R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

La copertina dell’ultimo lavoro – il secondo da assoluto titolare -del trombonista Matteo Paggi, Giraffe, si avvale di disegni fantasiosi e psichedelici legati a varie e misteriose simbologie. Colpisce il titolo dell’album, dedicato ad un animale che ha cavalcato le leggi dell’evoluzionismo darwiniano grazie alla sua struttura anatomica particolare, avendo quindi più chances di nutrimento e di difesa. Del resto, se parliamo di scelte e di evoluzioni, questa volta strettamente musicali, prendiamo atto che non mancano di certo in quest’album sia il pragmatismo che una bella dose di fantasia condita da un pizzico di misurata eccentricità. Otto tracce dispiegate tra ricordi, fulminanti lampi d’inventiva ed inaspettate scosse strumentali rappresentano un percorso ideale sostenuto dalla tecnica eccellente di tutto il gruppo di musicisti che costituisce l’intrinseco dell’album. Paggi è un artista che ha fatto studi sia classici che nell’ambito dell’improvvisazione jazz e a questo proposito, nelle note stampa d’accompagnamento, l’Autore stesso fa riferimento ad un particolare metodo armonico, quello di Slonimisky, conosciuto da molti musicisti attraverso un testo, il Thesaurus of Scales and Melodic Patterns.

Un trombonista suona il suo strumento in primo piano, con uno sfondo sfocato rosso.

Ma al di là di specifiche tecniche e metodologie compositive, alcune delle quali anche progettate dallo stesso Autore, Paggi è e resta un musicista di spessore, forte anche dell’esperienza acquisita in Fearless Five (2024) – leggi qui – a fianco di Enrico Rava. Il materiale su cui l’Autore lavora è tutto originale e di sua composizione, nel contesto di tramestanti melodie come anche nell’ambito di incalzanti risoluzioni orchestrali che pur rimanendo precipuamente in ambito tonale, a volte si affacciano verso improvvisi paesaggi dissonanti. Frutto di una ricerca artistica che sfida costantemente i confini del jazz contemporaneo, questo Giraffe è un racconto stratificato, denso di umori e suggestioni, un’esplorazione audace e consapevole nell’ambito concettuale di ciò che definiamo abitualmente come libertà creativa. La struttura musicale complessiva viene realizzata quasi a spot, con emergenze sonore che sembrano talora palesarsi all’improvviso. Gli elementi che vi concorrono sono molti, si passa da momenti consacrati al be-bop – soprattutto per gli interventi fluidi e ficcanti del sax contralto di Lorenzo Simoni – ad altri con istantanee cameristiche e classicheggianti fondate specialmente sul tocco del pianoforte, contornato dalla calda impronta timbrica spesso scelta da Paggi stesso per il suo trombone. La ritmica non ha timori nel combinarsi con pulsatilità rock e nello stesso tempo di diluirsi e disperdersi in ambito decisamente più sperimentale come succede nel brano Gero, forse il momento più audace ed avanguardistico dell’intero album. Dovendo riassumere in un unico concetto questa musica, non esiterei ad utilizzare il termine versatile nel suo pieno significato nominale, cioè quello di saper sostenere funzioni e fini disparati, potendosi adattare a nuove strategie e percorsi sempre originali. Certamente l’album di Paggi non richiede solo qualche saltuario, malinconico abbandono – lo scuotimento da questi stati psico-fisici potrebbe arrivare piuttosto all’improvviso – ma bensì un’attenzione ai dettagli, alle numerose agilità strumentali e ai reticoli armonici che spesso si susseguono sconfinando gli uni negli altri. Diamo conto ora della formazione che accompagna il leader e il suo trombone. Oltre ai già citati Lorenzo Simoni al contralto e Masako Sakai al pianoforte – che s’alterna con la coreana Yunah Han –  troviamo il singaporiano Jonathan Ho Chin Kiat al contrabbasso, Andrea Carta alla batteria nei primi quattro brani e Said Vroon negli altri, Andrea del Vescovo alla tromba, Misha Voyekov al basso elettrico.

Si parte con Ham and Sun, un nostalgico brano legato ad un ricordo dell’infanzia marchigiana di Paggi. Si tratta di un affresco sensoriale che cattura frammenti di fanciullezza con grazia disarmante. Le melodie si intrecciano portando con sé bagliori di ricordi che si insinuano tra le pieghe dell’ascolto. È quasi una dichiarazione d’intenti dove Paggi ci invita a un viaggio introspettivo mentre la musica diventa un linguaggio a tutti gli effetti capace di trascendere le parole. Qualche nota delicata di pianoforte introduce il trombone dell’Autore che sembra diventare evanescente tra i dettagli dei ricordi. Parte la ritmica un po’ più decisa con un tema iniziale raddoppiato dalla tromba. Tocca al contralto, poi, lavorarci attorno accompagnato dal pianoforte d’impostazione classica della Sakai. Bello il momento dell’assolo di trombone, inizialmente quasi contrappuntato dal sax, per poi cercare il proprio spazio più in solitudine, comunque rimarcato dagli accordi luminosi del piano. Contrabbasso e batteria seguono lo sviluppo dell’assolo, fino al gran finale in cui entrano tutti gli strumenti disponibili, accentuando la drammaticità tematica. Sfila per ultimo il sax di Simoni in duetto col trombone. Finale al ralenty, parallelamente allo sfumarsi del ricordo stesso. Quasi in sintonia con il clima di questo brano, almeno parzialmente, compare il successivo Ricordo. Affascinante nella sovrapposizione tematica tra sax e trombone, col piano sempre a creare trame brillanti di sostegno, questo pezzo sembra rinchiudersi intimamente con un buon assolo di contrabbasso in una struttura a forma di ballad. Si avverte anche una voce di sottofondo – di cui le note stampa non riportano l’esecutore – che anticipa un crescendo strumentale, lentamente deviante dall’iniziale atmosfera d’introversione. Molti ricordi –  e non uno solo come dichiara il titolo –  sembrano sovrapporsi, turbati da un’irruzione strumentale sonicamente piena che rimanda a memorie più drammatiche, concludendosi con una coda progressive. Things That Build Concepts è un brano decisamente ambizioso in cui si vorrebbe quasi poter descrivere i costrutti mentali, spesso difensivi, che noi tutti impegniamo per proteggere le nostre maschere dell’Io. Si comprende subito come questa traccia si allontani dalle precedenti mostrando il suo aspetto più contemporaneo e moderatamente sperimentale. Anche in questo caso sax e trombone si sovrappongono organizzando tessiture interessanti ed armonie ricercate. Verso metà brano tutto s’acquieta lasciando il sax in libertà d’assolo. E qui bisogna encomiare Simoni per il carattere molto contemporaneo del suo suono e per il personalissimo, eclettico fraseggio agile e scorrevole. Ma mi sembra molto buono anche il momento di piano solo della Sakai, eccezionalmente tecnico ma nel contempo espressivo, a mio parere molto influenzato da riferimenti classici. Notevole anche il punto in cui lo stesso pianoforte conduce progressivamente l’insieme della strumentazione a riprendersi il tema portante.

Cinque musicisti posano insieme in un ambiente con sfondo giallo, mostrando un mix di espressioni tra serietà e leggerezza.

Cantiere parrebbe ispirato dalla pittura del francese Fernand Léger, attivo nella prima metà del ‘900, pittore cubista sui generis, definito tubista per l’uso costante di forme plastico-cilindriche, interessato agli aspetti estetici di un particolare realismo ottimistico affine ai tempi. In effetti, la forza evocativa di questo brano è quasi un punto di svolta nell’album. Qui, l’iconografia industriale del pittore, trova una voce musicale che fonde uomo e geometrie, materia e astrazione. È un brano che pulsa di un’energia viscerale, in cui ogni nota sembra modellata come una scultura sonora. La sezione ritmica, con le sue strutture liquide e perfettamente calibrate, crea un dialogo serrato con i temi principali, sospendendo l’ascoltatore tra tensione e risoluzione. A tratti sembra di cogliere delle compulsioni mingusiane –  con qualche affondo nel free –  che tuttavia non smettono di ricollegarsi a quei trait d’union ritmici che evitano appunto al brano stesso di smarrirsi lungo la strada. Belle le percussioni di batteria nel finale che sembrano colpi di martello, in sintonia appunto col realismo espressivo di Léger. In prima linea troviamo i due fiati, da subito il febbrile e potente affondo del contralto quasi vertiginoso nel suo procedere anche in forma libera. Poi è la volta del trombone, tanto per farsi l’idea più precisa della qualità tecnica di Paggi, se ancora non ne fossimo pienamente convinti. Once I Got a Llama è un bizzarro momento di assoluto silenzio, ma questo è un album di continue sorprese e va bene anche così. Del resto più o meno quindici secondi di buio passano velocemente e si arriva così alla seconda parte dell’album con Return e qui riaffiora la seconda faccia espressiva di Paggi in un brano che potrei definire quasi romantico, di impronta ellingtoniana, con un andamento addolcito dalla timbrica calda e ricca di sentimento del trombone. Si tratta di un discorso a due strumenti con l’accompagnamento di pianoforte che si mantiene lineare e cerca di non oscurare la voce solista. Andamento lento e rimembrante, però tutto sommato un gradino sotto alla qualità complessiva dell’album. Gero, come riferiscono le note dell’Autore, recupera la memoria della vicenda che riguardò il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro (1978). Difficile progettare e immaginare un brano di questa fattura se non ci si cala nell’atmosfera del tempo. Ovviamente qui Paggi cambia registro, scavando nel profondo delle radici storiche e personali. Il risultato è un pezzo che parla di appartenenza e memoria condivisa, un mosaico emotivo che potrebbe – o dovrebbe? –  trovare risonanza nel vissuto collettivo. Il gruppo cerca di dimostrare tutta la sua alchimia in quanto ogni strumento, come una voce unica ma complementare, prova a contribuire a un discorso musicale che si rivela comunque molto personale. Dopo il momento iniziale introduttivo, piuttosto scandito e drammatico, si entra però in una sorta di girone complesso d’assoluta avanguardia in cui si ha l’impressione di un certo smarrimento direzionale. Siamo all’interno di una improvvisazione preponderante, il centro tonale è incerto fino a quando l’insieme degli strumenti riprende linearità per poi ricondursi alla voce solitaria del trombone che sembra sigillare il finale. In realtà viene ripreso ancora una volta il tema iniziale prima della vera e propria conclusione del brano. Slow my Skiing è un curioso funky condotto dal basso elettrico, un’esplorazione audace e consapevole del concetto di autonomia creativa. L’andamento sinuoso del pezzo passa attraverso diverse fasi eterogenee presentando molte dissonanze ma una linea ritmica sempre ben individuabile. Ancora Paggi in colloquio, con la tromba di Del Vescovo, prima dell’assolo sordinato di trombone. Dopo un rallentamento collettivo emerge il piano della Han che si muove tra inserti be-bop e fraseggi personalizzati. Chiude un bel momento in solitudine della batteria di Vroon. Il brano è molto vitale, penalizzato però da un’eccessiva discontinuità e da un continuo ribaltamento tra pause e riprese. Ma forse, come rilevato in precedenza, questa è in parte anche una caratteristica costitutiva dell’album.

Al di là di ogni considerazione critica, resta una certezza. Matteo Paggi è un nome destinato a lasciare un segno nel panorama musicale contemporaneo, non solo dal punto di vista puramente tecnico – grande personalità, infatti, nel gestire il suo strumento – ma soprattutto per l’inventiva, il metatesto musicale e la focosità emotiva dimostrata in Giraffe. Alle volte la girandola di direzioni diverse sembra prendere un po’ la mano, frammentando eccessivamente i brani. Ma in altre parti è indubbio il potere creativo, addirittura esplosivo e repentino, che dovrebbe garantire, a mio parere a questa prova jazzistica, un occhio di particolare riguardo.

Tracklist:
01. Ham and Sun (7:27)
02. Ricordo (7:08)
03. Things That Build Concepts (9:11)
04. Cantiere (5:27)
05. Once I got a Lama (00:14)
06. Return (04:19)
07. Gero (09:06)
08. Slow My Skiing (07:35)

Photo © Diletta Cipriani

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