no, introduce un livello narrativo che rimane tuttavia controllato, privo di enfasi e quasi trattenuto. Il quartetto avanza con passo leggero per scelta estetica, lasciando che la musica si sviluppi autonomamente. Non c’è compiacimento intellettuale dato che l’album è diretto, costruito sulla spontaneità e sulla fiducia negli scambi collettivi, sostituendo l’idea di leadership con quella di processo condiviso. Però, a volte, la scrittura di Solimene parrebbe non mirare ad una situazione stabile. Non c’è una direzione univoca né un centro definitivo, la musica si disperde e si ritrova, e si fatica a cogliere una radice fondante o un’ispirazione unitaria, ma forse è anche per questo che Letter To… riesce a trovare parte della sua forza espressiva. La formazione presente in questo album è dunque costituita, oltre che dal pianista Vittorio Solimene, dal contraltista Lorenzo Simoni – ben conosciuto ad Off Topic per le sue collaborazioni con Matteo Paggi, leggi qui e il sopracitato Teolis – dal contrabbassista Alessandro Bitzios e dal batterista Michele Santoleri – anch’egli attenzionato da Off Topic almeno due volte per le sue collaborazioni con Dario Piccioni, già citato e col chitarrista Christian Mascetta, vedi qui. Ricordiamo inoltre i due ospiti che sono Ava Alami al canto e il trombettista Cosimo Boni.
L’album si apre con un brano dal titolo decisamente curioso, Wishing My Hard Bread Was a Steak. Un breve abbrivio sui tamburi introduce un bel tema brillante impostato dal sax, mentre in sottofondo la ritmica segue con discreta presenza. Quando Simoni si svincola dalla melodia tematica e parte in quarta con l’improvvisazione, la batteria incrementa le proprie dinamiche estendendole anche sull’assolo di Solimene al pianoforte. Inizialmente parrebbe che l’Autore si esponga in un classico solo bebop alla tastiera ma si resta colpiti dal lavoro anche della mano sinistra che entra in complesso contrappunto con le rapide scale intraprese dalla mano destra. Si conclude abbassando i toni, con un sax moderato che si spegne tra il progressivo rallentamento ritmico. To an Immaginary Friend vede il pianoforte cominciare da solo, quasi alludendo ad un’idea di gioco infantile, accompagnato poi dall’entrata sommessa di contrabbasso e batteria. Il contralto di Simoni riprende il tema anticipato dal pianoforte, innescando poi un movimento a tratti condiviso all’unisono con Solimene. La sortita del leader in assolo, con accordi lati e avvolgenti e uno sviluppo melodico inizialmente scarno e un po’ dolente, si fa moderatamente più incisivo con qualche dissonanza seminata lungo la tastiera. Al rientro del sax si assiste ad un intenso colloquio tra i due strumenti principali, costantemente avvolti e quasi protetti da un involucro ritmico che li segue fino al termine del brano. Grande momento dell’intero album, dove si resta impressionati dall’assenza di spettacolarità e dalla concentrazione sugli strumenti, sottolineando un tangibile interplay tra le diverse parti, nonché una tecnica strumentale di ottima fattura e di altrettanta comunicativa.

The Magic of Empathy non s’allontana molto dal clima del brano precedente anche se qui si nota un accentuarsi di sfumature più drammatiche, una propensione alla densità semantica sottolineata sia dalla struttura basilare del pianoforte che dall’escursione dell’eccellente Simoni al sax. Quest’ultimo intraprende una serie di fraseggi serrati dal sapore coltraniano, aggiungendo note di calore al brano stesso. Bisogna comunque restare attenti alla trama fitta che si crea tra Solimene e il sassofonista lungo il decorso della traccia, altrimenti si rischia di perdere parte dello spessore artistico che contraddistingue il brano stesso. In Farewell è la voce soave della Alami che in un breve percorso cantato introduce una tossina agrodolce nell’intimo dialogo a due con il pianoforte. To The Nephews viene introdotta da alcune note monkiane di Solimene, prima della comparsa simultanea del sax e della componente ritmica. Una melodia vagamente spettrale, inizialmente ben delineata da Simoni, finisce per incanalarsi in un brano dall’aria quasi soul, costruita su quattro intriganti note ripetute, probabilmente già accennate e mascherate nell’intro di piano. Su questo riff pianistico si evidenzia un assolo di contrabbasso ben realizzato da Bitzios, musicista che personalmente non conoscevo fino a questo momento e che mi sta veramente impressionando. Riprende poi il sax e la metodica di relazione strumentale con il pianoforte, dove si riaffacciano le quattro note di cui sopra, per arrivare poi senza fretta al commiato finale. Coincidences lavora in una dimensione più serena, attraverso un denso arrangiamento in parte sincrono tra pianoforte e sax. Il leggerissimo tocco ritmico alla batteria e la cavata più retiforme di Bitzios accompagnano l’assolo di pianoforte che emerge dopo il tematico incedere del sax. Il pianista segue le sue strade, molto personali, tra melodie conformi e sovrapposizioni dissonanti. Come già accennato in precedenza, la musica percorre un andamento a volte strano, sembra sciogliersi in correnti divergenti perdendo in linearità per poi riannodarsi e fluire con più omogeneità verso una direzione accomunante, modificando i tempi come in questo caso attraverso accelerazioni impreviste e ritorni agli usuali accenti. Wind Mountain resta più in sintonia con una lunga, espansa tradizione, che avvicina i contenuti del gruppo a certi interventi che mi hanno ricordato gli Steps Ahead o comunque, per quello che riguarda il sax, la voce di Michael Brecker, tenendo conto ovviamente della differente tipologia di strumento. Il lavoro di cucitura tra gli ottoni è sempre molto buono e ancora una volta mi trovo a sottolineare la personalità di Solimene, capace di creare assoli personalizzati che non si muovono dentro l’hardbop, ma al di sopra di questo generico stile, dimostrando un notevole politropismo d’indirizzi. In Smiling Eyes torna la voce della Alami, diradando le complessità avvertite fina a ora e riportando l’attenzione ad una melodica canzone più facilmente fruibile. In questo caso, oltre al pianoforte, accompagna il cantato anche il sax. September 1888 si affaccia verso l’avanguardia con un interessante tema sincronico tra sax e la tromba dell’ospite Boni. Il dialogo tra i due fiati, intervallato dalle escursioni pianistiche di Solimene, è corposo e ribollente di jazz moderno, con sprazzi di dissonanza e la bella prova dell’assolo di batteria del meritevole Santoleri che si prende un poco più di meritato spazio all’interno di questo occasionale ma originale dispositivo stilistico a cinque elementi. Si chiude con To a Unsung Hero, un brano tranquillo sorretto da un rullante militaresco che non ha compiti celebrativi ma, come suggerisce il titolo del brano, si allarga alla dimensione della memoria di chi forse è stato dimenticato. Il tono del sax mantiene una sorta di alone di mestizia e il finale di solo piano insegue una melodia semplice che è poco più di un amaro commento.
La parziale e apparente elusività accennata all’inizio di questa recensione, non appare infine come un limite, bensì sembra promuovere la strategia di sottrarsi a un centro definito per mettere in discussione l’idea stessa di coerenza narrativa nel jazz contemporaneo. Solimene e il suo quartetto forse suggeriscono che oggi la forma non sia più un contenitore stabile, ma un campo di forze, attraversato da tensioni estetiche, relazionali e storiche. È un disco che rifiuta la retorica dell’identità leaderistica e preferisce il linguaggio della relazione, quell’interplay – anche se questo termine è spesso abusato – dove ogni gesto sonoro è il risultato di una negoziazione istantanea all’interno dell’immediatezza necessaria dell’improvvisazione. In questo senso, Letter To… si colloca in una linea di pensiero più che di stile, riaffermando il jazz come pratica critica del presente, prima ancora che come genere musicale.
Tracklist:
01. Wishing My Hard Bread Was A Steak
02. To An Imaginary Friend
03. The Magic Of Empathy
04. Farewell
05. To The Nephews
06. Coincidences
07. Wind Mountain
08. Smiling Eyes
09. September 1888
10. To An Unsung Hero
Foto © Tommaso Taurisano






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