R E C E N S I O N E


Recensione di Lucio Vecchio

Hortus Del Rio è il terzo album (il primo per l’etichetta Filibusta Records) del giovane compositore, bassista e contrabbassista romano Dario Piccioni. La sua musica include influenze che vanno dal jazz alla world music, progressive rock, alternative pop, musica brasiliana, improvvisazione e contemporanea.
Le suggestioni presenti in Hortus del Rio sono molte, come molti sono gli interessi musicali di Piccioni, ma il linguaggio principale è quello del jazz contemporaneo con particolare attenzione al ritmo e al lavoro d’insieme, che spiccano come punti cardine. Un lavoro d’insieme che vede Vittorio Solimene al pianoforte e al fender Rhodes, Michele Santoleri alla batteria, ai quali si aggiungono in quattro brani Antonello Sorrentino alla tromba e in un brano Veronica Marini alla voce. Un disco dalle diverse sfumature, con incursioni in altri territori come quello della musica brasiliana, con il leader che, a seconda dello stile compositivo, utilizza il contrabbasso, il basso elettrico e anche il basso acustico in un brano in solo non accompagnato, dando prova di essere anche un eclettico interprete.  

Spiega Dario Piccioni: «Hortus Del Rio rappresenta la passeggiata nel parco, ovvero uno sguardo sulla città e l’ambiente che mi circonda, alla ricerca di nuovi personali scenari poetici. Da ciò ne è scaturito, mi auguro, un affresco sonoro originale di Roma: una città autonoma e transculturale, con i suoi templi nascosti, i suoi giardini, ricca di luoghi di libero scambio di idee».

L’album si apre con The Wizard’s Castle un brano in cui la sezione ritmica ed in particolare il contrabbasso di Piccioni ci proietta subito in una dimensione frenetica ed ipnotica con la voce di Veronica Marini che sottolinea le note telegrafiche del pianoforte che improvvisamente esce dal riff iniziale per tentare di riportare la calma ma che, spinto sempre dalla ritmica incalzante, sembra sfuggire di mano per tornare subito vorticoso. Il pezzo è veramente un concentrato di energia trascinante. Di altro taglio è Green Cocoa dove è la tromba che ci prende per mano accompagnandoci in un brano che oserei dire multiculturale, in cui si sentono le influenze creative di Piccioni. Il piano Rhodes fa da contraltare alla tromba, ammorbidendone le sonorità, ma è la batteria sui cambi di groove che ci porta ad altre latitudini. Molto bello il dialogo fra il contrabbasso ed il Rhodes che vengono lasciati soli quasi dovessero raccontarsi cose segrete per poi essere riportati all’interno della compagnia. Le atmosfere si fanno ancora più rarefatte, ça va sans dire, in Animali notturni. Sulla tromba, come da copione, viene montata la sordina ed al piano viene riservato il ruolo di faro che illumina la notte e rinfranca l’anima in attesa che qualcosa accada. Il ritmo torna a salire in Nabu. Le atmosfere sono decisamente latin jazz con un pianoforte imperioso. Non è dato sapere, almeno a chi scrive, se il brano sia stato ispirato o meno dalla divinità babilonese omonima. Green Cocoa reprise eseguita con una chitarra che sembra messa lì apposta per aprire la parentesi “strumenti solo”. A seguire infatti troviamo Carinhoso, una reinterpretazione per solo contrabbasso del classico pezzo firmato da Alfredo da Rocha Viana Filho. Noto con lo pseudonimo di Pixinguinha, è stato un flautista, sassofonista, compositore, cantante, arrangiatore e direttore musicale brasiliano vissuto nei primi anni del novecento. Carinhoso è una delle sue canzoni più conosciute e Piccioni ci restituisce una versione introspettiva enfatizzata dal suono del suo contrabbasso. In Caffè Tevere si cambia di nuovo atmosfera. La tromba di Antonello Sorrentino ci restituisce il tumulto di un fiume che scorre veloce fra rapide e mulinelli prima di arrivare ad un momento di quiete in cui le sue acque si tranquillizzano. Qui prende il comando il pianoforte di Vittorio Solimene che ci restituisce la calma del fiume. La tranquillità dura però poco: le acque, cosi come il pianoforte, ricominciano il loro tortuoso cammino e siamo subito catapultati nelle rapide. Falling Grace è uno standard in stile bossa nova di Steve Swallow, contrabbassista e compositore statunitense. Qui Piccioni ce la ripropone in un arrangiamento per chitarra e contrabbasso arricchito con alcuni suoi vocalizzi. Davvero fine. Oak Song chiude il disco in una atmosfera decisamente cool. Nella prima parte del brano la tromba di Sorrentino richiama molto quella di Miles Davis in Human Natures. Tolta la sordina le atmosfere cambiano e c’è spazio anche per un pianoforte molto rotondo e morbido. La sezione ritmica spinge e sostiene il brano con forza.

Hortus Del Rio è un disco moderno, attuale e cosmopolita in cui il jazz si reinventa prendendo a prestito forme e linguaggi diversi mischiandoli e rinnovandoli senza andare mai fuori strada.

Tracklist:
01. The Wizard’s Castle (3:30)
02. Green Cocoa (5:37)
03. Animali notturni (3:47)
04. Nabu (2:20)
05. Green Cocoa (Reprise) (1:55)
06. Carinhoso (2:45)
07. Caffè Tevere (6:00)
08. Falling Grace (3:10)
09. Oak Song (4:47)


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